Dei poliziotti controllano alcune persone vicino all'aeroporto di Zavantem a Bruxelles, il 23 marzo 2016 (KURT DESPLENTER/AFP/Getty Images)
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  • venerdì 1 aprile 2016

Siamo sicuri che sia il caso di aggiungere nuovi controlli fuori dagli aeroporti?

È una delle opzioni di cui si parla dopo gli attentati di Bruxelles, ma forse ci sono misure che funzionerebbero meglio

di Marc Champion - Washington Post
Dei poliziotti controllano alcune persone vicino all'aeroporto di Zavantem a Bruxelles, il 23 marzo 2016 (KURT DESPLENTER/AFP/Getty Images)

Le esplosioni nell’area partenze dell’aeroporto Zaventem di Bruxelles hanno dato il via a un nuovo dibattito sulla possibilità di spostare i controlli di sicurezza degli aeroporti europei all’ingresso dei terminal, e anche oltre. Sospetto che la maggior parte dei viaggiatori avrà la stessa reazione istintiva, e protesterà all’idea di fare altre file. La stessa reazione che hanno avuto anche alcuni esperti di sicurezza aeronautica, secondo cui nei quindici anni successivi all’11 settembre si sarebbe perso l’equilibrio tra sicurezza, costi e comodità in materia di controlli aeroportuali, spesso con scarsi risultati.

«Spero davvero che non siano introdotti altri controlli in risposta agli attentati», ha detto Philip Baum, direttore della rivista Aviation Security International Magazine e autore di un libro pubblicato a marzo che parla dei dirottamenti e degli attentati aerei nella storia. Secondo Baum esistono metodi più efficaci per garantire la sicurezza, e i controlli eccessivi negli aeroporti «ci stanno togliendo il piacere del volo e del viaggio».

Sembra che il problema della sicurezza aerea sia nato insieme ai voli commerciali. Il primo attentatore della storia fu il barone di Felsö-Szilvás Franz von Nopcsa, un aristocratico ungherese – che era anche una spia, un paleontologo e un aspirante re dell’Albania –  che nel 1919 a Budapest prese il controllo di un aereo con le armi. La prima bomba a distruggere un volo commerciale fu invece un esplosivo a base di nitroglicerina nascosto nel bagno in volo della United Airlines che volava da Cleveland a Chicago nel 1933. Il colpevole non fu mai trovato, anche perché l’investigatore che seguiva il caso fu sollevato dall’incarico per dare la caccia ai gangster Baby Face Nelson e Pretty Boy Floyd.

Negli ultimi anni gli enti che si occupano di regolare il settore aeronautico hanno reagito alla maggior parte degli attacchi introducendo nuove misure di sicurezza. Dopo l’11 settembre 2001 furono introdotti controlli più scrupolosi per impedire che qualcuno potesse imbarcarsi di nuovo su un volo con un’arma potenziale, come un taglierino. Il trasporto di liquidi a bordo degli aerei è stato limitato quando nel 2006 il Regno Unito sventò un progetto per far precipitare diversi aerei transatlantici usando liquidi esplosivi a base di perossido di acetone. Le scansioni del corpo furono introdotte negli Stati Uniti nel 2009, dopo che un aspirante attentatore suicida – che aveva componenti per assemblare un esplosivo al plastico cuciti sulla sua biancheria intima – non riuscì a farsi saltare su un volo per Detroit. Ora si pensa di introdurre controlli a bagagli e persone all’entrata dei terminal. Baum è già preoccupato di come le maggiori misure di sicurezza introdotte dopo il check-in blocchino le file. Fare controlli alle persone alle porte dei terminal ne creerebbe semplicemente di altre e offrirebbe un nuovo bersaglio, ha detto Baum. Il ministro degli Interni britannico Theresa May si è opposta al progetto con una dichiarazione al parlamento mercoledì scorso, sostenendo che «la folla si formerebbe semplicemente da un’altra parte».

Personalmente, anche io non sono convinto che sarebbe una buona idea. Volo spesso a Istanbul, dove i controlli partono dall’entrata del terminal. Sono veloci e non c’è bisogno di tirare fuori il computer perché vengono cercate solo armi pesanti e bombe, come quelle usate martedì a Zaventem. Le file sono corte, quindi. All’aeroporto Domodedovo di Mosca hanno adottato la stessa procedura dopo gli attentati suicidi del 2011 nell’area degli arrivi. I controlli ai terminal sono diffusi in tutto il Medio Oriente e in Africa. L’obiettivo è ridurre il rischio, e la concentrazione di persone esposte a un attacco è di gran lunga superiore nelle aree delle partenze e degli arrivi, dove le persone sono in fila per fare il check-in o salutare amici e parenti, rispetto che fuori dal terminal, dove l’attesa prima di passare dalla porte di entrata durerebbe solo qualche minuto.

Esiste però un motivo migliore per fermarsi prima di aggiungere altri controlli a bagagli e persone alla porte dei terminal. All’aeroporto di Ben Gurion, gli israeliani per esempio non lo fanno, e non si preoccupano nemmeno di limitare i liquidi trasportabili a bordo. Si affidano invece alle attività di profiling, agli interrogatori e al monitoraggio comportamentale, a cui sono assegnati molti dipendenti dell’aeroporto, in uniforme o in borghese, che osservano e fanno domande. In termini di sicurezza il Ben Gurion è un riferimento a livello mondiale. Applicare il metodo del Ben Gurion costerebbe molto di più che aggiungere un altro paio di scanner. I controlli, poi, diventerebbero molto più invadenti. Chiunque sia stato sottoposto ai controlli nell’aeroporto Ben Gurion sa cosa significa. Eppure usare l’intelligenza umana comporta dei vantaggi importanti. Innanzitutto formare le persone e affidarsi al loro giudizio è una cosa positiva di per sé. I controlli sarebbero fatti da persone vere invece che da robot che spuntano elementi da un elenco. Ci sarebbero gli strumenti per individuare anche gli attentatori intenzionati a compiere un attacco con una tecnica nuova, perché l’elemento importante sarebbe il comportamento. La formazione e l’esperienza possono essere applicati a obiettivi più ampi e meno sensibili, in cui le misure di sicurezza degli aeroporti non sono utilizzabili. Il profiling ovviamente genera molti allarmi sul fronte delle libertà civili, anche se secondo Baum è già molto utilizzato, anche negli aeroporti, dalle autorità doganali e dai funzionari dell’immigrazione. La qualità della formazione degli addetti diventerebbe un fattore determinante.

Come sottolineato da May al parlamento britannico, dal gennaio 2015 l’Europa ha subito 14 attacchi terroristici. Tra gli obiettivi ci sono stati un giornale, un concerto rock, un bar, un negozio di alimentari, uno stadio, un treno, una sinagoga e, ora, l’area delle partenze di un aeroporto. Anche se i controlli ai terminal possono essere rafforzati a costi ragionevoli, quindi, sarà necessario un approccio diverso, flessibile come lo sono i terroristi.

© 2016 – Washington Post

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