(Da "Boris")
  • Cultura
  • mercoledì 27 aprile 2016

Come si fa una serie tv

Passo dopo passo, cosa succede dal momento in cui qualcuno ha un'idea a quello in cui, mesi dopo, tutti gli altri la vedono in tv o in streaming

(Da "Boris")

Da un paio di decenni le serie tv vanno molto forte: si spende molto per farle, coinvolgono registi e attori importanti e la gente le guarda e ne parla più dei film, facendo sì che quei tanti soldi investiti ne portino ancora di più. “Serie tv”, comunque, è un’espressione piuttosto vaga: per esempio è difficile dire quando siano nate, le serie tv. Di sicuro a un certo punto sono cambiate: un’opinione piuttosto condivisa è che due importanti punti di svolta siano stati l’uscita dei Soprano – la prima serie fatta così bene da sembrare-un-film – e Lost, la prima serie a far venire agli spettatori così tanta voglia di sapere come andava a finire. Sono comunque momenti fluidi: già Twin Peaks nei primi anni Novanta aveva cambiato molte cose, e negli anni Ottanta la gente aveva passato mesi a chiedersi – per strada, che su Internet non si poteva – chi, in Dallas, avesse ucciso quel tale.

A prescindere da quando sono iniziate le serie tv come le conosciamo oggi, sono in molti a credere che rappresentino ormai il miglior esempio di forma narrativa di questi anni. Vuol dire che si pensa che fra un secolo, quando si guarderà alla produzione culturale degli anni tra la fine del Novecento e l’inizio del Duemila, si guarderà alle serie tv come la cosa più rilevante, come il formato di storia più di moda e di successo. Non si può ovviamente sapere se sarà così.

Le definizioni di serie tv sono tante e diverse, e in realtà mai davvero precise: oggi si parla per esempio di serie tv anche nel caso di storie che non sono mai state trasmesse in tv ma solo in streaming su Internet. Le serie tv possono poi essere di tutto: le sitcom – con episodi più brevi, di solito girate quasi tutte nello stesso posto (Scrubs, Big Bang Theory o Friends) – sono per esempio considerate una sotto-categoria delle serie tv. Poi ci sono quelle che somigliano a un film, per qualità della produzione: ce ne sono in Italia – Romanzo criminale e Gomorra – ma soprattutto negli Stati Uniti. Caroline Framke, che scrive di cultura su Vox, ha scelto di raccontare come si fa una serie tv seguendo per mesi tutto quello che ha riguardato la realizzazione di un episodio di The AmericansÈ una serie arrivata alla sua quarta stagione – in Italia la trasmette Fox – che racconta la storia di una coppia di agenti segreti russi che negli anni Ottanta vive sotto copertura negli Stati Uniti.

The Americans ha vinto tanti premi, è piuttosto seguita e i critici ne parlano molto bene. Non se ne parla tanto quanto House of Cards e non costa tanto quanto Game of Thrones, ma è comunque una serie di qualità medio-alta. The Americans è quindi un buon esempio per provare a capire come si fa una serie tv, cosa succede dal momento in cui a qualcuno viene un’idea per una storia fino al momento in cui qualcun altro – molti altri, possibilmente – ne vede in tv, o su Internet, il primo episodio.

Framke spiega che in media una serie tv di 13 episodi da 45 minuti ciascuno – fanno quasi dieci ore in tutto – viene girata nello stesso tempo che ci vuole per girare un filmone blockbuster. Per girare un episodio ci vogliono circa otto giorni; mettendo insieme tutte le pagine delle sceneggiature di tutti gli episodi di una serie tv si arriva ad almeno 600 pagine. È un processo lungo e intricato e Framke scrive: «Se volete davvero capire cosa vuol dire “caos organizzato”, andate sul set di una serie tv». Le fasi che portano a un episodio di serie tv fatto-e-finito sono tante e non c’è un ordine preciso, condiviso e sempre uguale. A grandi linee tutto quello che succede prima che un episodio vada in onda può essere diviso in cinque momenti: il prima (si ha un’idea, la si comunica e si cercano soldi), la scrittura, la pre-produzione, il momento in cui si gira e quello della post-produzione.

1. L’inizio

L’articolo di Framke inizia sul set di The Americans, quando gli attori sono seduti attorno a un tavolo per provare le battute di Clark’s Place, il quinto episodio della quarta stagione. Questo è però già il terzo punto dei cinque, quello in cui molte cose già sono successe. Una serie nasce da un’idea – meglio se sintetizzabile in modo intrigante in poche parole: “un professore scopre di avere il cancro e inizia a spacciare”, per esempio. Come per un film, l’idea può arrivare da qualsiasi parte: un altro film, un libro, un articolo di giornale, un’altra serie tv (Homeland è ispirato a una serie tv israeliana, NCIS è nata come spin-off di JAG). L’idea un po’ meno grezza diventa un treatment (trattamento) quando la si scrive e si aggiunge un titolo, una trama generale e qualche informazione su come potrebbe essere la serie (quanti episodi, quanti soldi da metterci, quali spettatori ipotetici e così via).

