(Stacie Scott/The Gazette via AP)

Storie di bambini baciati dai politici

Cosa sono diventati sei americani che da bambini a un certo punto sono stati fotografati in braccio a Clinton, Bush e altri

di May–Ying Lam – The Washington Post
(Stacie Scott/The Gazette via AP)

«Ecco un bell’esemplare di gioventù americana», disse l’allora candidato alla presidenza americana – e futuro presidente – Andrew Jackson esaminando un bambino dalla faccia impiastricciata che gli era stato messo in braccio durante una sosta della sua campagna elettorale all’inizio dell’Ottocento. La scena avrebbe potuto segnare l’inizio della più sacra tra le tradizioni delle campagne elettorali americane – i candidati che tengono in braccio e baciano i bambini – se non fosse che Jackson rifilò poi il bimbo a un politico lì vicino ordinandogli di baciarlo, prima di defilarsi. Ovviamente sappiamo per quale motivo i momenti con i bambini sono una parte così importante delle campagne elettorali: servono a rendere più umani i candidati. Di solito, però, quello che non sappiamo è come le vite di quei bambini proseguono, o come erano finiti al centro dell’attenzione politica. Queste sono le storie di sei di loro.

Fleure Fraser

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Fleure Fraser (Ian Maddox)

Nonostante il 29 giugno del 1999 avesse solo tre anni, Fleure Fraser si ricorda dei momenti più importanti di quella giornata. Ricorda di avere fatto le prove per lo spettacolo di ballo del suo gruppo, di come i genitori delle ragazze avessero lavorato insieme per far brillare i loro vestitini rosa e di come avesse dato il massimo quando arrivò finalmente il momento di esibirsi alla fiera di Del Mar, in California. Ma quando le si chiede cosa successe dopo che scese dal palco e fu accompagnata via da degli estranei, la memoria di Fraser si blocca. Non ricorda il momento in cui fu piazzata davanti al candidato presidente George W. Bush, che stava mangiando un dolce alla cannella, e che Bush la baciò sulle labbra.

La presenza di Bush alla fiera nella città a nord di San Diego faceva parte del suo tour di tre giorni in sette città della California, che aveva un obiettivo spesso complicato per i candidati Repubblicani: ottenere il voto degli elettori latino-americani. Il Partito Repubblicano veniva visto come un partito anti-immigrazione, ma i latino-americani erano la minoranza che cresceva più rapidamente negli Stati Uniti, con cui Bush aveva tra l’altro già fatto progressi in passato in Texas. Alla fiera, Bush era andato a un corso di formazione tecnologica rivolto alle minoranze e parlato di istruzione in spagnolo. «Se non sapete leggere non potete realizzare il sogno americano», aveva detto ai presenti. Quel giorno lo stratega politico ed esperto di immagine Mark McKinnon stava girando un video che avrebbe dovuto ammorbidire l’immagine di Bush mentre il candidato girava per la fiera. Un collaboratore aveva indicato Fraser a Bush, che si inginocchiò per baciarla. Poco dopo, Bush avrebbe accarezzato una pecora.

Oggi Fraser ha vent’anni ed è all’ultimo semestre al Cuyamaca College di El Cajon, in California. Si sta preparando per fare domanda alla scuola per infermieri e vuole diventare un’ostetrica. Fraser è cresciuta guardando molti telegiornali e programmi di informazione, tra gli altri su CNN, MSNBC e Fox News. Nella sua famiglia si discute spesso degli ultimi fatti di politica, ma Fraser fa fatica a entusiasmarsi per il suo primo voto in un’elezione presidenziale. Il suo entusiasmo iniziale per la candidatura di Hilary Clinton è svanito dopo aver visto i moltissimi selfie di Clinton con dei personaggi famosi. Fraser pensa anche che nella campagna elettorale sia mancato il rispetto nei confronti dei candidati avversari e dei loro sostenitori. Nonostante la sua delusione, Fraser sa che il giorno delle elezioni darà comunque il suo voto poco convinto.

