La sala stampa del Concilio Vaticano II, 1962 @ArchiviFarabola

Cosa pensare dei preti

Il protagonista del romanzo di Edoardo Albinati ci riflette continuamente, sulla religione, sulla tonaca, e sul sesso

La sala stampa del Concilio Vaticano II, 1962 @ArchiviFarabola

La scuola cattolica è il nuovo romanzo di Edoardo Albinati, pubblicato da Rizzoli. È un libro anomalo, straordinariamente lungo, in cui un percorso ricchissimo di riflessioni e divagazioni racconta l’adolescenza del narratore con una grande presenza autobiografica e il riferimento centrale a un famigerato caso di cronaca degli anni Settanta italiani, il “delitto del Circeo“. Proprio l’anomalia della costruzione del libro era oggetto della recensione con cui lo scrittore Francesco Piccolo lo ha presentato sul Corriere della Sera, definendolo “un libro importante“. Albinati ha 58 anni, è romano e insegna nel carcere di Rebibbia: ha pubblicato romanzi, poesie, traduzioni, e fra gli altri i libri Maggio selvaggio, Svenimenti e Tuttalpiù muoio (con Filippo Timi).
La scuola cattolica romana frequentata dal protagonista è uno dei temi del romanzo, ma lo è anche la scuola cattolica in generale, come lo sono la scuola e la religione. In uno dei primi capitoli Albinati introduce le sue riflessioni su Chiesa e clero, cominciate molto presto.

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La tonaca dei preti è un elemento che a me ispira rispetto, e per rispetto intendo il riconoscimento della diversità. Non per colmare questa distanza, al contrario, per mantenerla. La diversità è un fattore di attrazione e repulsione. Oggi viene malsopportata. Si dice che in una folla anonima nessuno faccia caso a nessuno, ma non è vero, un prete, per esempio, o ancora di più una suora, vengono notati, si fa caso al loro abbigliamento che significa una scelta precisa, e questa scelta, essendo esclusiva, mette a disagio gli altri. Verrebbe voglia di dire al prete, ehi tu, perché esibisci il fatto di esserti dedicato a Dio, eh? Lo sai che mi offendi ostentando di essere buono e santo, o meglio, di pretendere di esserlo? Cos’è, vuoi farmi la predica? Be’, sappi che sei peggio di me, anzi, sei come me, dunque perché ti atteggi a persona particolare?
In un mondo come quello occidentale totalmente dominato e finalizzato al sesso, dove il sesso sprizza nelle pieghe di ogni discorso o immagine, nelle telefonate private e nei manifesti pubblici, abbigliamento, politica, ginnastica, sport, programmi televisivi, umorismo eccetera, la vistosa presenza di uomini che non scopano è inspiegabile; o forse scopano ma di nascosto, e allora sono degli ipocriti, o non scopano davvero e allora sono pazzi. Normalmente si pensa la prima cosa, e infatti di nessuno al mondo da quando sono nato sento dire che sono dei maledetti ipocriti, come dei preti. Ma almeno in questo caso i preti dimostrerebbero di essere, sotto sotto, uguali a tutti gli altri, e la loro pretesa diversità una buffonata, un trucco.

