Ben Folds durante un concerto a Philadelphia, Pennsylvania, USA (Lisa Lake/Getty Images for NAMM)

Undici belle canzoni di Ben Folds

Uno che è stato in tour con Elliott Smith e ha fatto un disco con Nick Hornby, tra le altre cose: oggi compie 50 anni

Ben Folds durante un concerto a Philadelphia, Pennsylvania, USA (Lisa Lake/Getty Images for NAMM)

Ben Folds è un pianista e cantautore statunitense: è nato il 12 settembre 1966 e oggi compie 50 anni. Viene spesso paragonato a Elton John, da cui però lo allontana parecchio una certa ironia dei testi. Tra le altre cose è stato in tour con Elliott Smith, a cui ha dedicato una canzone, e ha fatto un disco con lo scrittore Nick Hornby. Le canzoni sono quelle scelte da Luca Sofri, peraltro direttore del Post, per il libro Playlist, la musica è cambiata.

Ben Folds
(1966, Winston-Salem, North Carolina)
Ben Folds è americano, di grande culto nell’ambiente universitario, ed è spesso paragonato a Elton John per come sa scrivere canzoni pop attorno a un pianoforte. Il paragone è stato sancito dalla sua memorabile cover di “Tiny Dancer”. Prodigo nelle collaborazioni, è uno dei giovani più stimati nell’ambiente pop americano. Per la prima parte della sua carriera incise con una band sotto il nome di “Ben Folds five”.

Best imitation of myself
(Ben Folds five, 1995)
“La migliore imitazione di me stesso”: la ingombrante questione di essere se stessi, cambiare, crescere, correggersi, e capire come mai siamo amati per quello che siamo e lo stesso c’è sempre qualcosa che non va in quello che siamo.

Army

(The unauthorized biography of Reinhold Messner, 1999)
Nel leggendario prologo di “The river” di Springsteen, suo padre non vede l’ora che parta militare – “faranno di te un uomo, ti taglieranno i capelli” – salvo poi sentirsi sollevato quando lui torna e lo hanno riformato: “that’s good. That’s good”.
 Qui Ben Folds racconta di quando un giorno disse a suo padre che pensava di arruolarsi, e quello gli rispose “ti sei fumato il cervello?”. Nella versione dal vivo contenuta in Ben Folds live (pieno di esecuzioni ricche e diverse: i concerti di Ben Folds sono un circo) lui si porta dietro il coro di tutto il pubblico.

Zak and Sara
(Rockin’ the suburbs, 2001)
Solidamente appoggiata a un ribollire di pianoforte e a un “lalalà” che ti si incolla addosso, la storia di una coppia un po’ squinternata, a cominciare dai nomi (“Sara senz’acca, Zak senza ci”).

Not the same

(Rockin’ the suburbs, 2001)
«È la storia vera di un tipo che durante una festa sale su un albero un po’ fatto e quando tutti sono andati via, il mattino dopo, scende e si converte, e diventa un cristiano rinato (come il presidente Bush, nda). Sale su un albero, e trova Gesù. Mi ha fatto pensare alle più piccole cose che fai che possono cambiare la tua vita. Dopo non sei più lo stesso. Si rompe la macchina, ti picchiano a scuola, incontri una ragazza, vai a dormire. E dopo non sei più lo stesso» (Ben Folds).

Fred Jones part 2

(Rockin’ the suburbs, 2001)
Un valzer, con John McCrea dei Cake in supporto. Sarà che “mistegiòns” suona sempre benissimo con tutto (vedi “Mr. Jones” dei Counting Crows, ma anche “Me and Mrs. Jones”), ma il momento in cui fa “and I’m sorry, mister Jones” è magico. Mister Jones è un giornalista nel giorno della pensione, un giorno importante e drammatico, e ha impacchettato tutto e sta lasciando la redazione, e intorno a sé tutto procede uguale e tutto lo ignora, come se la sua presenza lì non avesse contato mai nulla. Va a casa e prova a dipingere, ma quel che esce non gli piace. “E quei bastardi hanno preso il suo posto”.

The luckiest

(Rockin’ the suburbs, 2001)
La canzone d’amore coniugale più dolce del mondo. Non fatela sentire a vostra moglie, che sennò sbotta: “ecco, vedi lui…”.

One down
(Ben Folds live, 2002)
Ben Folds sta nello stesso campionato di Burt Bacharach, Billy Joel, e Elton John. Cambia solo l’ironia del testo, che in una confezione dolce e romantica racconta degli sforzi per soddisfare il contratto discografico: che in base a dei precisi accordi quantitativi gli impone di scrivere ancora quattro canzoni virgola sei. E con questa, fanno tre virgola sei.

Late
(Songs for Silverman, 2005)
“Sai, Elliott, suonavi una gran chitarra, e giocavi pesante a basket. Ma le tue canzoni sono state la mia vita. Volevo solo dirtelo”. Ben Folds si ricorda di Elliott Smith, di quando erano in tour assieme e di quale grandissimo scrittore di canzoni fosse, prima di morire misteriosamente a 34 anni.
“The songs you wrote got me through a lot just wanna tell you that. But it’s too late”

Picture Window
(Lonely Avenue, 2010)
Nel 2010 Ben Folds pubblicoò un disco di canzoni scritte assieme al romanziere Nick Hornby, quello di Alta fedeltà e altri frequenti sconfinamenti nel mondo della musica. Venne fuori uno dei dischi più belli di Ben Folds.
Hope is a bastard, hope is a liar.

Belinda
(Lonely Avenue, 2010)
Storia straordinaria e forse autobiografica di autore di canzoni con malinconie d’amore che culmina nel verso in cui lui confessa a Belinda di essersi innamorato “di un’altra che ho conosciuto sull’aereo”, che aveva “due grosse tette, un bel sorriso, e mi ha regalato lo champagne omaggio”. E mentre lui canta e il pubblico canta con lui, lui in realtà ha la testa altrove.

Long way to go
(So there, 2015)
Valzer, di tempo che è poco e che se ne va, subito, come nelle canzoni.