(KARIM SAHIB/AFP/Getty Images)

Sono spariti 550 milioni di barili di petrolio?

Lo sostiene una stima dell'Agenzia internazionale dell'energia che si riferisce al 2014 e 2015: ma nessun complotto, ci sono delle spiegazioni credibili

(KARIM SAHIB/AFP/Getty Images)

A inizio marzo l’Agenzia internazionale dell’energia (AIE), un’organizzazione internazionale che si occupa di energia e più nello specifico di petrolio, ha diffuso il suo report annuale sulla produzione di petrolio nel mondo. Nel report è contenuto un dato che ha sorpreso diversi analisti: la AIE ha stimato che fra il 2014 e il 2015 siano “scomparsi” – cioè non siano stati conservati o venduti – 550 milioni di barili di petrolio (per il 2015 si parla di circa 800mila barili al giorno, una quantità maggiore di barili scomparsi rispetto a quella stimata per il 2014).

Secondo il Wall Street Journal, è normale che ci sia una discrepanza fra i dati elaborati dalla AIE sulla produzione di petrolio – che sono pur sempre delle stime – e quelli che l’organizzazione riceve dai paesi che producono greggio: ma il numero di barili di petrolio “spariti” è il più alto degli ultimi 17 anni. Su Reuters, il giornalista che si occupa di energia John Kemp ha spiegato che da tempo i critici accusano l’AIE di fornire stime imprecise – di sovrastimare l’offerta e sottostimare la domanda –, che «causano un atteggiamento eccessivamente duro nei confronti dell’industria del petrolio». Ma le cause della discrepanza contenuta nel report rimangono comunque poco chiare.

wall street journal

Secondo l’AIE, fra il 2014 e il 2015 non si è arrivati nel complesso a consumare un miliardo di barili di petrolio. Kemp ha scritto che di questi, «circa 420 milioni di barili sono conservati sulla terraferma dai paesi membri dell’OCSE, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, mentre si ritiene che altri 75 milioni siano conservati in mare o siano “in transito” verso le raffinerie. Rimangono circa 550 milioni di barili “spariti” che apparentemente sono stati prodotti ma non sono stati consumati, e non sono visibili nelle statistiche di inventario».

Paul Horsnell, un analista che si occupa di petrolio per la banca svizzera Standard Chartered, ha detto che «la spiegazione più plausibile per la maggior parte di questi barili è che semplicemente non esistano», cioè che l’AIE abbia messo insieme con poca precisione le stime sulla produzione del petrolio. Un’altra ipotesi, citata anche da Kemp, è che i paesi fuori dall’OCSE possano avere acquistato più petrolio di quanto si pensi, e che questo possa aver sballato i dati sul consumo. È noto fra l’altro che la Cina sta ammassando barili di petrolio in un fondo di emergenza, di cui non è chiarissima l’entità. E in generale, spiega ad esempio uno studio della banca di investimento norvegese DNB Markets, più della metà dei dati sulla domanda mondiale di petrolio sono ricavati da modelli e non da dati reali, e i paesi al di fuori dell’OCSE sono noti per raccogliere in modo impreciso le statistiche sul petrolio. Un portavoce dell’AIE ha detto al Wall Street Journal che la discrepanza può essere spiegata con una stima imprecisa della produzione, della domanda o dalla presenza di riserve di petrolio al di fuori dell’OCSE, di fatto tenendo aperte tutte le possibilità. Rob Haworth, un analista della banca americana U.S. Bank, ha commentato al Wall Street Journal che in fondo quella dei dati sulla produzione di petrolio è «una scienza imperfetta».

Abbonati al

Dal 2010 gli articoli del Post sono sempre stati gratuiti e accessibili a tutti, e lo resteranno: perché ogni lettore in più è una persona che sa delle cose in più, e migliora il mondo.

E dal 2010 il Post ha fatto molte cose ma vuole farne ancora, e di nuove.
Puoi darci una mano abbonandoti ai servizi tutti per te del Post. Per cominciare: la famosa newsletter quotidiana, il sito senza banner pubblicitari, la libertà di commentare gli articoli.

È un modo per aiutare, è un modo per avere ancora di più dal Post. È un modo per esserci, quando ci si conta.