• Scienza
  • mercoledì 27 gennaio 2016

Non sparate sui meteorologi

Anche quando sbagliano le previsioni dovremmo pensare alla grande difficoltà del loro lavoro, invece di sperare che vengano licenziati

di Becky Elliot – Washington Post

Funziona quasi sempre così: i meteorologi annunciano che sta arrivando la pioggia o una grande nevicata, le persone si preparano di conseguenza, poi un cambiamento dell’ultimo minuto al percorso della perturbazione fa sì che cadano solo poche gocce, o pochi centimetri di neve, l’opinione pubblica critica aspramente.

«Davvero COMPLIMENTI per le vostre PESSIME previsioni del tempo di oggi», ha scritto un tizio su Twitter ad AccuWeather, la società americana di previsioni del tempo dove lavoro come meteorologa e blogger. «La sede di AccuWeather non è a State College, in Pennsylvania? Come hanno fatto a sbagliare le previsioni?», si legge in un altro tweet dalla Pennsylvania. Poi ovviamente c’è chi invoca il licenziamento di «tutti i meteorologi» per le previsioni sbagliate.

Rimango sempre stupita di fronte ai commenti al vetriolo che sono indirizzati ai meteorologi quando una tempesta si rivela meno forte del previsto (so che ci sono molti amanti della neve là fuori, e io sono una di loro: ma davvero vorreste che una tempesta scaricasse una montagna di neve sulla vostra città, bloccandola, rendendo le strade impraticabili, con il rischio che ferisca o uccida delle persone?). Prima ancora che la tempesta arrivi, le persone sembrano aver già deciso che sbaglieremo. «Inizio a pensare che non nevicherà affatto, visto che ne sono così sicuri», è stato il commento di un lettore a una previsione sul nostro sito. «Saranno al massimo 7-15 centimetri di neve. Il 99 per cento delle volte sbagliano. Favoriscono solo i supermercati e i ferramenta», ha scritto un altro. Quando i meteorologi prevedono grandi tempeste, più spesso di quanto crediate, sono accusati di avere chissà quale strategia: dal voler favorire l’aumento delle vendite di pale per la neve, a qualche altro tipo di fine politico. «Hanno iniziato a usare i loro termini iperbolici, quindi cadrà solo qualche fiocco», ha scritto un lettore. «Più paura riescono a seminare, più soldi ci saranno l’anno prossimo nel loro budget per pubblicizzare il “riscaldamento globale” e/o il “cambiamento climatico”, e produrre ancora più paura e soldi».

Ma non pensate che i nostri critici siano tutti dei pazzoidi anonimi su Internet. Nel 2014 l’allenatore dei New England Patriots di football americano, Bill Belichick, ha detto dei meteorologi: «Se lavorassi come loro, rimarrei qui una settimana. Finora nessuna delle previsioni di quest’anno è andata anche solo vicino alle effettive condizioni di gioco. La settimana scorsa davano il cento per cento di possibilità di pioggia e l’unica acqua che ho visto è stata quella sul tavolo delle bevande energetiche… Sbagliano quasi sempre».

Non abbiamo molto tempo per soffermarci sui commenti negativi. Quando viene prevista una tempesta seria, mangiamo, beviamo e respiriamo dati. Rimaniamo sulle spine finché non arriva la serie successiva di modelli computerizzati. Ci immergiamo ansiosamente sui dati dei modelli, che possono fornirci indicazioni fresche per perfezionare le nostre previsioni. Discutiamo animatamente per decidere quale sia la previsione giusta per ogni città. Rispondiamo alle telefonate e a una domanda dopo l’altra sui social media, per comunicare tutto quello che sappiamo al momento. “Al momento” sono le parole chiave. Cerchiamo sempre di sottolineare come il campo delle previsioni del tempo sia costantemente in evoluzione. Non sempre il tempo ha un andamento prevedibile. Nonostante tutti i dati e le conoscenze a nostra disposizione, è sempre madre natura ad avere l’ultima parola. L’atmosfera è un animale non ancora addomesticato e i meteorologi cercano di fare al meglio il loro lavoro, che però non è perfetto.

Quando sbagliamo, dobbiamo risponderne ai nostri superiori, che ovviamente pretendono di sapere cosa è successo. (E no, non viene licenziato nessuno. Ed è ridicolo chiederlo: in fondo, cerchiamo di predire il futuro). Ma soprattutto, siamo noi i primi a volere sapere che cosa è successo. Mancava qualcosa? Un dato è stato male interpretato? Avremmo potuto comunicare meglio la situazione di incertezza? Spesso i nostri parenti e amici si trovano nelle zone in cui prevediamo una tempesta, quindi oltre alla pressione esercitata dal pubblico, abbiamo anche motivazioni personali per non sbagliare. Siamo chiamati ad attenerci a uno standard di perfezione pressoché impossibile, per prevedere un evento sul quale, in ultima analisi, non abbiamo il controllo. Bisogna essere davvero determinati e appassionati per fare bene il nostro lavoro, vista tutta la pressione che avvertiamo ogni giorno da tutti quelli che ci circondano.

Stiamo migliorando. Le migliori previsioni del tempo al mondo sono fatte negli Stati Uniti. Siamo orgogliosi dell’alto livello di qualità e precisione che abbiamo raggiunto, che potevamo solo sognare vent’anni fa. Secondo i dati del National Weather Service (l’agenzia governativa degli Stati Uniti che si occupa di previsioni del tempo), le previsioni delle temperature giornaliere hanno generalmente un margine di errore di solo qualche grado.

La prossima volta che un meteorologo prevede un cielo limpido e vi svegliate con i nuvoloni, pensateci due volte prima di riversare la vostra irritazione su Internet. Cercate di ricordare che per quanto possiate essere arrabbiati con noi, noi lo siamo mille volte di più con noi stessi.

© 2016 – The Washington Post

Abbonati al

Dal 2010 gli articoli del Post sono sempre stati gratuiti e accessibili a tutti, e lo resteranno: perché ogni lettore in più è una persona che sa delle cose in più, e migliora il mondo.

E dal 2010 il Post ha fatto molte cose ma vuole farne ancora, e di nuove.
Puoi darci una mano abbonandoti ai servizi tutti per te del Post. Per cominciare: la famosa newsletter quotidiana, il sito senza banner pubblicitari, la libertà di commentare gli articoli.

È un modo per aiutare, è un modo per avere ancora di più dal Post. È un modo per esserci, quando ci si conta.