È piuttosto il pensiero dell’effettiva castità di un individuo a essere intollerabile. Io per primo non riesco a immaginarla altro che come una mutilazione. Dunque quale autorità morale dovrei attribuire, per quale ragione al mondo dovrei lasciarmi guidare aiutare istruire o semplicemente consigliare da un uomo che si è così orribilmente automutilato? Rinunciando all’unica cosa per cui, in fondo, questa vita bestia val la pena di essere vissuta, cioè l’amore? Non giriamoci intorno: l’amore fisico, sì, l’amore carnale, che include in sé l’amore celeste. Non voglio stare a sentire i raffinati ragionamenti teologici volti a dimostrare che è amore anche la rinuncia all’amore, anzi è più amore ancora, come afferma un’enciclica papale. Uno non può rinunciare ad avere moglie e figli e poi dire – la mia non è una rinuncia. Questa non è una rinuncia, ceci n’est pas une pipe: il cattolicesimo certe volte pare l’antesignano e poi l’epigono del surrealismo. Prende una cosa qualsiasi e poi dice che quella cosa è l’esatto contrario di ciò che quella cosa con tutta evidenza è. Vai a un funerale, sei giù perché ti è morto qualcuno, almeno su questo sembrerebbe che non ci siano dubbi, vorresti che ti si lasciasse piangere in pace, e invece c’è sempre sul pulpito, dico sempre, come una maledizione!, c’è regolarmente un prete che ti assicura che il tuo amico o il tuo caro parente, per cui ti stai rattristando, non è morto. No, non è morto. Enzo non è morto. Silvana non è morta. Cesare non è morto. Rocco è ancora vivo. Ma come, non era morto?! E allora cosa stiamo qui a fare? No, lui non è morto, lui vive, e voialtri non dovete essere tristi, ma esultare con lui… per lui… di lui… godere insieme a lui… Certo, ora lui è in paradiso dunque sta meglio di prima, ci arrivo pure io, non sono così rozzo: ciononostante mi sento preso per il culo da questa filosofia. Scatena in me una rabbia infinita, devo uscire dalla chiesa, sono anni che non riesco a terminare una funzione, preferisco aspettare la bara fuori quando la portano a spalla, un paio di parenti e amici paonazzi e gli addetti delle pompe funebri, con i bicipiti che sformano la giacca. È troppo sublime e insieme troppo facile. Basta rovesciare l’evidenza e tac, ottieni la soluzione. Se sei povero in realtà sei ricco; le malattie sono doni di Dio; quando muore qualcuno è una benedizione perché lui ora gioisce con gli angeli, i primi saranno gli ultimi, il bestemmiatore senza saperlo loda il Signore, se ti allontani da Dio vuol dire che lo stai cercando, se Dio non c’è allora vuol dire che di sicuro c’è…

Possibile che in questa vita non ci sia una sola cosa già messa fin dall’inizio per dritto, che non occorra per forza rovesciare? In mezzo a tutte le virtù, diciamo così, attive, che spingono a essere più e meglio di quello che siamo, quelle invece basate sulla rinuncia restano enigmatiche. Dal rispetto che ispira il sacrificio di sé alla ripugnanza e poi alla ridicolizzazione il passo è breve. L’eventuale vita di un santo, del tipo di quelle narrate nelle agiografie, con la consueta sfilza di mortificazioni e piaghe, se si replicasse oggi sarebbe oggetto del disgusto e della riprovazione generale. Ma un briciolo almeno di santità il prete dovrebbe portarlo con sé, in un angolo del suo cuore, o della sua mente, o del suo abito, altrimenti cos’ha di diverso da noialtri? Se non ce l’ha per niente è un bluff, e se invece ce l’ha, siamo così disabituati al sacro che ci spaventa o ci annoia. Il sacro è appunto la diversità. Sono sacri quelli che hanno quarant’anni meno di noi e devono ancora avere il primo rapporto sessuale o devono ancora sposarsi, sono sacri quelli che hanno la pelle di un altro colore o vanno a piedi scalzi, se siamo maschi sono sacre le femmine, se siamo femmine i maschi, è sacro chi porta un fez, un turbante, una bombetta, un cappello da bersagliere, persino il cilindro preso a nolo per un matrimonio conferisce per una serata al capo di chi lo calza l’aura di un paramento sacro. È sacro l’impronunciabile cognome di una donna a ore cingalese. Era sacro per me ieri notte traversare silenziosamente in barca gli stretti canali di Castello, a Venezia. E sono queste briciole di sacro, queste particole di sacro, a infastidire e a scatenare risentimento.

