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  • mercoledì 30 Novembre 2016

“3%” è una sorpresa

Pochi hanno visto questa nuova serie di fantascienza di Netflix, ma quei pochi ne parlano molto bene

Dal 25 novembre è disponibile su Netflix 3%, una serie tv di fantascienza da 8 puntate da 45 minuti ciascuna. 3% non ha avuto una promozione particolare: è stata girata in portoghese – produzione e attori sono brasiliani – e parte da premesse un po’ trite, e cioè una specie di gara di sopravvivenza fra ragazzi ventenni (tipo Hunger Games, diciamo). 3% però non è una serie per ragazzi: non ha storie d’amore o scene particolarmente strappalacrime – anzi, alcune sono molto dure – e tratta in maniera molto sensibile temi come la diseguaglianza sociale e la disabilità. Nonostante il budget piuttosto ridotto – cosa evidente nelle pochissime scene girate all’aperto – è ben scritta e recitata e con un’ottima regia (il produttore della serie è il regista uruguaiano César Charlone, che nel 2003 fu nominato all’Oscar per la migliore fotografia per City of God). Abbiamo messo insieme una serie di informazioni base per saperne di più, senza spoiler (su Netflix la serie è disponibile anche in inglese e coi sottotitoli in italiano).

La trama base
3% è ambientato in un futuro prossimo post apocalittico in cui il 3 per cento della popolazione brasiliana – i più meritevoli, secondo criteri non chiarissimi – vive in una specie di pacifica e ricca oasi in mezzo al mare, mentre tutti gli altri abitano in città sporche, controllate da bande criminali e dove il cibo scarseggia. Non è chiaro se il Brasile sia l’unico paese al mondo ad avere questa situazione.

Ogni anno le persone che vivono nell’oasi offrono la possibilità a tutti i ragazzi che hanno compiuto 20 anni di entrare a far parte del loro gruppo: tutti i ragazzi ventenni quindi affrontano il Processo, una complicata serie di prove in cui man mano i meno meritevoli vengono eliminati. Le prove variano da problemi di logica a test fisici o di gruppo, durante i quali i candidati vengono portati al limite delle loro capacità (e durante le quali è possibile che vengano uccisi o si uccidano). Il Processo ha anche una specie di significato religioso – è stato istituito dai due mitici fondatori dell’oasi, di cui però nella serie si parla pochissimo – ed è supervisionato da un responsabile, un personaggio misterioso chiamato Ezequiel. Il Processo e gli abitanti dell’oasi hanno anche dei nemici: i membri della Causa, un gruppo di ribelli clandestini che cerca di combatterli, anche se non si sa bene in che modo.

La serie, in particolare, si concentra su un gruppo di ragazzi che si trova ad affrontare insieme la maggior parte delle prove: c’è Michelle, la protagonista, di cui si sa solo che forse lavora per la Causa e che ha un fidanzato che è riuscito ad accedere all’oasi ma che poi è morto; Rafael, un ragazzo molto intelligente e molto disonesto; Fernando, disabile e figlio di un sacerdote della religione che venera la coppia dei fondatori dell’oasi; Marco, il discendente di una famiglia in cui tutti i membri sono riusciti a entrare nell’oasi, e altri ancora.

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Il corto precedente
Le premesse non sono originalissime, anche perché negli ultimi anni sono usciti diversi film e serie tv che hanno raccontato vicende simili a quelle di 3% (oltre alla saga di Hunger Games, vengono in mente anche la nota serie tv Black Mirror e il film di fantascienza Elysium). L’idea non è nuova anche perché risale a qualche anno fa: nel 2011 il creatore della seria Pedro Aguilera – uno sceneggiatore brasiliano che finora ha lavorato prevalentemente a commedie e serie tv – realizzò una puntata pilota e la mise su YouTube per attrarre potenziali investitori. La puntata è ancora online e segue a grandi linee il pilot della prima puntata della serie di Netflix (che ha deciso di comprare i diritti per espanderla solo nel 2015, quattro anni più tardi).

Cosa funziona
Quasi tutto, dal punto di vista “tecnico”. Gli attori principali del cast sono molto bravi, i dialoghi sono credibili e la serie ha molto ritmo: i momenti morti sono rarissimi, insomma. Alcuni meriti di 3% però spiccano più di altri:

La critica sociale: il Brasile è un posto dove ancora oggi il divario fra la classe dirigente – in prevalenza composta da bianchi – e il resto della popolazione è molto ampio: nelle principali città brasiliane i quartieri per i ricchi sono separati dalle baraccopoli solo da pochi chilometri, e il declino economico degli ultimi anni – causato da un governo “di sinistra” che ha cercato di fare molto per le classi meno ricche del paese – ha esasperato tensioni sociali che vanno avanti da anni. 3%, più che sulle questioni economiche si concentra su quelle sociali: gli abitanti dell’oasi incoraggiano i ragazzi a crescere con il sogno di far parte del 3%, per poi abusare di loro durante il Processo e ammetterne solo una piccola parte sulla base di criteri soggettivi.

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I personaggi non banali: i produttori di 3% hanno scelto di caratterizzare i personaggi della serie in maniera molto dinamica, attraverso il modo in cui partecipano alle prove e si relazionano con gli altri partecipanti. I dialoghi esplicativi di un certo personaggio sono rarissimi, e l’infanzia dei protagonisti viene raccontata tramite brevi flashback, che riescono a non interrompere il ritmo della narrazione. Il personaggio più affascinante e anche quello potenzialmente più difficile da raccontare è Fernando, che a causa di una grave malattia è diventato paraplegico da bambino ed è stato cresciuto da un padre sacerdote e fissato con il culto dei fondatori dell’oasi. È uno dei pochi “buoni” della serie, ma anche quello dalle convinzioni più particolari: ha una fiducia totale nell’efficacia del Processo e viene messo in crisi dal fatto che se verrà ammesso nell’oasi potrà tornare a camminare, dato che sostiene di averci messo anni ad accettare e anzi costruire una identità a partire dalla sua condizione.

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Il contorno: il principale difetto di prodotti simili a 3%, cioè di fantascienza distopica, è che superano spesso la soglia di accettazione stabilita da ciascuno spettatore in relazione alle “stranezze” della trama. 3% non supera mai quella soglia: una volta accettate le premesse principali della trama, gli sviluppi sono una loro naturale conseguenza, e non c’è nulla di esagerato o dato per scontato, nemmeno nei dettagli. Il Processo porta talmente al limite le capacità di sopportazione dei candidati che alcuni muoiono durante le prove o si suicidano per la vergogna di essere stati eliminati. Cosa che a sua volta provoca la preoccupazione di una parte dei leader degli abitanti dell’oasi, che per questo mandano una loro rappresentante a sorvegliare i metodi di Ezequiel (i cattivi non sono tutti super-cattivi, insomma). Lo staff di abitanti dell’oasi che partecipa al Processo, inoltre, ha un ruolo molto attivo e simile a quello del pubblico di un talent show: ciascuno ha il proprio candidato preferito, e ne parla come di un partecipante di X Factor o Masterchef.

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Cosa ne hanno scritto i critici
I pochi che ne hanno scritto, per ora, ne hanno parlato molto bene: Motherboard ha scritto che «a prima vista, 3% sembra un’altra brutta copia di Hunger Games, un enorme gioco distopico dove a un certo punto i ragazzi apprendono di essere speciali e si ribellano contro la tirannide degli adulti. Non lo è affatto: 3% racconta in maniera brutale la diseguaglianza economica e i sacrifici che tutti noi siamo disposti a fare per migliorare la nostra condizione». Indiewire apprezza invece la scelta di Netflix di non aver “gonfiato” la serie, limitandosi a otto episodi compatti e ricchi di colpi di scena. Bustle loda le premesse intriganti della trama e la recitazione dei protagonisti, e ipotizza che già oggi ci sarebbe moltissimo materiale per un’eventuale seconda stagione.