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  • sabato 14 gennaio 2017

Breve storia del “kompromat”

Cioè di una particolare ed efficace tecnica usata in Russia per ricattare persone importanti: se ne è riparlato dopo il dossier su Trump, ci sono illustri precedenti

Vladimir Putin nel 2010 (ALEXEY DRUZHININ/AFP/Getty Images)

Dall’11 gennaio si parla di un dossier – con una storia da film – secondo il quale il governo russo avrebbe materiali potenzialmente compromettenti per ricattare Donald Trump, che il 20 gennaio diventerà presidente degli Stati Uniti. Il dossier è stato messo insieme da un ex funzionario dei servizi segreti britannici, ed è pubblicato integralmente da BuzzFeed – e ripreso in tuto il mondo dopo che circolava da mesi fra politici e giornalisti americani. Oltre a contenere diverse accuse secondo cui Trump sarebbe legato ad alcune persone vicino al governo russo, ci sono anche diverse informazioni imbarazzanti, fra cui una storia secondo cui Trump fece sesso con delle prostitute in un albergo di Mosca (sullo stesso letto dove mesi prima avevano dormito Barack e Michelle Obama, per “dissacrarlo” ). Quello descritto dal dossier a molti è sembrato un caso piuttosto tipico di kompromat, un particolare tipo di ricatto in uso in Russia sin dai tempi dell’URSS, e di cui negli anni sono stati documentati moltissimi casi.

Kompromat è una specie di parola contratta dalle due che in russo significano “materiali compromettenti” ed è la stessa che Dmitry Peskov, il portavoce del presidente russo Vladimir Putin, ha usato per smentire il dossier: «Il Cremlino non ha un kompromat su Trump», ha detto. È una parola con cui i funzionari russi hanno sicuramente familiarità: il kompromat esiste almeno dai tempi della Seconda guerra mondiale e da quelle parti andava piuttosto di moda ai tempi del KGB, ma pare che lo sia ancora ora che c’è il FSB, l’agenzia russa per i servizi segreti, di cui Putin fu presidente a fine anni Novanta. Ma di cosa parliamo esattamente?

Il kompromat è nella maggior parte dei casi fatto attraverso immagini o video che mostrano qualcuno (o qualcuno che gli assomiglia molto) intento in un atto sessuale o in un’attività particolarmente imbarazzante che, per vari motivi, potrebbe comprometterne il ruolo o l’immagine pubblica. In molti casi si tratta di un tranello appositamente preparato: in inglese si parla di “honeytrapping”, cioè banalmente di una trappola. Il kompromat avviene quando conoscendo i gusti sessuali di qualcuno si cerca quindi di incastrarlo, di “attirarlo verso il miele” (honey, in inglese), e poi di trarre vantaggi dall’esistenza di questi materiali. Molto spesso questi materiali sono di natura sessuale, come suggerisce l’origine stessa della parola: Time ha scritto che in russo la parola “mat” è sia un’abbreviazione di “materiali” che di una parola che significa “volgarità”.

Il primo caso noto di kompromat (ma è ipotizzabile siano esistiti molti casi di kompromat efficaci proprio perché non noti) è degli anni Cinquanta e riguarda John Vassall, che al tempo lavorava per l’ambasciata britannica a Mosca. Vassall era gay e al tempo la cosa era considerata illegale nel Regno Unito. Nella sua autobiografia Vassall raccontò che i sovietici «scoprirono il [suo] scheletro nell’armadio prima di chiunque altro» e gli mostrarono immagini di cui non aveva memoria in cui era nudo e «intento in ogni attività sessuale immaginabile, con molti uomini». Quelle immagini furono usate per ricattarlo e convincerlo a diventare una spia del KGB, il servizio segreto sovietico. Si sa di questo kompromat perché poi, durante la Guerra fredda, i britannici se ne accorsero e condannarono Vassall a 18 anni di carcere.

Il kompromat non è però solo un semplice ricatto, perché come ha spiegato Julia Ioffe sull’Atlantic è spesso accompagnato da “black PR”, pubbliche relazioni al contrario: cioè diffusione di materiali compromettenti accompagnata da notizie, voci e cose che mirano a screditare il ruolo di chi è oggetto di un kompromat.

Tony Brenton, l’ex ambasciatore britannico in Russia, ha spiegato alla CNN che il meccanismo del kompromat «fa parte del modo in cui funzionano le cose in Russia», un paese le cui agenzie di intelligence «raccolgono informazioni compromettenti sulle persone e le usano quando ne hanno bisogno». Brenton ha spiegato che il kompromat è così noto, diffuso e temuto che i diplomatici britannici che vanno a lavorare in Russia vengono prima avvisati e istruiti a riguardo. Brenton ha detto che è molto probabile che la Russia raccolga materiali di questo tipo anche sui politici statunitensi ma che è però «altamente improbabile che quei dossier finiscano in mani occidentali».

