Quanta energia abbiamo dentro?

Se lo chiede all'inizio della storia il protagonista del nuovo romanzo di Antonio Pascale, prima di chiedere a sé e ai suoi amici mille altre cose

È uscito per Einaudi il romanzo Le aggravanti sentimentali di Antonio Pascale, giornalista, scrittore e blogger del Post.
Il protagonista del libro è un cinquantenne rimasto in città mentre moglie e figli sono partiti per il mare, accompagnato da alcuni amici che formano un gruppo di adulti irrisolti: l’artista affermato dipendente da relazioni extraconiugali instabili e complicate, il film maker che consegna pizze per guadagnarsi da vivere, e la produttrice trentacinquenne che sente il passare degli anni. I dialoghi degli amici in una Roma estiva affrontano i temi più diversi – dalle letture, alla filosofia, alla natura umana, al jogging, alle donne – radunati sotto la domanda se esista la libertà nelle scelte della vita, o tutto obbedisca a un destino già scritto.
Questo è l’inizio del libro.

***

Se questa storia cominciasse dall’alto vedreste, nella luce soffusa del tramonto, le chiome ampie dei lecci e quelle globose dei platani, poi uno spiazzo, quindi la statua di Garibaldi, al Gianicolo. Di fianco alla statua – spostate lo sguardo di pochi metri, su una panchina – c’è un uomo: è solo, ha il braccio destro disteso lungo lo schienale e guarda di fronte a sé.
Ah, quell’uomo sono io.
La mia famiglia è appena partita per il mare, fra una settimana li raggiungo. Ora ho un appuntamento, ma sono arrivato con notevole anticipo.
Gli inizi dall’alto sono suggestivi, tuttavia per concentrarci meglio sul personaggio conviene abbassare la camera, tra la folla e i turisti, mi notereste subito. Sulla panchina, un po’ buttato, la luce arancione mi avvolge, ho gli occhi chiusi, ogni tanto li apro, respiro profondamente, cerco di cogliere le sfumature del tramonto, poi li richiudo, li stringo e si vedono le rughe intorno agli occhi. Sono rilassato? Sicuro di me? O preoccupato?
Inquieto.
In effetti qualcosa non va: cattivi pensieri?
A prescindere dall’inizio, se questa fosse una storia come si deve, con la sua trama ben costruita, lo scrittore già da ora dovrebbe far capire al lettore cosa sta per accadere, ma io – che sono uno scrittore – quel giorno di luglio, buttato sulla panchina, non avevo in mente nessuna storia ordinata, di quelle che si possono riassumere in poche righe. Del resto, come potevo immaginare che di lì a qualche minuto un piccolo evento, un accidente, avrebbe mosso altre pedine e queste, a loro volta, altre ancora, e siccome caos chiama caos alla fine tutto sarebbe precipitato?
Forse non ero pronto o attento, sicuramente avevo altro per la testa. Anzi, lo confesso subito: pensavo alla felicità.
Ovviamente ci pensavo perché non ero felice, troppi cattivi pensieri, forse le rughe intorno agli occhi… forse.
È che avevo appena letto uno studio di Richard Easterlin. Descriveva alcuni modelli ciclici della felicità, e arrivava alla conclusione che ognuno di noi, mediamente, ha un picco di felicità intorno ai 51 anni: io ne avevo 49.
I 51 anni rappresentano la fascia di età nella quale il set point raggiunge un livello stabile, con poche oscillazioni: famiglia, lavoro, finanze e salute si equilibrano.
La soddisfazione per il lavoro e le condizioni finanziarie ad esso associate cominciano a salire con regolarità intorno ai 40 anni per raggiungere il picco verso i 62 anni – sempre secondo Richard Easterlin. Appunto, non ero soddisfatto: lavoro e condizioni finanziarie ad esso associate… lasciamo perdere. Non che soffrissi più di blocchi creativi, ormai quel problema era superato: scrivevo libri, saggi, articoli, partecipavo a convegni e svariate altre cose. Eppure, avevo l’impressione di non riuscire a esprimere chiaramente quello che volevo esprimere. Come se la fluidità e la chiarezza di un ragionamento si inceppassero: dalla luce al buio.
Non era solo questo. Non ricordavo niente. Seguivo quiz televisivi e constatavo la mia ignoranza. Quali furono i sette re di Roma? Quando è morto Gandhi? Quando fu costruita la torre Eiffel?
Non mi ricordavo.
Eppure le dimenticanze, i buchi, i vuoti, il disordine mentale, erano direttamente proporzionali al numero di cose che leggevo. A un certo punto sul mio comodino s’era formata una pila dei seguenti libri, tutti letti, fino in fondo, e pure sottolineati: L’età della gloria di Tim Blanning; Il cervello e il senso della vita di Paul Thagard; Numeri. Tutto quello che conta da zero a infinito di Bartocci e Civalleri; il Mais, il Grano, il Melo, edizioni Bayer, Coltura & Cultura; Il declino della violenza di Steven Pinker; Fabbricare il futuro di Peter Marsh; Tutta colpa del cervello di Corbellini e Sirgiovanni; e poi Freud; l’Iliade; l’Odissea; l’Edipo re; Platone.
Ma quando mia figlia Marianna mi chiedeva:
– Papo?
– Oh!
– Qual è la differenza tra fabula e intreccio?
– Eh…? – facevo finta di non capire, prendevo tempo e cercavo su Google, trovavo una prima spiegazione molto approssimativa.
– Ma questa è la risposta che si trova su Yahoo Answers!
Umiliato, mettevo la sveglia alle 5,05, leggevo semiotica come un ossesso fino alle 7, e mi sembrava che tutto tornasse in ordine, i periodi storici e le teorie politiche, e anzi cominciavo a costruire ipotesi di libri che avrei voluto scrivere.
Ma poi accadeva di nuovo:
– Papo?
– Che c’è?
– Sto ripassando scienze.
– E io che ci devo fare?
– Non ho capito una cosa: perché Thomson dice che se i protoni fossero stati distribuiti omogeneamente le particelle alfa non sarebbero rimbalzate?
– … ehm…
Il buio.
Alzheimer? Non era l’Alzheimer, no.
Che fossi in deficit di energia…

