Valery Vigilucci festeggia dopo un gol con la nazionale italiana femminile under 19. (Gabriele Maltinti/Getty Images)
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  • martedì 8 Marzo 2016

Ehi, esiste anche il calcio femminile

In Italia ci sono poche calciatrici, poche squadre, pochi investimenti, molti pregiudizi e nessun campionato professionistico: qualcosa però sta lentamente cambiando

di Pietro Cabrio
Valery Vigilucci festeggia dopo un gol con la nazionale italiana femminile under 19. (Gabriele Maltinti/Getty Images)

In Italia quasi tutti gli sport, per esempio il basket, la pallanuoto o la pallavolo, hanno un campionato sia maschile che femminile, entrambi di ottimo livello; in alcuni casi, come nel tennis, le atlete italiane sono da anni nettamente più forti, seguite e vincenti degli atleti uomini; chi non segue il tennis farà forse fatica a citare quattro tennisti italiani maschi in attività ma con le tenniste donne la risposta sarà molto più facile, da Sara Errani a Flavia Pennetta, da Francesca Schiavone a Roberta Vinci. Nel calcio questa cosa non vale. Oggi in Italia non esiste alcuna attenzione per il calcio femminile, e non è necessariamente colpa di tifosi e appassionati.

Negli ultimi anni alcuni dei più importanti dirigenti calcistici italiani si sono espressi con toni sprezzanti verso il calcio femminile, confermando in parte la causa principale che ha impedito allo sport di ricevere investimenti e attenzioni e crescere in Italia al pari di altri paesi europei: il calcio è ritenuto ancora uno “sport da uomini”. In un paese che va matto per il calcio, e che non si sognerebbe di dire – per restare al nostro esempio – che il tennis o il karate sono “roba da uomini”, è ancora molto diffusa l’idea che le donne non siano in grado di giocare a calcio a un livello accettabile, e quindi che il calcio femminile in ultima istanza non sia vero calcio.

Un gol di Melania Gabbiadini, la più forte calciatrice italiana.

Meno di un anno fa il presidente della Lega Nazionale Dilettanti (LND) Felice Belloli si espresse in maniera molto offensiva nei confronti delle calciatrici, durante una riunione del consiglio di dipartimento del calcio femminile. Nel corso di un dibattito sui possibili finanziamenti al calcio femminile provenienti da quello professionistico maschile, Belloli disse: «Basta! Non si può sempre parlare di dare soldi a queste quattro lesbiche». Belloli venne sfiduciato all’unanimità dalla LND pochi giorni dopo e lasciò l’incarico. Alcuni giorni prima Carlo Tavecchio, oggi presidente della FIGC ma allora presidente della LND, intervistato dal programma televisivo della RAI “Report” disse: «Si pensava che le donne fossero handicappate rispetto al maschio, ma abbiamo riscontrato che sono molto simili».

Dal problema culturale derivano la maggior parte dei problemi che le società di calcio femminili italiane devono affrontare ogni anno.

Il calcio femminile fece un timido ingresso nel mondo dello sport italiano verso la metà del Novecento, con la fondazione di alcune squadre amatoriali e altre istituite solamente per esibizione, scopi benefici e per la promozione dello sport femminile. Dal 1968, per circa vent’anni, fu gestito da un’organizzazione autonoma, che ebbe il compito di organizzare le partite del campionato e quelle della nazionale. Nel 1986 l’organizzazione autonoma del calcio femminile divenne parte della Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC) e la sua struttura venne affidata alla Lega Nazionale Dilettanti (LND). Tuttora il campionato femminile italiano è formato da diverse categorie e si svolge regolarmente ogni anno: la prima divisione, dopo le riforme introdotte negli ultimi anni, è composta da 12 squadre.

Le squadre sono dilettanti così come le giocatrici, che quindi non possono essere comprate o vendute. Non riescono a generare ricavi e nella maggior parte dei casi la loro esistenza è garantita soltanto dai contratti di sponsorizzazione, che quando cessano possono portare al fallimento da una stagione all’altra, dato che non esiste nessun altro tipo di garanzia economica. Niente di rilevante è stato investito nella promozione del calcio femminile e nei suoi tornei: gli impianti sportivi che ospitano le partite sono quasi sempre vuoti. La FIGC stanzia 3 milioni di euro all’anno al campionato femminile: secondo un rapporto dell’UEFA persino l’Olanda, che ha circa 40 milioni di abitanti in meno dell’Italia, ne stanzia uno in più. Il campionato femminile francese invece ne riceve 10, quello inglese circa 20. Non esistono accordi con le televisioni e le partite non sono trasmesse da nessuno, fatta eccezione per qualche caso isolato. Allo stato attuale quindi è molto difficile poter vedere in breve tempo una crescita della popolarità del calcio femminile in Italia.

