(ANSA/FRANCO SILVI)
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  • sabato 21 Maggio 2016

Perché l’infermiera di Piombino è stata scarcerata

Secondo il tribunale di Firenze, a carico della donna accusata di avere ucciso 13 pazienti non ci sono indizi "precisi" e "concordanti"

(ANSA/FRANCO SILVI)

Il tribunale del riesame di Firenze ha depositato la sentenza che lo scorso 21 aprile ha stabilito la scarcerazione di Fausta Bonino, l’infermiera dell’ospedale di Piombino, in provincia di Livorno, arrestata circa due mesi fa con l’accusa di aver ucciso 13 pazienti dell’ospedale locale con alcune iniezioni di eparina, un farmaco anticoagulante. Secondo il tribunale, gli indizi che hanno portato all’arresto non sono connotati da «da gravità, precisione e concordanza». Nei giorni successivi all’arresto di Bonino, molti giornalisti e commentatori avevano già espresso diversi dubbi sulla solidità delle indagini.

Nella sentenza, il tribunale di Firenze scrive che per otto dei 13 pazienti morti non ci sono prove dell’assunzione di una dose insolita di eparina. Un nono caso sarebbe dubbio, mentre in altri quattro la morte sembrerebbe collegata alla “scoagulazione” del sangue – cioè a una sua maggiore fluidità – dovuta all’eparina. Non è chiara invece la relazione tra il momento della morte e quello della possibile somministrazione di eparina. Chiarire questa relazione temporale è molto importante per capire chi avrebbe potuto compiere l’iniezione: servirà a capire se Bonino fosse di turno o meno quando ai pazienti in questione è stata somministrata l’eparina.

I giudici scrivono che un’idea più chiara di come si sono svolti i fatti si potrà avere soltanto dopo la presentazione di una relazione medico-legale, al momento ancora in corso, che consenta di avere chiarimenti «in riferimento al lasso temporale dell’effettuazione dell’eparina, agli effetti dell’eparina, ai tempi di reazione, alle variabili dipendenti dalle condizioni di salute, dall’età, da eventuali patologie in atto». Secondo i giudici, i carabinieri del NAS, che hanno condotto le indagini, sono stati fin da subito convinti della colpevolezza dell’infermiera e «avrebbero concentrato gli sforzi investigativi solo nel senso di riscontrare tale ipotesi senza indagare ad ampio raggio».