Un giorno ero fermo in bicicletta al semaforo. Mi affianca una ragazza in moto, tutta imbardata: casco, visiera, occhiali, sciarpa e coperta – non so se avete presente queste assurde coperte che coprono le gambe dei motociclisti… Andare in moto vuol dire sentire il vento, i dossi, la pioggia, non certo muoversi come se fossi ancora a letto. Stavo già cominciando la mia arringa contro il mondo rammollito quando la ragazza ha indicato qualcosa con il dito:
– Funziona?
– La bicicletta?
– Ma no, il braccialetto.
Avevo un grosso braccialetto di rame al polso, di quelli foderati in pelle, un regalo, l’ho toccato e la ragazza ha fatto segno con la testa:
– Sì quello, funziona?
– In che senso funziona? È un braccialetto…
– È un braccialetto curativo, no?
Ero all’angolo tra via di Donna Olimpia e via Vitellia, dovevo affrontare la salita, la città ribolliva d’ansia e di smog, potevo quasi vedere la tensione degli automobilisti, la linea nervosa che dalla tempia, attraverso il tricipite, portava al polso, pronto, quest’ultimo, a ingranare la marcia con riflessi da gran premio, e questa ragazza mi parlava di cura.
– È di rame, no? L’energia vitale… sai?
– L’energia vitale? Ma no, è un regalo, una cosa così…
– Vabbè ciao, – era scattato il verde e mi sono sentito spinto dalla massa delle auto scalpitanti.
L’energia vitale? Un braccialetto di rame? Lo indosso per bellezza, anzi per vanità.
Tuttavia grazie ai potenti mezzi della tecnologia e ai miei muscoli, la mia mountain bike, con tre corone e svariati cambi, va leggera in salita e alla fine, mettici pure il traffico, sono arrivato contemporaneamente alla ragazza all’incrocio con viale Trastevere.
– Cioè, questo braccialetto, – le ho chiesto io allora, – dovrebbe essere curativo?
– Sì, il rame è energia vitale.
– Ah! Pensavo fosse un metallo pesante.
– Moltiplica l’energia che abbiamo dentro…
Mi stava prendendo in giro?
– Abbiamo l’energia dentro?
– Sì, racchiusa nel nostro corpo, – mi stava prendendo in giro, ovvio, – una potenza in grado di illuminare una città per quasi una settimana! Ciao… – E siamo ripartiti.
Dovendo affrontare anche la salita del Quirinale, mi sono un po’ convinto: vuoi vedere che dentro di me si agitava tanta energia (amplificata dal braccialetto) in grado di illuminare Roma?
Poi, a salita fatta, non c’ho più pensato.
Ma di notte la solita insonnia, i pensieri che andavano e venivano: possediamo davvero la quantità di energia capace di illuminare una città per quasi una settimana?
Alle sei e mezza ho mandato un messaggio ad Amedeo, che fa l’astrofisico: sei sveglio? Mi ha risposto: no!
Allora l’ho chiamato:
– Come si fa a calcolare la potenza di picco generata da un essere umano?
– Che cazzo stai a di’?
– Una ragazza mi ha detto che possediamo energia… l’ho incontrata al semaforo, mi ha guardato il braccialetto… vabbè, è una storia complicata… insomma, ha detto che possediamo energia per illuminare una città per quasi una settimana…
– Quasi?
– …?
– Perché quasi una settimana?
– Ah! E che ne so? L’ha detto lei, io stavo in bici, mi è rimasta ’sta frase in testa…
– Bisogna essere precisi…
– Perciò ti chiamo, sei uno scienziato…
– Ma sono le 6,35!
– 6,36! Vai indietro.
– Ma che…
– Cioè, come si fa a calcolare la potenza di picco generata da un essere umano?
