Stefano Pilati dopo la Settimana della moda di Milano, 16 gennaio 2016. (GABRIEL BOUYS/AFP/Getty Images)
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Stefano Pilati ha lasciato Ermenegildo Zegna

Era direttore artistico dal 2012, se n'è andato d'accordo con l'azienda dopo aver raggiunto gli obiettivi che si erano dati

di Enrico Matzeu – @enricomatzeu
Stefano Pilati dopo la Settimana della moda di Milano, 16 gennaio 2016. (GABRIEL BOUYS/AFP/Getty Images)

Mercoledì 3 febbraio lo stilista italiano Stefano Pilati ha lasciato la direzione artistica di Ermenegildo Zegna Couture, la linea di abbigliamento maschile del gruppo Ermenegildo Zegna, di cui si occupava dal 2012. La notizia circolava già da giorni su alcuni giornali ma è stata confermata dall’autorevole rivista di moda Business of Fashion, che ha precisato che la decisione è stata presa di comune accordo tra lo stilista e l’azienda.

Gildo Zegna, amministratore delegato del gruppo, ha ringraziato Pilati, dicendo che l’obiettivo della loro collaborazione era rilanciare la linea di abbigliamento dal punto di vista stilistico e riportare le sfilate di Zegna al centro della settimana della moda maschile di Milano: è stato raggiunto prima del tempo e per questo il lavoro di Pilati è concluso. Pilati ha confermato la spiegazione di Zegna e aggiunto che ora si occuperà di altri progetti che aveva messo da parte per dirigere la casa di moda. Secondo Vanessa Friedman, critica di moda del New York Times, tre anni sono comunque troppo pochi per ridefinire l’immagine di un marchio ed educare il cliente a un nuovo stile, soprattutto nell’abbigliamento maschile: un periodo così breve «è come un qualcosa per pulirsi il palato, un modo per lavar via il vecchio e prepararsi per il nuovo».

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Pilati è riuscito a creare una nuova immagine di Ermenegildo Zegna, unendo la sartorialità tipica dell’azienda a elementi innovativi per la moda maschile, come i ricami e le applicazioni sui pullover. Guy Trebay, il critico di moda maschile del New York Times, ha scritto a proposito della sua ultima collezione, quella per l’autunno/inverno 2016, che «Pilati ha disegnato una linea immaginaria tra il suo potenziale ricco cliente e la volgare massa di utenti di Instagram. I suoi abiti comunicano una pacifica aura di denaro, creata in modo casto e largamente invisibile». In sostanza, secondo Trebay, gli abiti non si rivolgono ai cosiddetti influencer (le persone che indossano vestiti firmati per convincere altri ad acquistarli), ma a un pubblico più maturo.

I clienti di Ermenegildo Zegna sono soprattutto uomini dallo stile classico; l’azienda ha sempre puntato soprattutto sulla qualità dei materiali, e produce in Italia i tessuti per i suoi abiti. L’azienda – fondata appunto da Ermenegildo Zegna nel 1910 a Triverio, in provincia di Biella – è cresciuta molto in fretta, e dai mille operai che aveva negli anni Trenta ne ha ora più di settemila, distribuiti in svariati stabilimenti in Piemonte. Negli ultimi anni ha aperto boutique monomarca e fatto alcune acquisizioni, come la marca Agnona (disegnata fino al 2015 sempre da Pilati) e l’azienda Longhi Pelletteria, che realizza gli accessori in pelle. Oltre alla prima linea, Ermenegildo Zegna Couture, ci sono anche la linea giovanile Z Zegna e Zegna Su Misura, il servizio di sartoria personalizzata.

Stefano Pilati è nato a Milano nel 1965, ha studiato design ambientale e ha iniziato a lavorare nella moda come stagista di Cerruti. Nel 1993 è stato assunto da Giorgio Armani come assistente per la linea uomo, due anni dopo è passato a Prada per dedicarsi alla ricerca e allo sviluppo dei tessuti. Ha collaborato per due anni con Miuccia Prada, nel 2000 è stato assunto come assistente da Yves Saint Laurent, e nel 2004 ha preso il posto di Tom Ford alla direzione artistica, dov’è rimasto otto anni impegnandosi a rilanciare lo stile del marchio (ha introdotto per esempio la gonna a tulipano, molto apprezzata dalla stampa e copiata da altri stilisti). Pilati ha quindi lavorato per molte aziende e ha una formazione artistica completa, avendo disegnato abiti sia per l’uomo che per la donna.

Le dimissioni di Pilati non sono un caso isolato e questa settimana si sono dimessi da direttori creativi gli stilisti di altre due importanti aziende di abbigliamento maschile. Il 1 febbraio lo stilista Brendan Mullane ha lasciato l’azienda romana Brioni (di proprietà di Kering) e Alessandro Sartori se n’è andato da Berluti (che appartiene invece al gruppo del lusso LVMH). Si sommano ai tanti licenziamenti nel 2015 di direttori creativi di aziende importanti, come Alexander Wang da Balenciaga, Raf Simons da Dior, e Alber Elbaz da Lanvin. Su questo tema Vanessa Friedman ha scritto: «conoscete le regola della moda: un licenziamento è una fatalità, due sono una coincidenza, tre sono un trend. Quindi cosa significa la quarta? Una nuova realtà? Stare solo un breve lasso di tempo in una maison è la nuova tendenza per gli stilisti?».