Se chi ha avuto quell’idea non si chiama J.J. Abrams, Martin Scorsese o Steven Spielberg – o se non ha convinto loro tre o gente come loro di quell’idea – deve trovare un produttore o una casa di produzione che investano in quell’idea e, dopo, casa di produzione e ideatore devono cercare un canale, o un servizio di streaming, che sia interessato a investire nella serie. Possono volerci settimane, spiega su Gizmodo uno che ci è passato.

Quando si decide di fare una serie le prime figure che nascono sono due, le due più importanti: lo showrunner e il produttore esecutivo. A volte sono la stessa persona, ma i due ruoli sono diversi. Lo showrunner – spesso e volentieri quello che ha avuto l’idea iniziale, il “creatore della serie” – ha un ruolo più creativo; il produttore esecutivo è quello che chi mette i soldi ha delegato per controllare che tutto vada come deve andare. In una serie tv il regista è meno importante che nel cinema: quasi sempre ci sono diversi registi per diversi episodi di una stessa serie. Tra i registi di House of Cards ci sono, per esempio, Jodie Foster e Robin Wright (cioè Claire Underwood).

Se la serie non è di gente come Abrams, Scorsese o Spielberg, si chiede di solito un “episodio pilota”: fino a qualche anno fa lo si faceva quasi sempre, oggi sta diventando una cosa meno frequente. L’episodio pilota è una prova generale: un episodio zero che idealmente diventerà il primo della serie. Se il pilota non convince, la serie non si fa. «Che cazzo è un pilota» lo spiega Jules Winnfield in Pulp Fiction.

A volte il pilota convince ma si sceglie di girare un diverso episodio 1, o di ri-girare il pilota in modo diverso. Su YouTube c’è per esempio un pezzo del pilota di Big Bang Theory mai andato in onda.

2. La scrittura

È la fase in cui il trattamento diventa una vera storia. Le serie tv hanno in genere una narrazione verticale e una orizzontale: quella verticale inizia e finisce in un episodio, quella orizzontale è la storia che va avanti per più episodi e in certi casi più stagioni (per esempio: ma Ross e Rachel di Friends si metteranno insieme?). La storia di una stagione viene divisa in grandi archi narrativi (ogni stagione di House of Cards ne ha per esempio almeno quattro o cinque); la storia è poi divisa in episodi e ogni episodio è assegnato a uno sceneggiatore o a un gruppo di sceneggiatori che scrivono scena-per-scena l’episodio e lo fanno avere a chi di dovere. Le scene vengono riviste, corrette e rimandate agli sceneggiatori per essere sistemate: nelle serie tv quasi tutto va avanti e indietro almeno una volta.

Gli sceneggiatori sono piuttosto liberi di inventare, ma devono tenere sempre conto degli sviluppi orizzontali delle cose che scrivono. Frank scrive che in una settimana sul set di The Americans è capitato che la stessa storia venisse riscritta sei volte, e in certi casi da una riscrittura all’altra passavano anche solo poche ore. Il testo finale è la sceneggiatura dell’episodio. In tutto questo, c’è anche chi deve controllare che quello che gli sceneggiatori hanno scritto sia plausibile: in The Americans il principale problema è per esempio la congruenza storica di tutto ciò che viene fatto, detto e mostrato.

3. La pre-produzione

Finora non abbiamo parlato di attori, ma ci sono anche loro. A volte – specie se sono famosi e influenti – gli attori principali si conoscono già fin dalle prime fasi di scrittura di una nuova serie. Altre volte vengono scelti più avanti: è una delle cose più flessibili di una serie. Gli attori devono però esserci di sicuro per il table read, il momento in cui gli attori si siedono attorno a un tavolo e recitano dall’inizio alla fine un’episodio, per vedere come suona e se funziona davvero: «È l’unico momento» scrive Framke, «in cui cast e produttori possono sentire tutto l’episodio dall’inizio alla fine, così come lo si vedrà in tv».

C’è anche un altro tavolo: quello attorno a cui si siede la troupe – scenografi, costumisti, truccatori, elettricisti, eccetera – che vede così cosa servirà per ogni scena: quali e quanti vestiti, quali stanze, che tipo di luci e così via. È la fase più simile alla produzione di un film. La differenza è che spesso attori e troupe lavorano nello stesso momento a diversi episodi della stessa stagione.