Kate e Lindsay Handy

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Kate e Lindsay Handy (Chad Kirkland/For The Washington Post)

Sui cappelli delle gemelle c’era un adesivo con la scritta “BUSH”. Il candidato presidente rise di gusto mentre stringeva le bambine per farsi fare una foto, tenendole goffamente in braccio. La madre delle bambine, Kathleen Anderson, le aveva preparate per l’occasione: vestitini eleganti coordinati blu con sfumature rosse – patriottici ma in modo sottile – calze coordinate, scarpe coordinate e, dal momento che a Provo, in Utah, quel giorno faceva freddo, anche cappellini coordinati. Il 9 marzo del 2000 Anderson era andata a prendere il figlio di 7 anni a scuola, si era messa a guidare per un’ora da Salt Lake City, e aspettava pazientemente George W. Bush. Al suo arrivo aveva notato un gruppo di dipendenti del comitato elettorale di Bush che indicavano le sue figlie di 7 mesi, Kate e Lindsay, e quindi non fu sorpresa quando dopo aver fatto il suo discorso Bush puntò dritto verso di lei e le chiese di fare una foto con loro. Anderson e le sue figlie furono circondate da uno stuolo di fotografi e il rumore delle macchine fotografiche riempì l’aria. Bush aveva un motivo speciale per sorridere: il senatore John McCain, suo rivale e ostacolo principale nella corsa verso la nomination del Partito Repubblicano, aveva ammesso la sconfitta qualche ora prima.

Oggi Kate e Lindsay hanno 17 anni, sono all’ultimo anno di liceo e sono impegnate tra le lezioni, la loro attività di cheerleader per la squadra della scuola e cercano di capire quale sarà il prossimo capitolo delle loro vite. Lindsay è orientata verso una laurea in design d’interni, mentre Kate sta cercando di capire se vuole diventare un’insegnante, un’allenatrice di cheerleader o un avvocato. La maggior parte di quello che sanno di politica è merito della madre, che ad agosto è stata nominata direttrice delle comunicazioni del comitato elettorale di Donald Trump in Utah. Anderson ricorda di essersi «scaldata a scuola per la prima volta» durante una discussione su Ronald Reagan e Jimmy Carter, alle medie. Le sue figlie, invece, stanno iniziando ora a sviluppare una coscienza politica, e dicono che si informeranno di più quando avranno l’età per votare.  «Non voglio essere il tipo di madre che dice ai suoi figli come pensare o cosa dire», ha detto Anderson.

Luke Ervin

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Luke Ervin (William DeShazer/For The Washington Post)

Da piccolo Luke Francis Ervin era un bambino ubbidiente: mangiava quando gli veniva detto di mangiare e dormiva quando gli veniva detto di dormire. Ervin ebbe lo stesso atteggiamento durante un incontro casuale con il candidato alla presidenza Bill Clinton, il 21 luglio 1992. Aveva l’abitudine di guardare fisso negli occhi le persone che gli stavano intorno, e fece lo stesso con Clinton. In mezzo a una marea di sostenitori di Clinton, suoi collaboratori e fotografi, Ervin sembrò essere l’unico che cercava di scrutare l’uomo che aveva davanti. Sua zia, Mary Rodgers, si era portata dietro il nipote di 5 mesi quando era uscita per accompagnare la figlia a pallavolo. Rodgers non sapeva che il comitato di Clinton si era insediato alla Seneca High School, di Louisville. Ervin indossava una tutina colorata con dei disegni di giocatori di baseball. Dopo che la foto fu scattata Clinton baciò la testa senza capelli del bambino e lo restituì a Rodgers. La zia di Ervin era già orientata a votare per Clinton, ma l’intensità dell’incontro tra il candidato e suo nipote rafforzò la sua idea. Dodici giorni prima, Bill Clinton aveva scelto Al Gore come candidato vicepresidente, e sei giorni dopo la loro candidatura fu ufficializzata alla convention del Partito Democratico. Subito dopo, per quasi una settimana, Clinton e Al Gore girarono gli Stati Uniti con le rispettive mogli. La visita a Louisville era in programma per il penultimo giorno.

