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  • Venerdì 27 gennaio 2017

La più grande virtù di Obama è stata anche la sua principale debolezza

Lo scrive Daniel W. Drezner facendo un bilancio della sua politica estera, e paragonandolo a Jon Snow di Game of Thrones

di Daniel W. Drezner – The Washington Post

L'ex presidente americano Barack Obama con il presidente cinese Xi Jinping alla Casa Bianca nel 2015 (Win McNamee/Getty Images)
L'ex presidente americano Barack Obama con il presidente cinese Xi Jinping alla Casa Bianca nel 2015 (Win McNamee/Getty Images)

L’articolo contiene spoiler sulla quinta stagione di Game of Thrones.

Ora che Barack Obama ha fatto le valigie e non è più il presidente degli Stati Uniti, le analisi a posteriori e le valutazioni sulla sua amministrazione si stanno susseguendo a ritmo serrato, e in alcuni casi sono già diventate dei libri. Queste considerazioni hanno in comune un interessante schema ricorrente:

Heather Hurlburt: Fateci caso anche voi: le analisi su Obama non parlano di affari internazionali. @Dleonhardt critica il presidente Johnson per il Vietnam, ma non cita cosa ha fatto Obama all’estero.


David Leonhardt: viene ricordato soprattutto per la sua politica interna, che è stata molto più significativa di quella della maggior parte dei presidenti. Non si può dire lo stesso per la sua politica estera.

Alla strategia in politica estera di Obama sono stati dedicati molti articoli; vale la pena fermarsi a riflettere per capire se la frase di David Leonhardt è corretta. Non è così: i risultati di Obama in politica estera, in realtà, sono piuttosto significativi, sia per delle buone che per delle cattive ragioni.

Iniziamo dalla prime: credo che nemmeno gli esperti di politica estera si ricordino quanto cupa sembrava la posizione dell’America nel mondo nel gennaio del 2009. Il presidente uscente, George W. Bush, era incredibilmente impopolare. Nei mesi precedenti all’elezione di Obama la peggiore crisi finanziaria del secolo era entrata nella sua fase più critica. L’economia statunitense era in calo dell’8 per cento. Molti osservatori, sia stranieri che americani, stavano scrivendo il necrologio della leadership americana nel mondo. Il ministro delle Finanze tedesco aveva previsto che gli Stati Uniti avrebbero perso il loro status di superpotenza finanziaria. La Cina era in ascesa e l’incombente transizione di potere tra l’amministrazione Bush e quella di Obama non sembrava augurare niente di buono per gli interessi americani nel mondo.

(Leggi anche: Barack Obama, avercene di Luca Sofri)

Eppure, come ho scritto quest’estate, le cose sono poi andate in modo decisamente diverso da quanto una previsione lineare avrebbe suggerito.

Quando fu eletto Obama, gli Stati Uniti non erano esattamente benvoluti nel mondo. All’epoca del suo insediamento una parte crescente della popolazione mondiale – americani compresi – credeva che il potere e l’influenza americani fossero in declino. A quasi otto anni di distanza gli Stati Uniti sono visti più positivamente nella maggior parte del mondo (anche se non dovunque), e la percezione del potere economico americano è tornata ai livelli precedenti al 2008. La fiducia degli stessi americani nel potere relativo dell’economia statunitense è al punto più alto dal 2008.

Nessuno di questi risultati – in particolar modo la percezione dell’influenza economica americana – era scontato dopo la crisi finanziaria del 2008. Non ho dubbi sul fatto che molti lettori penseranno che Obama abbia dilapidato la benevolenza accordatagli dal resto del mondo. Ma bisogna dargliene atto: se la percezione è di per sé una forma di potere, allora Obama ha fatto tornare grandi gli Stati Uniti.

Non sono cose da poco. Direi anche che il grande principio strategico di Obama – cioè che gli Stati Uniti dovevano ritrovare un equilibrio lontano dal Medio Oriente, per concentrarsi maggiormente sulla regione Asia-Pacifico – era sostanzialmente sensato. Questa strategia ha portato all’accordo sul nucleare con l’Iran e all’accordo bilaterale con la Cina sul cambiamento climatico, che ha spianato la strada agli accordi di Parigi. Sono progressi significativi in settori che nel 2008 nel migliore dei casi venivano descritti come “ingestibili” o “irrisolvibili”. Persino l’aggressivo Henry Kissinger pensa che Obama abbia gestito bene la questione della Cina. Questa strategia, tuttavia, ha anche tolto enfasi a questioni come i diritti umani.

La più grande forza di Obama e la sua più grande debolezza come leader di politica estera sono state il suo approccio da maestro zen alla politica mondiale. Obama non si è lasciato prendere dal panico e ha sempre pensato alla conseguenze a lungo termine delle sue azioni. Michiko Kakutani del New York Times l’ha scritto chiaramente questa settimana in un articolo in cui raccontava quanto Obama abbia fatto affidamento sui libri durante il suo mandato.

La visione a lungo termine della storia e l’ottimismo che Obama ha articolato nel suo discorso d’addio – in cui ha anche ricordato in modo emozionante come la democrazia richieda un duro lavoro – fanno parte di una fede conquistata a fatica e radicata nelle letture, nella conoscenza della storia (e delle sue deviazioni inattese dal percorso) e nell’avere abbracciato artisti come Shakespeare, che avevano colto la situazione umana nella sua interezza: le sue follie, crudeltà e assurdi errori, ma anche la sua resilienza, il suo decoro e la sua grazia. Obama ha raccontato come le tragedie di Shakespeare siano state «fondamentali per capire come tra gli esseri umani certi schemi si ripetano e si sviluppino».

Obama ha sempre tenuto gli occhi puntati sull’obiettivo finale. Ma non ha sempre tenuto gli occhi puntati sulle faccende politiche, e questo si è rilevato essere un problema molto più grande per la politica estera americana di quanto Obama stesso e i suoi sostenitori si siano resi conto. Il modo migliore di pensare a Obama è immaginarlo come il Jon Snow della politica estera. In Games of Thrones, Snow aveva capito in qualità di Lord Comandante quale fosse la minaccia più grande per il continente Occidentale (gli Estranei) e quale fosse la strategia migliore per far fronte a quella minaccia (portare il maggior numero di Bruti a sud della Barriera). Per queste decisioni, però, Jon Snow è stato ucciso da alcuni membri dei Guardiani della Notte.

In un’intervista a Entertainment Weekly dopo la messa in onda dell’episodio Kit Harrington – l’attore che interpreta Snow nella serie – ha analizzato con perspicacia la capacità di leadership del suo personaggio e i motivi per cui, nonostante queste qualità di leader, sia stato ucciso.

Ha fatto moltissimi errori. Non ha fatto attenzione alle persone che aveva attorno. In questa stagione ha guardato solamente al quadro generale. La sua principale colpa è stata in un certo modo la stessa di Ned Stark: cercando di fare la cosa giusta, non ha tenuto d’occhio le persone attorno a lui. Aveva il paraocchi. L’unica cosa che riusciva davvero a vedere era la sciagura incombente degli Estranei, e ha cercato di agire per un bene superiore, mentre non si è accorto di Olly, Ser Alliser Thorne e di alcuni degli uomini a lui vicini. Non si è accorto del loro malcontento e non si è occupato delle questioni minori. Per questo motivo è stato al servizio della giustizia. È stato Olly a dargli l’ultima pugnalata. Credo che in quel momento abbia capito di non aver badato al suo amico, a questo ragazzo, e di averlo deluso.

Questa analisi dei punti di forza e debolezza di Snow come leader è corretta. Direi che sono validi anche per Obama. Obama è sempre apparso frastornato quando delle grandi potenze – come, ehm, la Russia – hanno agito in un modo che è sembrato in contrasto con quelli che l’ex presidente aveva valutato essere i loro interessi. Obama si aspettava che a lungo termine un atteggiamento revisionista sarebbe stato per loro controproducente. Può darsi che abbia ragione, ma a volte ragionare nel breve termine può alterare il futuro in modo più definitivo di quanto abbia compreso.

Questo ragionamento si lega all’unico aspetto in cui le valutazioni sull’eredità di Obama in politica estera rispecchiano quelle sulla sua politica interna: l’uomo che l’ha sostituito alla Casa Bianca. Un altro grande tema della presidenza Obama è stato il concetto secondo cui la costruzione di una nazione inizia all’interno dei propri confini. Per motivi parzialmente al di fuori delle sue facoltà, tuttavia, durante il suo secondo mandato l’ex presidente ha imparato ad abbracciare l’efficacia del potere esecutivo del presidente. Ora ha lasciato in eredità quei poteri a un uomo indisciplinato che ha soltanto una vaga idea di quello che può e non può fare come presidente.

Obama è un uomo paziente, che senza dubbio sosterebbe che il comportamento illiberale di Trump finirà per essergli controproducente. Ma come il mio amico e collega Jonathan Kirshner ha sottolineato nella L.A. Review of Books, c’è un aspetto dell’elezione di Trump che è irreversibile:

Anche se riuscissimo a resistere per i prossimi quattro anni per poi mandarlo via alle prossime elezioni, d’ora in avanti saremo sempre il paese che ha eletto Donald Trump come presidente. E come dice Albert Finney in Sotto il vulcano, «ci sono cose per cui semplicemente non ci si può scusare». Questa cosa sarà avvertita in modo più acuto a livello mondiale. Tenete presente che nei settori in cui Trump si allontana dalle posizioni tradizionali dei Repubblicani, come commercio e sicurezza internazionale, il potere del Congresso è molto più debole. Trump può iniziare una guerra commerciale o causare una crisi internazionale semplicemente twittando un ordine esecutivo dalla Casa Bianca. E i danni fatti si riveleranno irreversibili. Perché da adesso in poi, e per moltissimo tempo, i paesi nel mondo dovranno calcolare i loro interessi, aspettative e comportamenti sapendo che l’America è questa o, perlomeno, che questo è quello che il sistema politico americano è plausibilmente in grado di generare. Per questo l’elezione di Trump finirà per segnare la fine dell’ordine internazionale costruito con l’obiettivo, raggiunto con successo, di evitare di ripetere le catastrofi della prima metà del Novecento, orrori che ci piace immaginare di aver superato. Questo non ci aiuterà.

Obama è stato un presidente più restauratore di quanto si rendano conto i critici. È arrivato in un periodo negativo per il potere e l’influenza americani nel mondo e ha contribuito a far tornare grande l’America. Tuttavia la sua noncuranza e il suo disprezzo per gli aspetti più politici del suo incarico hanno posto le fondamenta per un presidente che può demolire l’ordine per il cui mantenimento Obama ha lottato duramente. Spero che sull’idea del lungo arco della storia Obama avesse ragione. Ma temo che si sia sbagliato troppe volte durante la sua presidenza nel nutrire così tanta speranza per l’immediato futuro dell’America nel mondo.

© 2017 – The Washington Post