In questa fase si decide quando e dove si deve girare cosa: cosa serve per poterlo girare, quali attori e quali membri della troupe devono essere presenti, quando e per quanto. Nel caso di serie costose ci sono anche due-tre diversi gruppi di persone che in posti diversi girano negli stessi giorni diversi pezzi di uno stesso episodio. Il documento su cui sono scritte tutte queste cose è chiamato white schedule. Da quel documento si creano gli ordini del giorno (OdG) su cui è scritto chi dovrà fare cosa quando, giorno per giorno. Qui c’è un OdG di Lost, pubblicato dal sito Coming Soon.

4. Finalmente si gira

È la fase più normale, anche se una delle più caotiche. In base all’OdG ci si divide, si mette in pratica tutto ciò che si è preparato e si gira. Facile a dirlo, più difficile farlo: in serie tv di qualità possono volerci ore per girare anche solo un minuto di quello che si vedrà in tv. È tanto ma non tantissimo: si dice che per girare la scena della doccia di Psyco – 45 secondi in tutto – ci siano voluti sette giorni di riprese. Mentre si gira bisogna stare attenti a ogni dettaglio. Si deve rispettare la continuità alla base della grammatica di cinema e tv: se in una scena un personaggio ha una camicia sporca non può, subito dopo, avere quella stessa camicia pulita. Sembrano cose facili, ma è complicato se si pensa che le scene degli episodi non sono girate nell’ordine con cui vengono viste. Un ottimo esempio di cosa succede quando non si rispetta la continuità è il film The Room, che qualcuno ha definito “il Quarto Potere dei film brutti“.

Oltre a questi errori, se ne devono evitare anche altri. Framke spiega per esempio che durante le riprese di The Americans qualcuno si è accorto che un personaggio digitava su di una calcolatrice usando il pollice, come si farebbe oggi usando un cellulare. Negli anni Ottanta sarebbe invece stato molto strano: si usava l’indice.

5. La post-produzione

Arriva il momento in cui – di solito con qualche giorno di ritardo, con buona pace del produttore esecutivo – le riprese finiscono. Si prende allora tutto quello che si è salvato dalle riprese e lo si trasforma in un episodio in cui il superfluo viene tagliato e il resto viene editato nel giusto ordine. È anche la fase in cui vengono aggiunti gli effetti speciali: Game of Thrones ne è piena, ovviamente, ma ci sono in quasi tutte le serie tv. Anche solo le immagini che si vedono su un computer o un televisore sono un effetto aggiunto in post-produzione e gli attori hanno in realtà recitato davanti a uno schermo spento. Oltre alle immagini vanno aggiunti, sistemati, perfezionati e puliti anche i suoni.

Esistono almeno quattro diversi passaggi: i primi a mettere mano a tutto ciò che si è ripreso sono i montatori, che consegnano al regista una prima versione dell’episodio, l’editor’s cut. Da lì il regista toglie, cambia e sposta le cose e consegna alla produzione la sua versione dell’episodio, il director’s cut. I produttori fanno la stessa cosa e danno al canale televisivo una loro versione rivista, il producer’s cut. La versione che si vede in tv o in streaming è però un’altra: è il network’s cut. Nei film, se un regista è davvero importante, può obbligare le case di produzione a non mettere mano al director’s cut. Nelle serie tv è praticamente impossibile, per ovvie esigenze di tempi da riempire.

Tutto qui?

No. La cosa che rende le serie tv incredibilmente più incasinate di un film è che si devono fare tante cose tutte assieme e, in certi casi, si deve ottenere la stessa qualità di un film con meno tempo e meno soldi a disposizione. Il processo che va dalla scrittura alla post-produzione si ripete per decine di volte in ogni serie tv (121 episodi, nel caso di Lost; 236 nel caso di Friends) e il problema è che mentre si gira un episodio se ne montano altri due e se ne scrivono altri quattro, con la testa impegnata a pensare a cosa far succedere nella stagione dopo e gli occhi a guardare come stanno andando gli episodi già in onda. Una serie come House of Cards, che nello stesso giorno mette online una stessa stagione, è più simile a un film: e un film che dura 5-6 ore. In una serie che va in onda settimana dopo settimana le cose sono più complesse. Si può farlo bene, ma anche in altri modi.

Abbonati al

Dal 2010 gli articoli del Post sono sempre stati gratuiti e accessibili a tutti, e lo resteranno: perché ogni lettore in più è una persona che sa delle cose in più, e migliora il mondo.

E dal 2010 il Post ha fatto molte cose ma vuole farne ancora, e di nuove.
Puoi darci una mano abbonandoti ai servizi tutti per te del Post. Per cominciare: la famosa newsletter quotidiana, il sito senza banner pubblicitari, la libertà di commentare gli articoli.

È un modo per aiutare, è un modo per avere ancora di più dal Post. È un modo per esserci, quando ci si conta.