Ovviamente Ervin non ha ricordi di quella giornata. Nel 2013, però, decise di tornare a esaminare attentamente Bill Clinton. Quando il suo professore di storia al Centre College di Danville, in Kentucky, assegnò ai suoi studenti una ricerca su un argomento a piacere, Ervin decise di occuparsi del perché dopo lo scandalo su Monica Lewinsky il tasso di approvazione di Clinton era salito («Pare che Clinton non abbracciasse e baciasse soltanto i bambini come me ai comizi», scrisse nell’introduzione). Ervin presentò la sua ricerca durante l’incontro annuale della Kentucky Political Science Association del 2014. Oggi ha 24 anni ed è all’ultimo anno di giurisprudenza alla University of Louisville, dove segue le orme del padre. Ha detto che voterà per Hillary Clinton, ma che non è sicuro di cosa aspettarsi da Bill Clinton nel caso in cui diventi il primo first gentleman: «Sperò che sostenga Hillary e non crei distrazioni».

Nick e John Poulos

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Nick e John Poulos (Darren Hauck/For The Washington Post)

Il 3 aprile 1988 per Nick e John Poulos era la prima Domenica della Palme e per l’occasione la madre aveva scelto per loro degli eleganti completi di velluto con delle piccole camicie. Quello fu anche il giorno in cui i gemelli di tre mesi incontrarono inaspettatamente il candidato presidente e beniamino della comunità greca Michael Dukakis nella chiesa frequentata dalla famiglia a Wauwatosa, in Wisconsin. Nonostante mancassero solo due giorni alle primarie democratiche in Wisconsin, la moglie del prete Toula Trifon ha detto che Dukakis parlò pochissimo di politica. L’allora governatore del Massachusetts preferì invece gironzolare per la chiesa e mescolarsi ai fedeli, giovani e vecchi. Al pranzo dopo la funzione Trifon legò un grembiule alla vita di Dukakis e gli diede una spatola, facendogli servire il merluzzo al forno con le cipolle. Dukakis indossava ancora il grembiule quando venne fotografato da un fotografo di Associated Press alla Helen Greek Orthodox Church con le braccia intorno ai gemelli. Vicino a loro nella foto ci sono le persone che li avrebbero visti crescere e diventare adulti. Nick oggi è un responsabile nel concessionario d’auto del padre, mentre John fa il consulente finanziario per la società d’informatica Dell. Padre Theodore, che nella foto si intravede alla sinistra di Nick, ha poi battezzato i gemelli e sposato John e sua moglie Nina nel 2015.

All’epoca Dukakis era in corsa con Jesse Jackson per diventare il candidato presidente del Partito Democratico. La sua candidatura non era stata ancora compromessa da uno spot dei Repubblicani in cui si vedeva Dukakis in un carro armato con in testa un casco della misura sbagliata, mentre sorrideva e puntava il dito verso la telecamera. Non era nemmeno stato ancora attaccato per il suo controverso programma di licenze ai detenuti e per una sua goffa risposta sul suo sostegno alla pena di morte nel caso in cui sua moglie fosse stata stuprata e uccisa. Questi incidenti avrebbero attenuato il messaggio di Dukakis sulla forza del sogno americano e su come suo padre, un immigrato greco, era riuscito a realizzarlo. La storia del padre dei gemelli Poulos, Chris, era stata simile. Chris Poulos era arrivato negli Stati Uniti dalla Grecia con soli 52 dollari e, visto che non parlava inglese, aveva un bigliettino nel portafoglio che spiegava chi fosse e che doveva andare a Milwaukee per raggiungere la sorella. Una volta arrivato in Wisconsin, Poulos si stabilì e iniziò a lavorare sodo. Conobbe sua moglie Marie, con cui ebbe poi quattro figli e fondò l’azienda di famiglia, Chris’ Auto Service. John teme che negli Stati Uniti non ci siano più le opportunità che hanno reso possibili i successi di suo padre, per via dell’andamento dell’economia e dei problemi che hanno i suoi amici a trovare lavoro. È anche preoccupato del fatto che quelle opportunità non ci saranno nemmeno per suo figlio Christos, che ha un anno. I fratelli Poulos non sono soddisfatti del tenore dell’attuale campagna elettorale presidenziale. «Ho la sensazione che vengano fatte molte domande sperando che arrivino poi delle risposte», ha detto John. «Gran parte di quello che sento è soltanto retorica», ha aggiunto.

© 2016 – The Washington Post