(AP Photo/Carolyn Kaster)

Il movimento di Bernie Sanders è partito col piede sbagliato

Esiste da poco ma metà dei dirigenti se n'è già andata: c'entrano i difetti emersi durante le primarie e qualche preoccupazione sulla sua trasparenza

(AP Photo/Carolyn Kaster)

Mercoledì 24 agosto Bernie Sanders, il senatore americano “socialista” che negli scorsi mesi è stato il principale sfidante di Hillary Clinton alle primarie del Partito Democratico per la presidenza degli Stati Uniti, ha lanciato un movimento politico, Our Revolution. Il movimento di Sanders – che non è alternativo al partito; è un po’ come “Organizing For America” di Barack Obama – avrà come obiettivo la promozione dei temi cari a Sanders e ai suoi elettori, e il sostegno ai candidati locali per cercare di spostare a sinistra le posizioni del Partito Democratico.

C’era molta attesa per Our Revolution: durante le primarie Sanders – che prima di allora non aveva mai avuto un ruolo di primo piano nella politica nazionale, e non faceva nemmeno parte dei Demoraciti – è riuscito a farsi votare da più di 13 milioni di persone, ad attirare tanti giovani e più nello specifico a introdurre molte delle sue proposte nel programma di Clinton e nel dibattito politico americano. Secondo diversi giornali americani, però, Our Revolution è partito col piede sbagliato: nei giorni scorsi otto dei quindici dirigenti dell’organizzazione si sono dimessi in polemica con la nomina del capo dell’organizzazione, cioè l’ex responsabile della campagna elettorale di Sanders, Jeff Weaver (considerato inadeguato per un incarico così diverso dal precedente, e scelto soltanto perché “uomo di fiducia” di Sanders). In generale circolano preoccupazioni sulla natura stessa dell’organizzazione, che sarà in grado di ricevere grosse donazioni senza rivelare i nomi dei propri finanziatori, in apparente contrasto con lo spirito della campagna di Sanders alle primarie, e sul ruolo di Sanders, che secondo lui stesso sarà marginale.

Una dei punti di forza – e in un certo senso anche di debolezza – della campagna di Sanders alle elezioni primarie era stata la sua capacità di attirare gli elettori più giovani: secondo il Wall Street Journal, fino ai primi di giugno Sanders era stato votato dal 71,6 per cento degli elettori delle primarie nella fascia di età tra 17 e 29 anni. Buona parte di loro erano stati coinvolti nella fitta rete di comitati e gruppi di attivisti locali, considerata uno dei punti di forza della sua campagna. Sanders alla fine ha perso le primarie soprattutto per il grande divario di consensi a favore di Clinton tra i neri – sempre secondo il Wall Street Journal, tre elettori neri su quattro alle primarie hanno preferito Clinton – e negli stati più grandi. La scarsa sensibilità di Sanders nei confronti delle minoranze è stata spesso considerata uno dei punti più deboli della sua candidatura.

A giudicare dalla nomina di Weaver, secondo i suoi critici, Our Revolution non sembra voler rimediare alle debolezze della campagna di Sanders o puntare particolarmente sui suoi aspetti positivi. Weaver è uno storico assistente di Sanders – anche se negli scorsi anni ha avuto una breve carriera da proprietario di una fumetteria – ed è ancora molto legato ai metodi tradizionali di campagna elettorale: e quindi spingerà probabilmente per spot televisivi e grossi eventi di raccolta fondi, più che per lo sviluppo di piccoli gruppi di pressione “dal basso”, come richiesto da alcuni attivisti. Claire Sandberg, che fino alla scorsa settimana era stata il capo dell’organizzazione di Our Revolution, ha spiegato al New York Times di aver lasciato il proprio incarico insieme ad altri perché «temevano che Jeff avrebbe gestito male l’organizzazione così come ha gestito male la campagna: [e cioè] che ne avrebbe tradito l’obiettivo centrale accettando soldi dai milionari per poi reinvestirli in spot televisivi, senza insistere sull’attivismo dal basso e sulla costruzione di un movimento spontaneo».

Quando parla dei “milionari”, Sandberg si riferisce al fatto che Our Revolution è stata messa in piedi come una organizzazione del tipo 501(c)(4) – dal numero della sezione della legge fiscale in cui è contenuta – cioè una associazione no profit che non è tenuta a diffondere il nome dei suoi finanziatori. In molti hanno fatto notare la contraddizione fra la natura di Our Revolution e le posizioni molto nette sulla trasparenza del finanziamento politico negli Stati Uniti dichiarate da Sanders durante la campagna elettorale. Un altro problema sottolineato da quelli che se ne sono andati: sia Weaver sia Shannon Jackson, che lavora per conto di Sanders dal 2009, sono bianchi. Una fonte vicina all’organizzazione ha spiegato al Guardian che alcuni attivisti «sono preoccupati di quanto [Weaver e Jackson] siano qualificati per coordinare persone appartenenti a minoranze». Altri ancora, in maniera più sottile, hanno fatto notare che un’organizzazione di tipo 501(c)(4) non può lavorare direttamente con i politici: cosa che di fatto esclude un impegno visibile di Sanders negli eventi e nelle campagne di Our Revolution. Parlando col New York Times, Sanders ha detto: «in qualità di senatore, non potrò dirigere o controllare Our Revolution».

Nel suo discorso di 40 minuti tenuto in occasione del lancio di Our Revolution, Sanders ha parlato per circa mezz’ora dei successi della sua campagna per le primarie, lasciando solamente intuire quali saranno le prime battaglie politiche di Our Revolution. Fra le cose note, sappiamo che Our Revolution promuoverà il “sì” a un referendum in California per obbligare lo stato a pagare di meno le medicine alle aziende farmaceutiche, così come il “sì” a un referendum per creare un sistema sanitario pubblico in Colorado. Inoltre, l’account Twitter di Our Revolution da giorni sta facendo campagna elettorale contro l’approvazione del TPP, un grande accordo di libero scambio tra gli Stati Uniti e undici paesi asiatici (uno dei punti su cui la posizione molto netta di Sanders ha probabilmente influenzato quella di Clinton, che da segretario di Stato era stata favorevole all’approvazione del trattato mentre ora è contraria).

Our Revolution si è anche impegnata a sostenere alcuni candidati alle elezioni locali per i deputati e i senatori (sia i referendum sia le elezioni locali si terranno nello stesso giorno delle presidenziali, l’8 novembre). Secondo Vox, però, per il momento sono solamente tre i candidati sostenuti da Our Revolution che hanno qualche speranza di essere eletti: uno di questi, il professore universitario Tim Canova, deve ancora vincere le primarie per candidarsi a deputato in Florida contro l’ex capo del Partito Democratico Debbie Wasserman-Schultz (e di recente si è lamentato perché Sanders non ha ancora partecipato a un evento della sua campagna elettorale).