(AP Photo/Vahid Salemi)
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  • mercoledì 12 Ottobre 2016

La storia di Zeinab Sekaanvand Lokran

È una ragazza di 22 anni che potrebbe essere impiccata domani in Iran, condannata a morte per l'omicidio del marito che abusava di lei

(AP Photo/Vahid Salemi)

Zeinab Sekaanvand Lokran, una ragazza curdo-iraniana di 22 anni, potrebbe essere impiccata domani, giovedì 13 ottobre, a Teheran, dopo essere stata condannata a morte nel 2014 perché accusata di aver ucciso due anni prima il marito che abusava di lei e la picchiava. La sentenza era stata sospesa quando la donna si era risposata ed era rimasta incinta mentre si trovava in carcere: il bambino è nato morto lo scorso 30 settembre e ora la condanna può essere eseguita. Amnesty International ha chiesto che l’esecuzione della pena di Zeinab Sekaanvand Lokran venga sospesa nuovamente e ha definito il suo percorso giudiziario fino al processo di condanna «profondamente ingiusto».

Zeinab Sekaanvand Lokran sposò l’uomo che poi avrebbe ucciso quando aveva 15 anni. Era nata in una famiglia curdo-iraniana povera e molto conservatrice e vide nel matrimonio con Hossein Sarmadi l’unica via di uscita da una vita che non voleva più vivere. Decise dunque di scappare e di sposarsi ma poco tempo dopo lui cominciò a maltrattarla. La donna denunciò più volte alla polizia i comportamenti del marito, ma non venne preso alcun provvedimento contro di lui e non venne aperta alcuna indagine. Tentò allora di chiedere il divorzio, ma lui non glielo concesse e venne anche rifiutata dai genitori quando provò a tornare a casa. Due anni dopo il matrimonio, nel 2012, Zeinab Sekaanvand venne accusata di aver accoltellato il marito e di averlo ucciso.

La donna fu arrestata nel febbraio del 2012: ha poi raccontato di essere stata trattenuta nella stazione di polizia per venti giorni durante i quali venne più volte torturata dagli agenti e dove confessò di essere colpevole. Per molti mesi, durante la detenzione preventiva, le fu negato l’accesso a un avvocato e poté incontrarne uno d’ufficio per la prima volta solo in occasione della sua udienza finale, il 18 ottobre del 2014. Durante quell’udienza Zeinab Sekaanvand Lokran ritrattò la sua confessione, negando di aver commesso l’omicidio e accusando invece il fratello del marito, che in passato l’aveva violentata. La donna ha spiegato di essersi dichiarata colpevole spinta proprio da lui, che le avrebbe promesso di salvarla dalla pena di morte concedendole il perdono: in Iran i parenti delle vittime di omicidio hanno il potere di perdonare l’autore del reato e di accettare un risarcimento.

La ritrattazione di Zeinab Sekaanvand Lokran venne però ignorata e i giudici fecero affidamento solo sulla “confessione” che la donna aveva fatto senza un avvocato presente: il 22 ottobre 2014 fu condannata alla pena di morte.

In Iran i minorenni possono evitare la pena di morte se il giudice riconosce la loro incapacità di rendersi conto della gravità del reato commesso. Zeinab Sekaanvand Lokran, secondo documenti medici citati da Amnesty International, è affetta da un grave disturbo depressivo, ma in carcere non è stata curata e non le è stata concessa alcuna attenuante.

L’esecuzione di Zeinab Sekaanvand Lokran è stata rinviata quando la ragazza si è risposata con un prigioniero in carcere ed è rimasta incinta. Il 30 settembre ha partorito un bambino, che era già morto, e la sospensione della sentenza è stata annullata. I medici dicono che il neonato sarebbe morto due giorni prima del parto a causa di un forte shock subito da Zeinab Sekaanvand Lokran quando ha saputo che era stata eseguita la condanna a morte della sua compagna di cella. La ragazza è tornata in carcere il giorno dopo il parto e, secondo Amnesty International, non le è stato permesso di vedere un medico per l’assistenza post-parto o per un supporto psicologico.

L’Iran ha sottoscritto la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia e sarebbe dunque obbligato a vietare le condanne a morte per i minori. Secondo quanto riportato da Amnesty International sarebbero almeno 49 i minorenni che si trovano nelle carceri dell’Iran in attesa che venga eseguita la loro condanna a morte.