E tu saresti uno che parla ogni giorno con Dio? verrebbe da dire al prete. Mostramelo, allora, questo tuo Dio, tiralo fuori adesso, fammi un miracolo qui, su due piedi. Mi accorgo di usare spesso, mentalmente, lo stesso linguaggio degli interrogatori a cui venivano sottoposti i primi cristiani, che subì Cristo stesso, prima di essere messo in croce. Hic Rhodus, hic salta. Da ogni credo religioso si pretende, non del tutto a torto, che si renda immediatamente salvifico: invece tutti promettono cose lontanissime, premi che verranno tardi, troppo tardi, alla fine dei tempi, per cui nel frattempo si finisce per accontentarsi degli aspetti minori e propiziatori, semi-magici, un po’ di consolazione dalle durezze che tocca sopportare qui e ora, qualche piccolo o grande miracolo, la carezza fredda alla statua di un santo che ti ha protetto durante un incidente, air-bag gonfiato di preghiere.

Un giorno che mi trovavo a Padova uscii la mattina presto dall’albergo e, svoltato l’angolo, mi accorsi di essere a cento metri dalla basilica del Santo (la notte prima arrivando mezzo ubriaco in taxi non l’avevo vista), vi entrai, mi diressi verso l’urna che contiene le sue spoglie e debbo dire che man mano che mi avvicinavo sentivo crescere un’emozione forte e inspiegabile. Non che l’onda di questo nuovo sentimento cancellasse lo scetticismo precedente, dato che io non sono nemmeno scettico, miscredente o ateo, non sono nemmeno quello, non sono niente; le convinzioni personali vi avevano poco a che fare: forse era solo la corrente, l’anello magnetico formato dai voti che intorno a quella pietra circolavano da secoli. Quando fui abbastanza vicino al sepolcro da poterlo toccare con la mano, e lo feci, carezzandone una parete, mi accorsi che i tasselli multicolori che lo rivestivano vistosamente non erano intarsi di marmo, ma fotografie incollate col nastro adesivo, decine di fotografie, ed erano tutte di carcasse di automobili schiacciate o sventrate o bruciate, del genere che si fa dopo gli incidenti per ottenere il rimborso dall’assicurazione. Anche se a giudicare dalla gravità dei sinistri nessuna delle vetture sarebbe mai stata riparata: ce n’erano alcune il cui muso era completamente rientrato nell’abitacolo in seguito a uno scontro frontale, altre con il tetto ribassato fino all’altezza delle spalliere dei sedili, che lasciavano poco margine all’immaginazione di cosa ne fosse stato degli occupanti. E invece, sorpresa, accanto alle foto della polizia stradale, ce n’erano altre più piccole e recenti, qualche volta delle polaroid, raffiguranti un uomo o una donna sorridenti, e un biglietto di ringraziamento al Santo per averli salvati. Lo seppi decifrando alcuni di questi messaggi scritti in inglese o spagnolo con la calligrafia infantilmente chiara e tondeggiante che hanno, per esempio, i filippini, e in effetti quasi tutte le foto votive appartenevano a immigrati, orientali o ispanici, come se gli incidenti automobilistici accadessero solo a loro oppure solo loro, oramai, in un paese poco riconoscente, si sentissero in dovere di ringraziare qualcuno lassù per averla scampata. Mi spiacque di non avere con me le foto dell’Honda 125 su cui mia figlia Adelaide poche settimane prima era andata a sbattere contro una macchina correndo la mattina a scuola, e la relativa foto di lei sorridente e illesa. Mi spiacque ma pensai di rimediare dicendo una preghiera, “Ti ringrazio… ti ringrazio… di averla salvata”, ma non sapevo a chi indirizzare esattamente quel grazie, chi fosse il tu a cui rivolgersi. Dio è lontano, il Santo troppo occupato, e semmai ascolterà chi crede veramente in lui. Mi mantenni così nel vago, come nelle poesie in cui si è sicuri che il poeta si rivolge a una donna amata, ma non si sa a quale.

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