• Libri
  • Venerdì 15 gennaio 2016

Il giorno dell’avviso di garanzia a Craxi

È il giorno da cui comincia l'avvincente racconto di "Novantatré", il libro di Mattia Feltri sulle inchieste di Tangentopoli

È uscito giovedì per Marsilio il libro Novantatré di Mattia Feltri, scrittore e giornalista della Stampa, con una prefazione di Giuliano Ferrara.
Feltri seguì all’epoca le vicende dell’inchiesta giudiziaria detta “Tangentopoli” come cronista del giornale
Bergamo oggi: poi nel 2003, a dieci anni di distanza dai fatti, pubblicò quotidianamente sul Foglio un diario che descriveva giorno per giorno gli avvenimenti di dieci anni prima alla luce di quanto era emerso nel frattempo e con il distacco che la distanza temporale gli consentiva. Adesso ha raccolto nel libro buona parte di quegli articoli, che formano un racconto del quale sono protagonisti politici, magistrati, giornalisti e la gente comune, un racconto che mette in luce le contraddizioni di quella vicenda, in cui i buoni e i cattivi non sono sempre dalla stessa parte. E a leggerlo con un ulteriore decennio di distanza la storia è ancora più avvincente e sembra ancora più una storia, bene o male che sia.
Questo è l’inizio del libro.

***


feltri
Oggi è martedì 15 dicembre 1992. Poco dopo le 13, precisamente alle 13.04, l’Ansa ha battuto un’agenzia. Ci aspettavamo che succedesse, prima o poi. Il titolo è questo: Tangenti a Milano: informazione di garanzia a Bettino Craxi. Il testo comincia così: «Secondo quanto si è appreso a Palazzo di giustizia di Milano, una informazione di garanzia è stata emessa dalla procura della Repubblica milanese per Bettino Craxi. I magistrati che indagano sulle tangenti avrebbero deciso ieri, nel corso di un duplice vertice col procuratore Francesco Saverio Borrelli, il provvedimento inoltrato al segretario del Psi attraverso un ufficiale dei carabinieri. In procura, nessuno per il momento conferma la notizia». Si è appreso a Palazzo di giustizia. In procura nessuno conferma. Va così, di questi tempi. Noi ci scherziamo su, ma mica tanto. Nel senso che nel Partito socialista sono girate le mazzette, si sa dove fisicamente siano state consegnate. Si presupporrà, nei tempi successivi, che Craxi non potesse non saperne. È un po’, ma soltanto un po’, come per le fughe di notizie. Si sa che escono da Palazzo di giustizia, ma non si sa da che bocca, per la precisione. E, sempre per la precisione, l’Ansa ci ha detto tutto, ma proprio tutto, sulle «indiscrezioni»: concorso in corruzione, ricettazione e violazione della legge sul finanziamento pubblico dei partiti. «A determinare la svolta e la decisione», prosegue l’Ansa, «sarebbero state le dichiarazioni rese alcune settimane fa, come testimone, dall’ex segretario del Psi, Giacomo Mancini». Ecco, pochi giorni fa c’era anche un’intervista sul «Corriere della Sera», a Giacomo Mancini. E ci erano fischiate le orecchie.

«Balzamo era il segretario amministrativo, ma la parte delle entrate che conosceva era quella che riguardava i grandi progetti dell’edilizia, i lavori pubblici. Ma la vastità del fenomeno, i flussi di finanziamento che hanno avuto come destinatario il Psi non sono certamente passati da Balzamo, non sono stati registrati. Li conosceva solo Craxi». Giacomo Mancini, al «Corriere della Sera», 8 novembre 1992.

Vincenzo Balzamo è morto di infarto sei giorni prima di questa intervista, il 2 novembre 1992. Mancini oggi pomeriggio ha detto di non sapere se davvero l’avviso di garanzia dipenda anche da quello che lui ha raccontato al «Corriere». Sa soltanto che dopo quell’intervista è stato chiamato a Milano da Antonio Di Pietro e da Gherardo Colombo, e ha ripetuto. «Non sono un Buscetta», ha spiegato oggi. «Ho detto cose che tutti i socialisti sanno, compreso Giuliano Amato, il presidente del Consiglio. E cioè che il segretario del Psi conosceva bene tutto quello che passava dalla segreteria amministrativa. E anche quello che non passava di lì: cioè i fondi che arrivavano dalle banche, dall’Iri, dalle grandi imprese e dal mondo finanziario. La responsabilità politica di questi contributi, nel Psi, è del segretario». Politica? Politica o penale? Però è un’altra la dichiarazione di Mancini che ci ha lasciato un po’ traballanti sulle seggiole, ci veniva quasi voglia di ridere, e invece è una roba tristissima. Si tratta di un’intervista alla «Stampa», concessa a Paolo Guzzanti. Sarà in edicola domattina, 16 dicembre, e vi leggeremo le accuse di Mancini a Craxi, le accuse «di essere andato a Reggio Calabria ad attaccare i giudici che stanno facendo un oneroso lavoro contro la mafia». Mancini morirà fra poco meno di un decennio, l’8 aprile 2002, a ottantasei anni. Quel giorno, si ricorderanno anche le persecuzioni giudiziarie di cui fu vittima.

