(AP Photo/Chiang Ying-ying)

Tanti saluti alle odiose lampade a fluorescenza

Sono quelle che ci mettono un secolo per accendersi e fare luce: i principali produttori stanno iniziando a sbarazzarsene

(AP Photo/Chiang Ying-ying)

A inizio febbraio General Electric (GE), la storica multinazionale dell’energia statunitense, ha annunciato che intensificherà la sua produzione di lampadine LED, abbandonando progressivamente le lampadine a fluorescenza compatte (CFL), quelle che la maggior parte di noi ha in casa e che negli ultimi anni sono state adottate al posto delle classiche lampadine a incandescenza (quelle di una volta col filamento). Le CFL impiegano molti secondi prima di raggiungere il massimo della luminosità, un difetto mal sopportato da molte persone soprattutto in ambito domestico: entri in una stanza per fare brevemente qualcosa e devi startene lì ad aspettare che la lampadina diventi luminosa per vedere bene. La decisione di GE avrà sicuramente ripercussioni sugli altri produttori, dicono gli esperti, e probabilmente accelererà la fine delle CFL per illuminare la casa.

GE non è la prima grande azienda ad avere deciso di farla finita con le lampadine fluorescenti compatte. Lo scorso anno IKEA, tra i più grandi produttori di mobili al mondo, decise di non vendere più le CFL nei suoi negozi per incentivare l’utilizzo delle lampadine LED. Negli anni precedenti l’azienda aveva promosso la vendita delle CFL con grandi campagne di marketing, sfruttando il progressivo abbandono delle vecchie lampadine a incandescenza negli Stati Uniti, Unione Europea e altri paesi a causa dei loro consumi troppo alti in rapporto alla quantità di luce prodotta (la maggior parte dell’energia viene dispersa in calore).

Semplificando, le lampadine fluorescenti compatte sono una versione alternativa dei classici tubi al neon (li chiamiamo così, ma spesso contengono un gas diverso dal neon): si distinguono da questi perché non hanno un tubo lineare, ma con una forma compatta – di solito a elica – che permette di ridurre l’ingombro e di adattarsi ai lampadari nati quando si utilizzavano ancora le lampadine a incandescenza. Oltre al classico attacco a vite, le CFL hanno nella loro base (la parte di plastica) l’elettronica necessaria per farle funzionare: il passaggio della corrente stimola il gas all’interno del tubo, che emette radiazioni nell’ultravioletto, quindi non visibili all’occhio umano; nel tubo c’è anche una sostanza fluorescente che si attiva con le radiazioni, emettendone di visibili e così si ha la luce. A seconda di come è fatta l’elettronica della lampadina, che deve limitare la corrente per fare funzionare il sistema, i tempi di accensione possono richiedere alcuni secondi e diversi altri prima che il materiale fluorescente raggiunga la massima luminosità: per questo motivo le CFL impiegano più tempo delle lampadine a incandescenza a illuminare gli ambienti.

Fino a qualche anno fa, l’alternativa migliore alle classiche lampadine progressivamente messe al bando erano le CFL, perché permettono di risparmiare molta energia e hanno una durata che arriva a 10mila ore da accese rispetto alle mille di quelle a incandescenza. Queste caratteristiche le avevano rese un’alternativa accettabile, anche se mal sopportata e non solo per i tempi di accensione: le lampadine a fluorescenza emettono una luce più fredda e talvolta intermittente, rispetto a quella più calda e familiare dei vecchi modelli col filamento. I produttori hanno provato ad aggirare il problema modificando la sostanza fluorescente, ottenendo però risultati alterni e non sempre soddisfacenti. Al loro interno le CFL contengono inoltre mercurio, un metallo molto inquinante che rende complesso lo smaltimento delle lampade quando smettono di funzionare.

Per tutti questi motivi, la tecnologia a LED sembra essere la migliore candidata a terminare la breve vita delle CFL, per lo meno in ambito domestico. I LED esistono da decenni – la lucina rossa del televisore, per esempio, è un LED – ma fino a qualche tempo fa non potevano essere utilizzati per produrre luce bianca perché erano disponibili solo per la luce rossa e verde. Le cose cambiarono all’inizio degli anni Novanta, quando fu possibile creare un LED blu che combinato agli altri consente di avere una luce bianca: la scoperta, che sta rivoluzionando il settore dell’illuminazione, è valsa ai suoi autori il premio Nobel per la fisica nel 2014.

Le lampadine a LED hanno un basso consumo energetico, arrivano a durare tre volte tanto rispetto alle CFL e contengono meno sostanze potenzialmente pericolose per l’ambiente. Finora non sono state impiegate su larga scala per l’illuminazione domestica a causa del loro prezzo, più alto rispetto alle lampadine a fluorescenza, ma negli ultimi anni l’aumento della produzione ha portato a una riduzione considerevole del loro prezzo. Secondo una ricerca i prezzi sono diminuiti tra il 28 e il 44 per cento ogni anno tra il 2011 e il 2014. Una lampadina che consuma fino all’85 per cento in meno di energia e dura 10 volte di più di una a incandescenza viene venduta a 5 euro circa (i prezzi variano molto a seconda delle dimensioni, della potenza e del flusso luminoso).

La lampadina a incandescenza fu perfezionata da Thomas Edison intorno al 1880, ma negli anni precedenti molti altri inventori avevano raggiunto lo stesso risultato e talvolta con lampade più efficienti di quella di Edison. Tra questi ci fu l’italiano Alessandro Cruto di Piossasco (Torino) che creò una lampadina con un rendimento maggiore rispetto a quella di Edison e con una luce più bianca. Il principio della lampadina fluorescente fu invece ideato ed elaborato da Nikola Tesla nel 1890.

Le CFL non spariranno di colpo dal mercato, anche perché in molti paesi in via di sviluppo è appena iniziata la transizione da quelle a incandescenza verso questo tipo. Nei prossimi anni gli analisti prevedono comunque che ci sarà una sempre maggiore diffusione delle lampade LED, che stanno diventando familiari anche grazie alle iniziative di molte città per utilizzarle nell’illuminazione pubblica al posto dei vecchi lampioni e per i semafori. In Italia, Milano è tra le città più avanti in questo progetto, seguita da Torino che l’anno scorso ha avviato un progetto simile.

In futuro potrebbe comunque esserci un ritorno alle lampadine a incandescenza, ma con una tecnologia completamente nuova per renderle molto più efficienti. Attualmente questa soluzione è in fase di sperimentazione presso il Massachusetts Institute of Technology (MIT) e ha dato risultati molto promettenti.