Un gol da metà campo di Carli Lloyd, statunitense, Pallone d’oro 2015.

Considerato che la diffusione del calcio fra le ragazze, nel resto del mondo favorita in particolar modo dall’istituzione dei programmi giovanili nelle scuole, impiegherebbe molto tempo prima di dare i primi risultati, la cosa più urgente che la FIGC ha fatto per aiutare il movimento è stata quella di dare la possibilità alle società maschili di rilevare il titolo sportivo delle squadre femminili, come già fatto da anni in molti campionati europei. Il New York Times ha recentemente raccontato il caso della Fiorentina, la cui dirigenza ha deciso l’estate scorsa di istituire una propria squadra femminile servendosi delle riforme introdotte dalla FIGC.

Nell’articolo del New York Times vengono riportate anche le parole di Tatjana Haenni, presidente della divisione femminile della FIFA, che parlando della Fiorentina ha detto che questa strada è il modo più efficace per aiutare il calcio femminile italiano: i club hanno a disposizione strutture, dipendenti e staff tecnico che le singole squadre femminili, vista la loro attuale situazione, non potrebbero mai permettersi. La squadra della Fiorentina è ancora un esperimento, poiché spesso divide ancora il campo di allenamento con le squadre giovanili e gioca le partite nei piccoli campi di periferia. Le giocatrici però hanno a disposizione allenatori e preparatori, e l’organizzazione non è più dilettantesca: né l’allenatore né le calciatrici devono preoccuparsi di portare il materiale tecnico al campo di allenamento, per esempio, come spesso succede nelle altre squadre.

In altri paesi europei la situazione è decisamente diversa. In Germania, Inghilterra, Francia e nei paesi scandinavi molti dei club più importanti hanno sia una squadra maschile che una femminile. In questi paesi poi il calcio femminile è popolare abbastanza da permettere l’esistenza anche di singole società femminili, tutte professionistiche. Le federazioni inoltre stanziano diversi milioni di euro ogni anno per supportare le loro attività. Le squadre tedesche, inglesi, francesi e scandinave si contendono ogni anno la Champions League femminile, istituita ufficialmente nel 2001, in cui nessuna squadra italiana è mai riuscita ad arrivare alla finale. In altri paesi come Stati Uniti, Giappone, Canada, Corea del Sud e Brasile, il calcio femminile è estremamente popolare, principalmente perché favorito dall’inserimento dello sport nelle attività scolastiche.

Da alcuni decenni Giappone e Stati Uniti hanno investito molti soldi nel calcio femminile, cercando di rendere le rispettive nazionali competitive con i risultati ottenuti dalle squadre europee e sudamericane. Gli Stati Uniti hanno ospitato due Mondiali femminili e il Giappone (insieme alla Corea del Sud) ne ha ospitato uno. Come mostrano le tre importanti finali consecutive giocate dalle due squadre, a livello femminile Giappone e Stati Uniti sono riuscite a diventare più forti delle nazionali di Europa e America del Sud.

Generalmente il calcio femminile rimane ancora molto meno diffuso di quello maschile, ma l’intero movimento ha avuto negli ultimi anni una crescita enorme, grazie soprattutto alle riforme dell’ex presidente della FIFA Joseph Blatter: con Blatter sono arrivati maggiori investimenti e molte opportunità. Alla Coppa del Mondo femminile del 2015 hanno partecipato 24 squadre – fino al 2011 ne partecipavano solo undici – fra cui diverse nazionali che sono migliorate molto negli ultimi anni: è il caso per esempio della Spagna o della Costa d’Avorio. La nazionale italiana, invece, non è riuscita a qualificarsi per la fase finale.

Un gol della calciatrice irlandese Stephanie Roche.