«Dodici pentiti, un incartamento che ha riempito gli scaffali di una decina di armadi della procura distrettuale di Catanzaro, quasi sette anni di indagini e di dibattimenti: la storia del processo a Giacomo Mancini, accusato prima dalla procura distrettuale di Reggio Calabria e poi da quella di Catanzaro di avere concorso esternamente alle attività di alcune tra le cosche più influenti della ’ndrangheta». Agenzia Ansa, 8 aprile 2002. (Mancini era stato assolto dfi nitivamente il 19 novembre 1999.)

Ora abbiamo saputo che l’avviso di garanzia era partito ieri notte. Lo scriverà per bene anche il «Corriere della Sera», domani. Un articolo di Michele Brambilla e Goffredo Buccini. «L’una di notte: si sblocca il timer di Tangentopoli». Poi: «Un ufficiale dei carabinieri parte da via Moscova. È diretto a Roma. Ha in tasca una busta ingombrante. In diciotto pagine Antonio Di Pietro e i suoi colleghi contestano al segretario del Psi quarantuno episodi di malaffare, calcolano trentasei miliardi di bustarelle». Si tratta in particolare delle bustarelle pagate dagli imprenditori per i grandi appalti di Milano: Metropolitana, Passante ferroviario, Ferrovie Nord. Craxi ha parlato poco prima delle tre del pomeriggio: «Considero questa della procura un’iniziativa del tutto infondata che si trasforma in una vera e propria aggressione contro la mia persona secondo finalità che possono essere politiche ma non certo di giustizia». Ricorreranno spesso, in futuro, queste parole. Più raramente queste altre: «Sono segretario del Partito socialista da sedici anni e naturalmente non posso che assumermi tutta la responsabilità morale delle attività nazionali del partito».

«Doveva essere a conoscenza, almeno nelle linee generali, dell’esistenza di somme illecitamente pervenute al partito». Dall’avviso di garanzia recapitato a Craxi il 15 dicembre 1992.

Giusi La Ganga, nonostante tutto, oggi è allegro. Anzi, non nonostante tutto, è allegro proprio per quello che è successo. Ai giornalisti ha detto: «Sono allegro perché non credo che questa sarà la fine, ma semmai l’inizio del rilancio». Ci è venuto in mente che, quando due anni fa, nel 1990, La Ganga venne condannato in appello per una storia di tangenti torinesi del 1983, Craxi solidarizzò con lui e ne rifiutò le dimissioni. Aveva ragione Craxi, visto che l’anno scorso la Cassazione ha assolto La Ganga. C’è dunque presunzione d’innocenza e presunzione d’innocenza. E c’è chi la concede e chi no. Ma, tanto, la montagna sta franando per tutti. Entro giugno 1993, fra sei mesi, saranno sette gli avvisi di garanzia per La Ganga. «L’inizio del rilancio». La Ganga sarà anche arrestato e patteggerà una condanna. Riabilitato, finirà nel Pd. Quando Bettino morirà dirà che i reduci devono restituire a Craxi la dignità «vilipesa». Sembra di stare ammollo in un mare brulicante di naufraghi che si fregano il tronco di legno cui sono aggrappati. Carmelo Conte, ministro socialista per le Aree urbane, nel pomeriggio ha detto che andrà personalmente a chiedere le dimissioni da segretario di Bettino Craxi. Stasera stessa un avviso di garanzia è arrivato pure a lui, dalla procura di Salerno. Lo accusano di «istigazione alla corruzione». Conte si dichiara innocente e non intende dimettersi. E Lorenza Foschini? Noi ce la ricordiamo al tempo degli spot elettorali, le famose interviste a Craxi al parco Sempione. Oggi fa la vaticanista per il Tg2, quello dei socialisti, e a un giornalista ha detto: «Se i magistrati hanno mandato un avviso di garanzia a Craxi ne avranno avuto ben donde». Ha detto che per la magistratura ha un rispetto sacro. Anche adesso, nove mesi e ventotto giorni dopo l’arresto di Mario Chiesa.

«Il nostro obiettivo non è rappresentato da singole persone, ma da un sistema che cerchiamo di ripulire». Italo Ghitti, gip di Milano, al «Corriere della Sera», 4 aprile 1992.

Oggi, martedì 15 dicembre 1992, era già stata una giornata dura. Sabato e domenica si sono tenute le elezioni amministrative e fra ieri e oggi si sono molto commentati i risultati, disastrosi per quasi tutti, tranne Lega e Msi. La Democrazia cristiana è ora intorno al 24%. Alle politiche di aprile era al 29%, alle ultime comunali era ben oltre il 35%. I socialisti sono appena sotto il 10%, otto mesi fa erano al 13,5%, alle ultime comunali sopra il 18%. Il Pds è già sceso dal 13% abbondante di aprile all’11% secco di questo fine settimana. Poi c’è la Lega lombarda: oggi è il secondo partito italiano col 13,7%, ad aprile era già sopra il 10%, alle ultime comunali al 4,3%. I segretari del Msi, Gianfranco Fini, e del Pds, Achille Occhetto, sono d’accordo: «La scelta dei giudici di emettere l’avviso a Craxi dopo il voto dimostra che la magistratura milanese non fa politica, contrariamente a quanto sostenuto proprio dal segretario socialista».