Il kompromat non è però sempre usato per diventare pubblico, anzi. In molti casi – secondo quanto sostenuto nel recente dossier sarebbe anche il caso di Trump – è usato per guadagnarsi e mantenere il controllo e l’aiuto di qualcuno, minacciando la pubblicazione di quei materiali come ritorsione. Un po’ come se un’agenzia di gossip scattasse foto compromettenti di un famoso sportivo, preferendo però accordarsi (in questo caso economicamente) con quello sportivo anziché con una rivista di gossip. Lo si fa perché in genere – ma come mostra il noto caso su Fabrizio Corona, non sempre – un personaggio noto preferisce pagare un cospicuo riscatto anziché vedere rovinata la sua immagine pubblica o la sua vita privata.

James Nixey – capo di un programma sulla Russia e l’Eurasia presso la Chatman House, un’organizzazione non governativa di affari internazionali – ha detto che è plausibile che ci sia un documento (non necessariamente un kompromat) «sulla maggior parte degli stranieri andati in Russia per motivi politici o commerciali di qualche significato». I servizi segreti e le pratiche di questo tipo esistono da molto, un po’ ovunque: il fatto, ha spiegato Nixey, è che altrove «non è usato come leva politica e economica tanto quanto in Russia».

Igor Sutyagin, ricercatore della London’s Royal United Services Institute, un centro studi indipendente, ha detto che si tratta poi di una questione culturale: «È prassi per ogni politico russo raccogliere kompromat su tutti i membri della cerchia di cui fa parte: è una questione di sopravvivenza. Non solo si può fare, è totalmente normale».

William Luers – un ex diplomatico statunitense che è stato ambasciatore in Cecoslovacchia e Venezuela e ha lavorato in Russia negli anni Sessanta – ha raccontatoTime che la cosa migliore era dare per certo di essere sempre spiato e sempre possibile oggetto di un kompromat. «Sono sicuro che quello che facevano era ascoltare quello che ci dicevamo con mia moglie, per vedere se avevamo problemi economici o qualche strana preferenza sessuale». Luers ha anche detto di aver sentito storie di diplomatici che, arrivati in Unione Sovietica, venivano drogati, storditi (o fatti addirittura svenire), così da rendere ancora più semplice la realizzazione di immagini compromettenti.

Con la fine dell’Unione Sovietica le cose non sembrano essere migliorate. Simon Saradzhyan, ex direttore di Moscow Times, ha detto a Time che il caos di quegli anni sparpagliò un po’ i vari dossier raccolti dai sovietici e il parziale miglioramento della libertà di stampa fece sì che giornali e tv iniziarono a pubblicare alcuni di quei materiali che sarebbero invece dovuti servire come ricatto “privato”, parlando anche più apertamente di cos’era e come funzionava il kompromat. Il tutto era reso ancora più semplice da un sistema legale che era ancora parzialmente in via di definizione e che lasciava molte libertà a chi pubblicava materiali compromettenti e poco margine d’azione a chi lo subiva.

Tra i casi più famosi degli anni Novanta c’è quello di Valentin Kovalev, ex ministro russo della Giustizia che subì un kompromat dopo che uscirono delle sue foto in una sauna con delle prostitute, probabilmente pagate dalla Solncevskaja bratva, una potente organizzazione criminale russa. Kovalev disse: «Il kompromat è vile. Quando inizia, non conosce limiti. In Russia il kompromat funziona sempre».

Il caso più famoso e significativo di kompromat è però del 1999, quando Yury Skuratov, che al tempo era il procuratore generale russo e stava investigando un caso di corruzione dell’allora presidente russo Boris Yeltsin. Uscirono però delle immagini – molto sgranate – in cui un uomo che sembrava essere lui faceva sesso con due prostitute in una stanza d’albergo. Il video finì sulla televisione di stato russa, Skuratov fu sospeso e le sue indagini non andarono da nessuna parte. Non fu mai provato che si trattasse veramente di lui. Lui disse che era solo una persona che gli assomigliava e accusò Putin, che allora era a capo dell’FSB, di avergli teso una trappola. Putin disse pubblicamente che l’uomo nel video era senza dubbio Skuratov. In quello stesso anno Putin divenne primo ministro. Skuratov, che nel frattempo si era candidato contro di lui alle elezioni, prese meno dell’1 per cento dei voti.

Negli ultimi anni sono diminuiti i casi di materiali compromettenti resi pubblici, e alcuni sospettano che, tra le altre cose, stiano iniziando ad essere sfruttati nuovi sistemi: per esempio alcuni agenti russi sono stati sospettati di aver appositamente inserito materiali pornografici in alcuni computer. Il caso più recente di kompromat con materiali resi pubblici è invece di qualche mese fa: l’ha subito l’ex primo ministro russo Mikhail Kasyanov e ne ha parlato un breve ed efficace video del Washington Post.

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