Negli ultimi anni anche l’UEFA si è impegnata molto nello sviluppo del calcio femminile e ha introdotto diverse forme di sostegno alle federazioni nazionali. Pochi mesi fa ha pubblicato anche i dati delle calciatrici tesserate dalle federazione europee: in Italia sono circa 20 mila, in Germania 250mila, in Francia 170mila, in Inghilterra 90mila e in Danimarca circa 70mila. Meno di un anno fa la federazione italiana ha introdotto alcune riforme che dovrebbero contribuire a migliorare la situazione del calcio femminile, come dicevamo: i club professionistici possono rilevare il titolo sportivo delle squadre femminili già esistenti ed inserirle nella propria struttura sportiva. I club di Serie A e Serie B inoltre dovranno allestire due categorie giovanili femminili entro l’inizio della prossima stagione. Finora lo hanno fatto solo Fiorentina e Bari.

Lo scorso giugno Alessandra Signorile è stata nominata coordinatrice del Consiglio del Dipartimento Calcio femminile della LND, che al momento è una delle figure più influenti nel mondo del calcio femminile italiano: il delegato del dipartimento è Rosella Sensi, ex presidente della Roma. Prima di ricevere la nuova carica, Signorile è stata la presidente (e lo è ancora) della Pink Team Bari, una squadra femminile barese che da quest’anno, con la nuova denominazione FC Pink Bari, disputa la Serie A ed è stata accorpata nel Bari maschile di cui è presidente l’ex arbitro Gianluca Paparesta, diventando così la seconda squadra femminile di un club professionistico dopo quella della Fiorentina.

«Personalmente ritengo che dal punto di vista sportivo la Serie A femminile sia molto interessante», ha detto Signorile al Post. «Abbiamo quattro squadre al vertice che stanno lottando per vincere il campionato e sei squadre in coda che lottano per la salvezza. Quindi sicuramente non si può parlare di un campionato scontato. Per quanto riguarda la struttura del campionato, ritengo che non vi siano grandi differenze dagli altri tornei europei: ovunque vi sono più o meno campionati da otto a dodici squadre. Anzi considerando l’esiguo numero di calciatrici nel nostro paese credo che anche in questo campo l’estro italiano ci aiuti, visto che riusciamo comunque a rendere avvincente la classifica».

Alcune azioni di gioco di Nadine Kessler, centrocampista tedesca.

Il campionato femminile italiano, nonostante le difficoltà a cui deve far fronte, riesce a essere fra i primi dieci d’Europa. L’intero movimento sarebbe aiutato moltissimo se le calciatrici diventassero professioniste, e di conseguenza anche il campionato: Signorile però sostiene che «un vero e proprio campionato professionistico non è pensabile in tempi così brevi. Per parlare di professionismo in ambito calcistico femminile, occorre in primis che le calciatrici diventino delle professioniste e nel nostro paese attualmente esiste solo una proposta di legge in tal senso, che tra l’altro riguarda tutte le discipline sportive al femminile, nel senso che tutte le atlete italiane non sono professioniste: per intenderci, Flavia Pennetta e Roberta Vinci, due fra le tenniste più forti d’Italia, secondo l’ordinamento sportivo sono delle dilettanti. In tempi brevi possiamo solo lavorare per migliorare gli standard qualitativi delle dodici squadre impegnate nel massimo campionato».

Signorile ritiene che la FIGC si stia seriamente impegnando per lo sviluppo e la crescita del calcio femminile: «Ha realizzato degli studi sulle realtà europee più avanzate e ha elaborato dei progetti per raggiungere gli standard degli altri paesi europei, alcuni dei quali sono già in atto, come l’inserimento di altre due squadre nazionali, l’Under 23 e la rappresentativa Under 15, i corsi di formazione per i tecnici dei settori femminili e i nuovi Centri Federali Territoriali, nei quali è prevista un’area per il femminile. Con la collaborazione della LND, poi, sono state scelte nuove figure che saranno impegnate sul territorio per incrementare l’attività calcistica femminile giovanile. È stato introdotto l’obbligo nelle licenze A e B per le squadre maschili professionistiche di tesserare a partire da questa stagione sportiva 20 bambine Under 12, obbligo che nei prossimi anni verrà gradualmente ad interessare tutti i club maschili. E dopo c’è la possibilità dell’apparentamento con i club professionistici. Ora bisogna rimboccarsi le maniche e lavorare tutti insieme per il calcio femminile: io credo che da qui a cinque anni avremo sicuramente uno scenario diverso e perché no forse dei club professionistici con calciatrici professioniste».