Le mille cose che ha fatto David Lynch

Di queste mille ne abbiamo scelte diciotto (più una), per provare a raccontarne almeno un pezzo oggi che compie 70 anni

David Lynch durante una conferenza stampa al New York Film Festival nel 2006. (Bryan Bedder/Getty Images)

David Lynch è uno dei più importanti registi viventi, famoso soprattutto per film come Velluto BluMulholland Drive e per la serie Twin Peaks. Ma di cose, soprattutto negli ultimi anni, Lynch ne ha fatte davvero mille: ha fatto dei dischi, ha esposto fotografie e quadri, ha diretto pubblicità, ha fatto l’attore, e in tutte queste mille cose che ha fatto è riuscito, a detta di moltissimi, a rimanere precisamente se stesso ed essere riconoscibile nello stesso modo. Lynch è nato a Missoula, in Montana, il 20 gennaio 1946, e oggi compie 70 anni: delle mille cose che ha fatto ne abbiamo scelte diciotto (più una che ancora deve fare), per provare a raccontarne almeno un pezzetto.

Ha traslocato spesso

Missoula, Montana (Ltvine via Wikipedia)

La biografia con la quale Lynch si è presentato per molti anni alla stampa – e che è anche la sua attuale bio su Twitter – è “Born Missoula, Montana. Eagle Scout”. Suo padre era un ricercatore che si occupava del patrimonio forestale degli Stati Uniti, e per lavoro si doveva spostare molto spesso: Lynch si trasferì cinque volte prima di compiere i 15 anni. Visse in Idaho, nello stato di Washington, in North Carolina e in Virginia con la sua famiglia. Dopo le scuole superiori si trasferì a Boston per studiare arte, ma mollò dopo un anno. A diciannove anni andò a Salisburgo per studiare con il pittore espressionista Oskar Kokoscha: quando arrivò scoprì che non era in città, provò a spostarsi ad Atene ma non gli piacque, e dopo due settimane tornò a casa. Nel 1965 andò a vivere a Philadelphia per studiare all’Academy of Fine Arts, dove conobbe la sua prima moglie, Peggy Lentz. Nel 1971 si spostò a Los Angeles, dove vive ancora oggi.

Ha iniziato con i cortometraggi


La prima cosa di cinema che fece Lynch fu un cortometraggio intitolato Six Men Getting Sick (Six Times), girato nel 1966 con un budget di 200 dollari con Jack Fisk, un suo amico che negli anni successivi fece da direttore artistico per diversi suoi film e per tutti quelli di Terrence Malick. Due anni dopo girò The Alphabet, il primo corto girato con veri attori (uno solo: sua moglie) e che conteneva già molti elementi stilistici che verranno sviluppati nei film successivi. Fu finanziato da un altro studente dell’Academy of Fine Arts di Philadelphia a cui era piaciuto il primo: gli diede 1.000 dollari, 478,28 dei quali furono spesi da Lynch per comprarsi la sua prima cinepresa, una Bolex. Il corto è ispirato da un racconto che gli fece sua moglie: una volta, mentre dormiva in una stanza con sua nipote di sei anni, la vide mentre recitava nel sonno l’alfabeto, rigirandosi nel letto. Per girarlo Lynch dipinse di nero le pareti della sua camera da letto e ricoprì sua moglie di vernice bianca. Grazie a The Alphabet Lynch riuscì a ottenere un finanziamento dall’American Film Institute per girare un altro cortometraggio, The Grandmother, molto più lungo.

Ha girato uno dei debutti più originali della storia del cinema

Nel 1971, mentre studiava all’American Film Institute Conservatory, Lynch cominciò a girare Eraserhead, il suo primo lungometraggio, considerato uno dei debutti più originali e inquietanti della storia del cinema. Uscì solo sei anni dopo, dopo un sacco di problemi nella produzione. Venne proiettato per i tre anni successivi tutti i venerdì sera, a mezzanotte, dal Nuart Theatre su Santa Monica Boulevard, diventando un film di culto nel circuito underground. Parla di una coppia che ha un figlio mostruoso e prova ad allevarlo. In mezzo però ci sono donne malformate che vivono in termosifoni e polli meccanici, e raccontarne la trama è inutile: Lynch ha sempre detto che riportare l’idea trasformata in un film alle parole è inutile e sbagliato, come descrivere una musica senza farla ascoltare.

