Giulio Regeni (foto archivio Sindaci ragazzi Fiumicello, via ANSA)
  • Italia
  • venerdì 5 febbraio 2016

Chi ha ucciso Giulio Regeni?

I giornali di oggi mettono in ordine quel poco che sappiamo sul ricercatore italiano torturato e ucciso al Cairo, che collaborava col Manifesto, e sull'atteggiamento dell'Egitto

Giulio Regeni (foto archivio Sindaci ragazzi Fiumicello, via ANSA)

A più di un giorno dal ritrovamento del corpo di Giulio Regeni al lato di un’autostrada nella periferia occidentale del Cairo, in Egitto, continuano a esserci poche informazioni chiare e attendibili su quali siano state le circostanze della morte del ragazzo, dopo la scomparsa avvenuta lo scorso 25 gennaio. Il governo italiano ha chiesto al presidente egiziano Al Sisi di svolgere indagini accurate sulla vicenda e, tra le altre cose, ha inviato al Cairo sette investigatori di polizia, carabinieri e Interpol che avranno il compito di seguire le indagini in collaborazione con gli inquirenti egiziani.

Tra i primi aspetti da chiarire ci saranno le diverse versioni date da procura e polizia dell’Egitto sulle condizioni in cui era il corpo di Regeni quando è stato trovato. Gli investigatori italiani sono arrivati in Egitto venerdì sera, mentre il corpo di Regeni dovrebbe arrivare in Italia nel pomeriggio di sabato, dove sarà sottoposto a un’autopsia. Nella notte tra venerdì e sabato è stata diffusa la notizia dell’arresto di due persone sospettate di essere coinvolte nell’omicidio, ma gli arresti non sono stati confermati dal ministero dell’Interno egiziano.

Il ritrovamento e le indagini
Citando tre fonti diverse, Carlo Bonini su Repubblica scrive che le condizioni del corpo di Giulio Regeni al momento del ritrovamento erano “indicibili”: “Evidenti i segni di tortura sul corpo. Ustioni di sigaretta, la mutilazione di un orecchio, incisioni da taglio, ecchimosi profonde e diffuse” che sembrano indicare “una morte tanto ‘lenta’ quanto atroce”, quindi incompatibile con quella di un incidente stradale. Le fonti di Bonini dicono che Regeni morì “diversi giorni prima del 3 febbraio”, giorno in cui è stato ritrovato il suo corpo nella periferia del Cairo sull’autostrada che porta verso Alessandria.

Chi ha ucciso Giulio, dunque, ha avuto ad un certo punto fretta di liberarsi del cadavere. E lo ha fatto con una goffa messa in scena. Abbandonandolo nudo dalla cintola in giù, per poter accreditare prima “un delitto a sfondo sessuale” (questo il tenore delle prime informazioni trasmesse dalla polizia egiziana alle nostre autorità nella notte di mercoledì), quindi la pista della criminalità comune e, infine, la storia di cartapesta dell’incidente stradale.

La procura di Giza ha detto che Regeni fu torturato e ucciso, ma questa versione è stata in buona parte smentita dal ministro dell’Interno egiziano, secondo cui sul corpo del ragazzo ci sarebbero lividi e abrasioni ma non segni di tortura. Un portavoce del ministero ha detto che quest’ultima versione è stata confermata anche dai funzionari dell’obitorio dove era stato trasportato il corpo di Regeni, in seguito trasferito presso l’ospedale italiano Umberto I al Cairo.

Chi era Giulio Regeni
Regeni aveva 28 anni ed era di Fiumicello, un paese vicino a Udine. Era al Cairo dallo scorso settembre per lavorare alla sua tesi sulle prospettive dell’economia egiziana dopo le rivolte che cinque anni fa portarono alla deposizione di Hosni Mubarak. Era dottorando in Commercio e sviluppo internazionale presso il dipartimento di Politica e studi internazionali dell’Università di Cambridge, nel Regno Unito. Prima aveva studiato negli Stati Uniti grazie a una borsa di studio vinta mentre frequentava le scuole superiori a Trieste. Molto interessato ai temi del lavoro e della giustizia sociale, in Egitto si era soprattutto dedicato alle ricerche sui diritti dei lavoratori, parte del tema della sua tesi.