– Non stai bene, vero?
Poi ho sentito che mugugnava, stava parlando con sua moglie, allora ho detto:
– Metti in vivavoce, così facciamo sentire anche a Ilaria… sennò pensa che parliamo di donne.
– Ma quali donne?
– Vabbè, quindi come faccio a calcolare la potenza?
– L’energia, non la potenza, non confondere.
– Sì, l’energia, l’energia.
Ha tirato un sospiro:
– Parti dall’apporto energetico del cibo.
– Perché?
– Come perché? Come pensi che produciamo energia? Mangiando, no? Allora… aspetta…
– Hai messo il vivavoce?
– Nooo! Ilaria dorme, comunque, fai così…
– No, come fai così? Fallo tu, mi confondo con i calcoli…
– Pure io, perciò faccio il fisico e non il matematico… 2500 chilocalorie al giorno è l’apporto di cibo. Una chilocaloria è… aspetta…
– E chi si muove?
– 4184 joule, quindi devi fare 2500 x 4184.
Ho fatto i calcoli al tavolino del bar dove sono andato a fare colazione, ormai di dormire non se ne parlava più, e mi è venuto un numero enorme: 10 milioni di joule. Effettivamente potevamo illuminare l’universo. Ero eccitato da questa scoperta – ho cominciato a toccarmi nevroticamente il braccialetto.
Mi è venuto in mente Platone: l’anima sceglie liberamente il corpo nel quale incarnarsi, dunque siamo liberi – gli dèi non interferiscono. Che ce ne facciamo di questa libertà? Dobbiamo essere felici. Appunto: come si fa? Con la conoscenza, il solo strumento che abbiamo per fare buone scelte e arrivare alla felicità. Certo ci vuole energia per conoscere e io l’avevo: 10 milioni di joule.
Tuttavia, siccome sono sempre in dubbio con i calcoli – non mi vengono bene dai tempi del liceo – ho richiamato Amedeo.
Che prima mi ha mandato affanculo. Poi però si è messo a spiegarmi con santa pazienza che dovevo dividere il tutto per 86 400 secondi (i secondi contenuti in una giornata) e alla fine è venuto fuori 120 watt!
Che cazzo, ho pensato: abbiamo una potenza di picco per illuminare una lampadina, altro che città! Energia vitale: a stento una lampadina.
Rovinata la giornata. L’umore pure.
Non potevamo cambiare nemmeno la più piccola delle abitudini: abbiamo solo 120 watt di energia.
Va bene, abito in via di Donna Olimpia, vicino alle case popolari, e c’è la crisi, arrivano un sacco di persone già di prima mattina in tenuta depressiva, sandali ai piedi e piedi strascicati, qualcuno in pantofole per risparmiare tempo, spesso tossici fatti o sul punto di farsi, a volte sembrano caricature: bocca semiaperta, labbro inferiore rivoltato, lingua prominente, annichiliti dagli psicofarmaci, e le fronde degli olmi che gettano ombre sui loro corpi. Altro che felici. Si sopravvive con fatica, slot-machine già in funzione al mattino presto, fumo e speranza, nonne con gratta e vinci in mano, figlie con gratta e vinci in mano, uomini con la birra in mano e gli occhiali a specchio Ray-Ban, signore anziane con cappotti anche d’estate che passeggiano lente, attente al passo, come se il marciapiede fosse coperto di detersivo, e tanti cani al guinzaglio. E soprattutto: quintali di zucchero nel cappuccino, e vedi questa isola di zucchero che cerca di rimanere in superficie, poi un gorgoglio e l’isola viene risucchiata, mentre loro girano girano girano il cucchiaino.
Roba da 120 watt.

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