È passato da sconosciuto a famosissimo con un solo film

Eraserhead non convinse subito la maggior parte dei critici e degli addetti ai lavori ma piacque a Stuart Cornfeld, un giovane produttore, che contattò Lynch per chiedergli se fosse impegnato. Lynch gli disse che la ricezione del suo primo film era stata tiepida, e non aveva ricevuto altre offerte di lavoro: quindi si era messo a riparare tetti. Cornfeld stava lavorando a una trasposizione cinematografica della vita di Joseph Merrick, il famoso uomo con il volto deforme soprannominato “Uomo Elefante” ai tempi dell’Inghilterra vittoriana. A produrre il film era Mel Brooks, che dopo un colloquio assoldò Lynch per dirigere The Elephant Man: il budget del film era 5 milioni di dollari e nel cast c’erano alcuni dei migliori attori inglesi del momento, tra cui John Gielgud, Anthony Hopkins e John Hurt. Il film fu un enorme successo di critica e di pubblico, fu candidato a otto premi Oscar e rese Lynch famosissimo («fu come passare da 0 a 60 in un secondo», ha detto). Insieme a The Straight Story del 1999 è il film più “convenzionale” tra quelli di Lynch.

Ha fotografato delle fabbriche

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Lynch è sempre stato appassionato di fotografia e in particolare di immagini di fabbriche abbandonate. Ne ha fotografate negli Stati Uniti e nel Nord dell’Inghilterra, dove andò appositamente dopo aver girato The Elephant Man. Negli anni successivi visitò anche quelle tedesche e polacche. Recentemente è stata organizzata una mostra – che ha fatto anche tappa a Bologna – con le sue foto scattate tra il 1980 e il 2000.

Non ha fatto Star Wars, e ha fatto invece Dune

ll ritorno dello Jedi se fosse stato diretto da David Lynch

Uno dei tanti fan illustri di Eraserhead era George Lucas (un altro era Stanley Kubrick, per esempio), che dopo The Elephant Man gli propose di girare l’ultimo capitolo della saga di Star Wars, Il Ritorno dello Jedi. Lynch rifiutò e scelse invece di dirigere la trasposizione cinematografica di Dune, il famoso romanzo di fantascienza di Frank Herbert, che nell’idea del produttore Dino De Laurentiis doveva essere la risposta alla saga di Lucas. De Laurentiis mise a disposizione un budget di 52 milioni di dollari, la colonna sonora fu composta dai Toto e da Brian Eno. Nel girarlo, Lynch dovette però fare molti compromessi e il risultato finale fu una versione tagliata e rimontata molto distante dalla sua idea iniziale: fu un grande flop commerciale e fu stroncato dalla maggior parte della critica. Nei decenni successivi comunque è stato in parte rivalutato ed è diventato a suo modo un film di culto: fu anche la prima occasione in cui Lynch lavorò con Kyle MacLachlan, che sarebbe stato il protagonista di Velluto BluTwin Peaks.

Ha bevuto tanto caffè

Lynch ha iniziato a bere caffè a tre anni, a quanto si ricorda: non gli piace né amaro né acido, e ha finito col produrre una propria linea di barattoli con dentro il suo caffè preferito. Ne beveva venti tazze al giorno, ora ne beve solo dieci ma in tazze più grandi. Sostiene che il caffè ispiri il suo lavoro, ma la cosa ha anche delle controindicazioni: David Foster Wallace ha raccontato che quando visitò il set di Strade Perdute per un reportage, la prima volta che vide Lynch stava facendo pipì contro un albero. «Lynch, un gran bevitore di caffè, a quanto pare piscia tanto e spesso, e né lui né la produzione possono permettersi il tempo che ci vorrebbe per tornare al campo base dove ci sono le roulotte con i bagni ogni volta che deve fare pipì. Perciò la mia prima (e, in generale, rappresentativa) visione di Lynch è stata da dietro, e (comprensibilmente) da lontano. Il cast e la troupe di Strade Perdute perlopiù ignorano il fatto che Lynch fa pipì in pubblico, e lo fanno in modo rilassato più che imbarazzato, un po’ come si ignora un bambino che fa i disegni con la pipì».

Ha fatto in fretta a fare il suo film più bello

Come parte dell’accordo preso con De Laurentiis per Dune, Lynch doveva girare un altro film, a cui però poté lavorare in libertà. Ne venne fuori Velluto Blu: il primo film davvero alla Lynch, che mischiava il noir al thriller psicologico all’horror, conservando il suo tipico surrealismo ma diluendolo in una narrazione aperta a diversi piani di lettura. Insieme a momenti inquietanti e onirici, il film adottava schemi molto tradizionali, al limite del cliché, che funzionano come delle specie di “appigli” per gli spettatori meno preparati: la stessa formula che rese popolare Twin Peaks. Fu criticato per la violenza di alcune scene, rilanciò la carriera di Dennis Hopper e lanciò quella da attrice di Isabella Rossellini (con la quale Lynch avrà una relazione che durerà quattro anni). Ben Brantley, capo dei critici di teatro del New York Times, ha scritto un bell’articolo sull’esperienza di vedere Velluto Blu nel primo giorno nei cinema.

È stato fortunato a incontrare Angelo Badalamenti

Come vocal coach di Isabella Rossellini per Velluto Blu venne scelto un compositore italoamericano che prima di allora aveva lavorato solo a qualche colonna sonora per un paio di film poco importanti. Fu l’unico che riuscì a far cantare Rossellini come voleva Lynch, che quindi gli chiese di comporre una canzone originale per il film, “Mysteries of Love”. Da lì iniziò la loro collaborazione: Badalamenti compose l’iconica sigla di Twin Peaks e le colonne sonore di Cuore Selvaggio, Strade Perdute, Mulholland Drive (nel quale compare anche in una scena, quella dell’espresso) e A Straight Story. È opinione diffusa che le colonne sonore di Badalamenti siano una parte fondamentale delle atmosfere per le quali Lynch è diventato famoso.

Ha scritto una delle serie più influenti della storia

Verso la fine degli anni Ottanta Lynch conobbe il produttore Mark Frost, e i due decisero di lavorare insieme a una sceneggiatura per una serie televisiva per il network ABC. Twin Peaks, una specie di soap opera noir con i soliti elementi surreali di Lynch, venne trasmessa su due stagioni tra il 1990 e il 1991, e fu uno straordinario successo di critica e di pubblico, negli Stati Uniti e all’estero: l’episodio finale fu trasmesso in Italia, da Canale 5, l’11 giugno 1991, il giorno dopo la messa in onda negli Stati Uniti. La prima puntata fu vista negli Stati Uniti da 34 milioni di spettatori (che diminuirono per quelle seguenti), e la tagline “Chi ha ucciso Laura Palmer?” è diventata tra le più famose della storia del cinema. La produzione costrinse Lynch e Frost a rivelare il nome dell’assassino dopo poche puntate della seconda stagione, provocando un drastico calo degli ascolti (l’ultima puntata fu vista da 10,4 milioni di spettatori). Twin Peaks è considerata una delle serie tv più importanti e influenti della storia perché, come ha scritto il critico John Powers su NPR, ha «rivelato le possibilità del prodotto televisivo». È stata una serie di culto e un “fenomeno collettivo” (una di quelle serie di cui la gente davvero discuteva il giorno dopo al lavoro), paragonabile a quello che scatenò quasi quindici anni dopo Lost.

Ha sempre avuto problemi a esprimersi a voce

La sua prima moglie Peggy Lentz ha raccontato che fino a quando Lynch ebbe vent’anni – e anche dopo, seppur meno – i due faticavano a scambiare più di poche parole. C’è chi ha ritrovato questa difficoltà di Lynch nel suo cortometraggio The Alphabet, girato a 22 anni, nel quale una bambina è ossessionata dal ripetere delle lettere, e che per questo finisce per morire. Una caratteristica generale dei suoi film è che per spiegare la storia e descrivere le atmosfere vengono utilizzati soprattutto la musica e le immagini, invece dei dialoghi, che non hanno quasi mai una funzione espositiva. Dennis Hopper ha anche raccontato che sul set di Velluto Blu quando Lynch voleva dirgli di dire “fuck” gli diceva “dì quella parola qui”, perché sembrava che non riuscisse a pronunciarla per esteso.

Ha dipinto dei quadri

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David Lynch, All I want from Christmas is my two front teeth

Lynch cominciò a dipingere fin da ragazzo, e nei primi anni dopo le scuole superiori studiò in diverse scuole di belle arti. Ha continuato anche da regista, e nel 2014 ha esposto 90 quadri in una mostra all’Academy of Fine Arts di Philadelphia. I temi dei quadri sono sempre i suoi – violenza, sesso, humor nero e un generale senso di inquietudine – ma secondo chi se ne intende gli riescono meglio i film. In apparente contraddizione con la sua laconicità e idiosincrasia per i dialoghi, nei suoi quadri ci sono un sacco di scritte.

Ha fatto altri due noir alla Lynch e un film più strano degli altri

Lost Highway (1997), Mulholland Drive (2001) e Inland Empire (2006) sono tra i film più famosi di Lynch, e anche quelli che lo hanno reso popolare tra le generazioni successive a quelle cresciute con Velluto BluTwin Peaks, rispetto ai quali sono molto meno lineari (non furono del resto pensati per un pubblico così trasversale). I primi due hanno diversi tratti in comune: sono molto noir, hanno una struttura simmetrica con un punto di snodo a metà film che ribalta quasi tutti gli elementi della storia, e contengono personaggi secondari molto inquietanti. Inland Empire invece è il più onirico dei tre, diviso in molti segmenti apparentemente scollegati tra loro.

Si è appassionato alla meditazione trascendentale

Lynch pratica la meditazione trascendentale da circa 40 anni. Alcuni critici hanno sostenuto che le ripetizioni ossessive di una formula che appaiono nei suoi film (“Now it’s dark”, “The owls are not what they seem”, “No Hay Banda”) arrivino dalle ripetizioni dei mantra personali che si praticano durante questo tipo di tecnica mentale. Lynch sostiene che lo aiuti a trovare le idee, che secondo lui hanno una vita propria e vanno solo recuperate dentro di sé, come «pesci nell’oceano».

Ha fatto due dischi di elettronica

Dal 2006 a oggi Lynch non ha fatto né film né serie tv. La cosa principale a cui si è dedicata sono stati due dischi di musica un po’ elettronica un po’ rock un po’ blues, Crazy Clown Time (2012) e The Big Dream (2013). Alla critica sono piaciuti abbastanza: il Guardian ha dato tre stelle al primo e quattro al secondo, che secondo il critico Paul MacInnes «trascina nelle lande selvagge americane dove la terra è secca, nel cielo c’è il crepitio dell’elettricità e ci sono un paio di luccicanti occhi rossi che ti guardano da lontano».

Si è stufato di chi vuole trovare un’interpretazione definitiva per i suoi film

Quando David Lynch deve descrivere i suoi film usa pochissime parole: Mulholland Drive, per esempio, è «una storia d’amore nella città dei sogni», mentre Inland Empire è la storia di «una donna in pericolo». Ha sempre detto che per i suoi film non esistono interpretazioni “definitive”, ma che ognuno può vedere il film e leggerlo come preferisce. Ciononostante, soprattutto per i suoi ultimi film moltissime persone si sono scervellate per scoprire le chiavi e gli indizi per capirne il senso.

È comparso in Louie

Lynch appare anche in Louie, la serie comedy del comico americano Louis C.K.: in tre puntate nella terza stagione, chiamate “Late Show arc”, interpreta Jack Dall, una specie di produttore che insegna al protagonista Louie – che è tra i candidati per sostituire David Letterman alla conduzione del Late Show – come condurre un talk show.

Ha portato i capelli sempre così

BFI 51st London Film Festival: Catching The Big Fish Q and A (Stuart Wilson / Getty Images)

Quasi sempre, in realtà: a un certo punto ha provato anche il caschetto.

Farà di nuovo Twin Peaks

Il video con il quale il cast originale di Twin Peaks cerca di convinvere Lynch a dirigere la nuova stagione

Nell’ottobre del 2014 il canale americano Showtime annunciò che avrebbe prodotto e trasmesso la terza stagione di Twin Peaks, scritta da Lynch e Frost. Qualche mese dopo Lynch però spiegò su Twitter che non aveva raggiunto un accordo economico con il network, e che perciò non avrebbe diretto la serie. Passò ancora qualche giorno e Lynch disse che aveva risolto le questioni con Showtime e che alla fine l’avrebbe diretta. Recentemente è stata posticipata la data della messa in onda, che probabilmente avverrà nella prima metà del 2017. Tre attori delle prime due stagioni che sicuramente non rivedremo più nella terza sono Frank Silva, che interpretava BOB, Catherine Coulson, che interpretava la Signora Ceppo, e Jack Nance, che interpretava Pete Martell, tutti e tre morti.

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