La tennista cinese Shanshan Feng durante un torneo a Dubai, il 12 dicembre 2015 (AP Photo/Martin Dokoupil)
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  • sabato 23 Aprile 2016

Perché la Cina ce l’ha con il golf?

È una vecchia storia che ha a che fare con la corruzione nel Partito Comunista: ma le cose stanno cambiando, forse grazie alle Olimpiadi

di Adam Taylor - The Washington Post
La tennista cinese Shanshan Feng durante un torneo a Dubai, il 12 dicembre 2015 (AP Photo/Martin Dokoupil)

La diffidenza del Partito Comunista cinese nei confronti del golf va avanti ormai da decenni. Quando però la lotta alla corruzione del presidente cinese Xi Jinping ha raggiunto il suo punto più alto, la diffidenza ha iniziato a sembrare una vera e propria repressione: i funzionari del partito comunista sono stati indagati per le loro abitudini golfistiche e lo scorso autunno lo stesso partito ha vietato ufficialmente a tutti i suoi 88 milioni di iscritti l’iscrizione ai golf club. Oggi, tuttavia, c’è chi crede che la guerra della Cina al golf stia entrando in una nuova fase.

Martedì 12 aprile un articolo del giornale ufficiale dell’agenzia anti corruzione della Cina ha definito il golf come un «semplice sport», che quindi non può essere né giusto né sbagliato di per sé. Questo cambiamento evidente nell’atteggiamento cinese non è passato inosservato. Secondo il Guardian il Partito Comunista cinese avrebbe decretato ufficialmente che «giocare a golf non è un reato», mentre Time ha scritto che il golf «non è più vietato per la classe dirigente cinese». Il quotidiano cinese China Daily ha sottolineato che i funzionari del Partito Comunista possono giocare a golf, a condizione che paghino di tasca propria.

Secondo Dan Washburn – forse il principale esperto occidentale sul golf in Cina, autore del libro The Forbidden Game: Golf and the Chinese Dream (“Il gioco proibito: il golf e il sogno cinese”) – l’idea secondo cui in Cina il golf sarebbe stato legalizzato è un’interpretazione sbagliata delle indicazioni diffuse dal Partito Comunista in passato: in realtà il golf non è mai stato illegale per i comuni cittadini, né tanto meno per gli iscritti al Partito, dice Washburn. «Come succede spesso in Cina, in effetti, il linguaggio con cui vengono scritte le norme sembra vago, forse intenzionalmente», scrive Washburn. «Ai membri del partito non è mai stato vietato esplicitamente di giocare a golf: semplicemente non possono iscriversi a un golf club. Ora il governo ha sottolineato di nuovo che se vogliono giocare a golf, i funzionari devono pagare con i propri soldi. Ma rimane il fatto che in teoria in Cina nessun funzionario di governo dovrebbe potersi permettere di giocare a golf», ha aggiunto Washburn. «I legami – veri e percepiti – del golf con la corruzione non sono spariti da un giorno all’altro. Sarei stupito se adesso molti dirigenti del partito decidessero di rispolverare le loro mazze da golf».

La diffidenza “statale” cinese nei confronti del golf nasce nel 1949, quando la Cina divenne uno stato comunista. Nonostante nel paese si pratichino giochi simili al golf da secoli (uno in particolare, il Chuiwan, sembra risalire intorno all’anno mille dopo Cristo), non ci volle molto perché la versione occidentale dello sport – che si pensa essere originario della Scozia – venisse limitata. L’ordine potrebbe essere partito da Mao Tse-tung, il rivoluzionario leader della Repubblica Popolare Cinese, che lo avrebbe definito «uno sport da milionari».  Il primo campo da golf cinese – il Chung Shan Hot Spring, progettato dal leggendario golfista professionista americano Arnold Palmer – fu aperto solo diversi anni dopo la morte di Mao, nel 1984. Negli anni Duemila il golf era diventato uno sport popolare nella Cina in crescita (come scrisse la giornalista del Washington Post Maureen Fan, era «un modo per affermare il proprio status sociale»). Furono costruiti centinaia di campi in tutto il paese, e golfisti cinesi come Shanshan Feng da lì a poco iniziarono a vincere importanti tornei internazionali. Con l’arrivo del presidente Xi nel 2012, tuttavia, il golf in Cina tornò ad avere seri problemi. I leader cinesi si impegnarono a combattere diffusamente la corruzione nel partito, con controlli più severi a “tigri” e “mosche”: i nomi con cui in Cina sono chiamati, rispettivamente, i funzionari di alto livello e i sottoposti di grado inferiore. La campagna anti corruzione del governo si è spesso concentrata sui beni di lusso che la maggior parte dei funzionari cinesi non potrebbe permettersi con gli stipendi ufficiali: orologi e auto, ma anche le iscrizioni ai golf club.

Su Wei, un professore del Comitato di Chongqing della Scuola del Partito Comunista, condivide la posizione del governo. Su ha raccontato al quotidiano statale cinese Global Times che in passato il golf era uno sport poco diffuso in Cina perché richiedeva grandi spese, il che lo esponeva a essere usato come strumento di corruzione. «Il golf può soddisfare la vanità di alcuni funzionari, danneggiando l’immagine del partito e intaccando la loro capacità di servire lo stato», ha scritto il Global Times riportando le parole di Su. Per Washburn, è il tempismo con cui è arrivato il nuovo messaggio del governo a essere sospetto. «Sarei interessato a capire come mai hanno sentito l’esigenza di diffondere un chiarimento. Secondo me c’entra il fatto che il golf è stato incluso nelle Olimpiadi di quest’anno: non vogliono rischiare di fare niente che possa macchiare la ricerca della gloria», ha scritto Wahsburn. «Ma con la Cina, non si può mai sapere».

©2016 – The Washington Post