«Come tutti i buoni strateghi, i magistrati hanno cominciato attaccando i soldati semplici, per poi arrivare agli ufficiali e quindi a quello che secondo loro è il capo supremo. Sarà un caso, ma da mesi la procura milanese faceva terra bruciata intorno a Bettino Craxi». «Corriere della Sera», 16 novembre 1992.

Il 17 febbraio di quest’anno hanno beccato Mario Chiesa. Il 2 maggio hanno mandato un avviso di garanzia agli ultimi due sindaci di Milano, Carlo Tognoli e Paolo Pillitteri. Il 6 maggio hanno arrestato il consigliere Cariplo, Sergio Radaelli. Il 9 giugno Claudio Dini, ex presidente della Metropolitana. Poi le indagini su Silvano Larini, Giovanni Manzi, Andrea Parini, Oreste Lodigiani, Walter Armanini, Sergio Moroni, Loris Zaffra. Tutti i socialisti che a Milano contavano, o quelli che ai socialisti si appoggiavano. Ora Craxi, e i risultati delle elezioni non li guarda più nessuno. Ugo Pecchioli, del Pds, trovava che fosse «un po’ singolare che i giudici non arrivassero a stringere il cerchio intorno a un uomo come Craxi». Umberto Bossi ha detto che non è costume della Lega «sparare sugli avversari in fuga o in agonia», eppoi «l’avviso a Craxi cessa di essere per la Lega un fatto politico e diventa solo uno squallido episodio di cronaca nera». Si sentono robe qua e là, specie fra i socialisti. Rita Dalla Chiesa ha detto che «il lavoro dei giudici milanesi non si discute». Valdo Spini, Giulio Di Donato, Bruno Pellegrino, Claudio Signorile: tutti per le dimissioni. Claudio Martelli non riesce a trovarlo nessuno. Questo a Roma. Ci dicono che a Milano i socialisti hanno la bava alla bocca. Il capogruppo Pino Cova («Craxi può avere mille e una ragione, ma la gente non sembra più disposta ad ascoltarlo»), il consigliere Roberto Caputo («basta, se ne deve andare subito»). Ne sapremo di più leggendo i giornali, domattina.

«Craxi ha perso la sua partita, indipendentemente da quella che sarà la sentenza dei giudici. Sempre che, come ci auguriamo per lui, Craxi a quel giudizio si presenti come un cittadino qualsiasi e sia lui stesso a chiedere che sia concessa dal Parlamento l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti». Paolo Mieli, in «Corriere della Sera», 16 dicembre 1992.

Naturalmente, l’avviso di garanzia a Craxi è stato commentato da tutti i direttori. Eugenio Scalfari, sulla «Repubblica», ha scritto che i risultati delle elezioni e i provvedimenti giudiziari sono «due facce della stessa medaglia», ha scritto di una «questione morale gravissima, cancerosa», ha applaudito i giudici di Milano e di Reggio Calabria. Sulla «Stampa», Ezio Mauro ha previsto la gogna: questo è il paese di piazzale Loreto, e Craxi s’è spesso divertito «giocando con gli stivali». Sul «manifesto», Luigi Pintor chiede lo scioglimento delle Camere, se no siamo «alla dittatura pura e semplice». Vittorio Feltri, sull’«Indipendente», ha scritto che «mai provvedimento giudiziario fu più popolare» e ha raccontato della gente che, con uno scatto d’orgoglio, ha mollato i potenti e s’è messa con la giustizia. E ha applaudito. Sulla «Repubblica» c’è un’intervista ad Achille Occhetto, decisamente soddisfatto perché «per fortuna siamo alla fine del regime». Ottaviano Del Turco, segretario aggiunto della Cgil, a chi gli ha chiesto se fosse disponibile a prendere la guida del Psi, ha risposto: «Le sembra questo il momento?». Tuttavia, ha aggiunto di aver sempre dato la sua «disponibilità». Leoluca Orlando, della Rete, ha detto di non essersi nemmeno emozionato; lo farà quando avrà dei guai Giulio Andreotti, perché «Andreotti è garante della mafia». Mario Segni ha sottolineato che «la magistratura fa il suo dovere. Sono i partiti che non fanno il loro». Forse ci siamo un po’ persi, in questa tormenta, ma, a difesa di Craxi e della sovranità del Parlamento, si sono pronunciati solamente Vittorio Sbardella della Dc e Vittorio Sgarbi del Pli.

«Egregio dottore, ogni giorno quando leggo “la Repubblica” e c’è l’arresto di un politico mi si riempie il cuore di gioia». Renato Trupiano, in una lettera a Di Pietro, 29 giugno 1992.