Da quando si trovava in Egitto, Regeni aveva collaborato più volte con il Manifesto, proponendo articoli sulla situazione sociale nel paese riferita soprattutto alle condizioni dei sindacati e alle limitazioni imposte dal nuovo governo di Al Sisi, che ha preso il potere nel 2014 sovvertendo i piccoli e imperfetti progressi democratici seguiti alla fine della presidenza Mubarak. Simone Pieranni, che per il Manifesto si occupa della sezione esteri, scrive che Regeni aveva chiesto di comparire sotto pseudonimo sulle pagine del giornale.

In una mail, come ne arrivano tante, il ragazzo chiedeva di pubblicare l’articolo con uno pseudonimo. Lo aveva fatto altre volte. Non è l’unico in quei paesi. Avremmo pubblicato anche quel pezzo, come gli altri, con lo pseudonimo, consapevoli che una richiesta del genere, fatta da una persona in un posto come l’Egitto di oggi, fosse assolutamente legittima. Dovevamo proteggere, come sempre facciamo, la possibilità per i nostri collaboratori di non avere ripercussioni a seguito di un articolo pubblicato sul giornale.

Nei suoi articoli Regeni metteva insieme considerazioni personali derivate dall’osservazione di come si vive al Cairo con dati, analisi e informazioni più tecniche sull’economia e la condizione dei lavoratori in Egitto. L’ultimo articolo – inviato qualche giorno prima della sua scomparsa, e pubblicato oggi dal Manifesto – è dedicato ai sindacati indipendenti e alle difficoltà che incontrano durante la loro attività a causa dei controlli molto stretti da parte del governo. L’articolo doveva essere pubblicato giorni fa ma la sua uscita era stata rinviata a causa di altre notizie di più stretta attualità. Pieranni spiega che: “Con grande cortesia Giulio Regeni ci ha chiesto i motivi della mancata pubblicazione fino a quel momento. Si tratta di uno scambio classico che avviene in qualunque redazione”.

La scelta di pubblicare l’articolo di Regeni il giorno dopo la conferma ufficiale della sua morte ha ricevuto qualche critica; la stessa famiglia del ragazzo aveva chiesto di non pubblicarlo. L’articolo è sulla prima pagina del Manifesto e, a differenza di quelli pubblicati in precedenza, è firmato Giulio Regeni. Per quanto ci siano crescenti sospetti, non è ancora chiaro se la scomparsa e la morte di Regeni abbiano a che fare con la sua attività giornalistica.

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La scomparsa
Molti dettagli sulla scomparsa di Giulio Regeni non sono ancora chiari, ma grazie ad alcune testimonianze è stato possibile ricostruire almeno parte dei suoi spostamenti. Il 25 gennaio intorno alle 20 Regeni è uscito dalla casa in affitto in cui viveva con due inquilini nel quartiere residenziale di Dokki e ha raggiunto la fermata Bohooth della metropolitana. A un amico ha scritto un SMS dicendo che stava andando a una festa di compleanno e che sarebbe sceso alla fermata Mohameh Naguib, e non a Sadat perché era stata chiusa: in quel giorno erano in corso controlli molto severi da parte della polizia, nel timore che potessero esserci manifestazioni contro il governo per la ricorrenza del quinto anniversario delle rivolte. Secondo le ricostruzioni, Regeni è sceso alla fermata Mohamed Naguib ma non ha raggiunto mai un amico che lo stava aspettando poco distante da piazza Tahrir, la piazza diventata famosa nel 2011 per le proteste contro Mubarak.

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Nei giorni seguenti alla scomparsa, i genitori di Regeni hanno raggiunto il Cairo e l’ambasciata italiana si è attivata per avere notizie circa il ragazzo dalle autorità egiziane. Inizialmente, scrivono diversi giornali oggi, il governo dell’Egitto non ha fornito molta assistenza, limitandosi a dire che non risultava fosse stato arrestato o trasportato in qualche ospedale. Il ministero degli Esteri italiano ha fatto pressioni chiedendo più collaborazione, rendendo pubblica una nota in cui si parlava della scomparsa di Regeni, cosa che in parte ha permesso di ottenere più informazioni da parte egiziana. Nella sera del 3 febbraio le autorità egiziane hanno comunicato all’ambasciata italiana di avere trovato il corpo di Giulio Regeni nel quartiere 6 ottobre, su una strada che porta verso Alessandria, a una ventina di chilometri di distanza dal centro del Cairo.

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