Gordon Ramsay in un suo ristorante a Versailles, marzo 2008 (STEPHANE DE SAKUTIN/AFP/Getty Images)

Colpe e meriti di Gordon Ramsay

Compie 50 anni uno dei migliori chef al mondo, celebre però soprattutto per il caratteraccio e le sfuriate in tv, diventate una moda

Gordon Ramsay in un suo ristorante a Versailles, marzo 2008 (STEPHANE DE SAKUTIN/AFP/Getty Images)

Gordon Ramsay è uno dei cuochi, o meglio chef, migliori e più famosi al mondo, ma poche delle migliaia di persone che lo conoscono saprebbero indicare un suo piatto o il suo stile di cucina: la sua fama è legata soprattutto ai programmi tv a cui partecipa da anni, e non tanto per il suo talento culinario quanto per il carattere ingestibile, gli scatti di rabbia, le sfuriate contro collaboratori e contendenti davanti alla minima imprecisione.

«Di base, sono una prostituta. Mi prostituisco per avere un ristorante qui. Però non mi tolgo le mutande del tutto». Ramsay spiegò così il suo lavoro in tv a Bill Buford, un giornalista del New Yorker che ne stava scrivendo un ritratto per l’apertura di un suo nuovo ristorante. Da allora sono passati dieci anni: oggi Ramsay di anni ne compie 50, ha aperto nuovi ristoranti in tutto il mondo – Parigi, Tokyo, Dubai, Montréal – e fatto da giudice e protagonista a numerose trasmissioni tv: Hell’s Kitchen, Kitchen Nightmares, The F Word, Hotel Hell, MasterChef e MasterChef Junior.

Ramsay è un personaggio notevole non solo per il suo caratteraccio, che fa registrare i grandi ascolti di pubblico ai programmi cui partecipa, ma anche per la sua storia: nato in Scozia l’8 novembre del 1966, si trasferì con la famiglia a 5 anni a Stratford-Upon-Avon, una località turistica inglese famosa per essere il luogo in cui nacque Shakespeare. Il padre era un musicista fallito, donnaiolo, ubriacone e a volte violento, che trascinò la famiglia in molti vagabondaggi, finché Ramsay a 16 anni decise di andarsene ad abitare da solo. Nel frattempo aveva iniziato una carriera da calciatore, che dovette abbandonare per i molti infortuni. Durante la convalescenza di uno di questi, iniziò a interessarsi al cibo, che in famiglia era soltanto qualcosa da mettere sotto i denti per scacciare la fame: in scatola, economico, fritto o in lattina. A 19 anni abbandonò il calcio e si iscrisse all’università per studiare la gestione degli hotel. Iniziò a lavorare nella cucina di un pub e poi in un ristorante, dove gestiva una sala per 60 persone, ma che dovette abbandonare a causa della relazione che iniziò con la moglie del proprietario.

A quel punto si spostò a Londra, dove sfogliando una rivista scoprì la storia di Marco Pierre White, lo chef di Harveys, uno dei più importanti ristoranti di cucina francese della città: la foto, con White che sembrava una rock star, era accompagnata dalla frase “Cooking is more important than life”, “Cucinare è più importante di vivere”. Ramsay decise che avrebbe lavorato per White e in qualche modo, da cuoco di provincia che era, riuscì a farsi assumere dallo chef più in voga del momento, che a 27 anni era il più giovane ad avere due stelle Michelin. Uscì da Harveys due anni dopo, completamente trasformato, assorbendone – a suo dire – il modo di lavorare: ritmi massacranti e modi spicci e aggressivi con i collaboratori (che sopportano quasi tutto e lo seguono con devozione). Ramsay ha detto più volte di dovere tutto a White, tranne la «leggerezza, la delicatezza, la raffinatezza e l’equilibrio» della sua cucina. I suoi piatti sono infatti l’opposto del suo carattere: pieni di armonia ed equilibrio, nei sapori, nei colori, nella composizione.

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La copertina del libro di cucina “White Heat” di Marco Pierre White, nell’edizione celebrativa per il 25mo anniversario dalla prima pubblicazione.

Come prevedibile, i caratteracci dei due finirono per scontrarsi: Ramsay se ne andò, lavorò per altri importanti ristoranti londinesi, si trasferì a Parigi per perfezionare la conoscenza della cucina francese e lavorò per due altri due chef rinomati e stellati: Guy Savoy e Joël Robuchon. Nel 1993 tornò a Londra per aprire con White un nuovo ristorante, Aubergine, di cui deteneva il 25 per cento delle quote: serviva tartufi, caviale, foie gras, le prenotazioni richiedevano mesi e mesi di anticipo, e in due anni ottenne una stella Michelin. Dopo l’ennesimo litigio, Ramsay se ne andò e aprì il suo primo ristorante, il Restaurant Gordon Ramsay, nel quartiere londinese di Chelsea: nel 2001 ottenne la sua prima stella Michelin, che poi divennero le tre che detiene ancora.

Nel frattempo Ramsay era diventato un personaggio televisivo conosciuto e di successo, e trascorreva più tempo in tv che in cucina. Aveva iniziato nel 1997 come giudice in una sorta di MasterChef per studenti di catering ma la svolta era arrivata nel 1999 con Boiling Point, un documentario in cinque parti andato in onda su Channel 4 che seguiva i primi mesi di preparativi e apertura del suo ristorante a Chelsea: ebbe un enorme successo per – ormai l’avete capito – le sfuriate di Ramsay, che imprecava, minacciava, insultava tutti quelli che lavoravano con lui e gli orbitavano attorno. Lo stesso Ramsay si stupì della violenza del suo comportamento guardandosi in tv. Nacque così il personaggio di Gordon Ramsay, sempre più richiesto dalla tv inglese e poi americana, che realizzarono trasmissioni trasmesse in tutto il mondo. Dal 2004 al 2008 andò in onda sul britannico Channel 4 Ramsay’s Kitchen Nightmares (in italiano, Cucine da incubo): in ogni puntata Ramsay cercava di salvare un ristorante dal fallimento raddrizzando gli errori gestionali e culinari dei proprietari, ovviamente a suon di improperi e scenate. Nel 2011 ne è uscita una versione equivalente ambientata però negli hotel, Hotel Hell.

Dal 2003 al 2009 è andata in onda la versione britannica di Hell’s Kitchen (in italiano Hell’s Kitchen – Il diavolo in cucina), da cui ne è stata tratta quella americana nel 2005, arrivata alla sedicesima edizione (ce ne saranno almeno altre due): è un reality show in cui due squadre di aspiranti cuochi si sfidano tra loro e il vincitore verrà poi assunto in un ristorante di lusso (il programma è famoso anche per il modo in cui i concorrenti sono tenuti a rispondere a Ramsay: «Sì, Chef»). Il suo modo di umiliare e maltrattare i concorrenti, mai visto in un tempo in cui i programmi di cucina avevano quasi sempre un che di rassicurante e zuccheroso, è diventato una moda, e ormai un giudice di MasterChef è poco credibile se non lancia qualche piatto o sputa indignato dopo aver assaggiato qualcosa.

Nel frattempo, grazie a ristoranti, ricettari, apparizioni televisive e la presenza sui social network, Ramsay, che vive a Londra – è sposato e ha quattro figli – è diventato ricco e famoso: secondo una stima fatta da Forbes nel 2015, nei dodici mesi precedenti aveva guadagnato 60 milioni di sterline, circa 67 milioni di euro, arrivando al 21esimo posto della classifica delle celebrità che guadagnavano di più. Ma la sua carriera non ha portato vantaggi solo a lui: ha contribuito a formare una nuova squadra di chef britannici quando fino a 20 anni fa i ristoranti di lusso (quelli in cui si mangiava veramente bene in Regno Unito) erano gestiti quasi esclusivamente da chef francesi. «A dire il vero non so cosa sia il cibo inglese», disse sempre Ramsay a Buford. «Spotted dick? (un pudding di frutta secca e crema inglese, ndr) Toad-in-the-hole? (un piatto a base di salsicce, Yorkshire pudding, accompagnato da verdure e salsa di cipolle, ndr). Il curry è il piatto nazionale e la gente frigge ancora i Mars per cena». Grazie a Ramsay oggi qualcuno avrà la tentazione di preparare gnocchi al tartufo, un’insalata col melograno o un ricercato piatto di linguine.

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Una foto pubblicata da Gordon Ramsay (@gordongram) in data: