La diga di Mosul, vista da un elicottero nel settembre 2005. (AP Photo/Jacob Silberberg)
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  • giovedì 17 Dicembre 2015

I soldati italiani e la diga di Mosul

Tra pochi giorni 450 militari andranno in Iraq, a pochi chilometri dall'ISIS, per proteggere i lavoratori italiani di un'azienda di Cesena, che ha vinto l'appalto per ristrutturare una diga

La diga di Mosul, vista da un elicottero nel settembre 2005. (AP Photo/Jacob Silberberg)

Mercoledì il presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi ha annunciato che l’Italia manderà nei prossimi giorni 450 soldati vicino a Mosul, la città considerata la capitale dello Stato Islamico (o ISIS) in Iraq. I soldati italiani non avranno il compito di combattere l’ISIS: verranno impiegati per difendere la diga di Mosul, che si trova a nord della città in una zona controllata saldamente dai curdi. La diga, molto danneggiata dai combattimenti degli ultimi mesi tra ISIS e curdi, subirà dei grandi lavori di ristrutturazione e messa in sicurezza che verranno svolti dall’azienda italiana Trevi, a cui è stato appena assegnato l’appalto. I 450 soldati italiani impiegati vicino a Mosul avranno proprio il compito di difendere la diga e garantire la sicurezza dei lavoratori italiani.

La diga di Mosul è la più grande dell’Iraq e la quarta più grande di tutto il Medio Oriente: si trova sul fiume Tigri, nel governatorato occidentale iracheno di Ninawa, a circa 40 chilometri a nord di Mosul. La sua costruzione cominciò nel 1980 e fu decisa dall’allora presidente iracheno Saddam Hussein, che l’aveva inserita in un più ampio piano di “arabizzazione” del nord dell’Iraq: fu affidata a un consorzio italo-tedesco guidato dall’azienda Hochtief Aktiengesellschaft, che la completò nel 1984. Quando la diga fu temporaneamente conquistata dall’ISIS, lo scorso agosto, se ne parlò parecchio sia per la sua importanza strategica sia perché fu descritta anche come una specie di “arma” potenzialmente in grado di fare centinaia di morti: una sua distruzione – sia per un atto volontario sia come conseguenza della scarsa manutenzione – potrebbe produrre un’onda alta 30 metri che colpirebbe in poco tempo la città di Mosul e altre città più a sud, causando inondazioni fino a Baghdad, la capitale dell’Iraq.


Mideast Iraq
(La diga di Mosul nel 2007 – AP Photo/ Khalid Mohammed)

Dopo che la diga è tornata sotto il controllo dei curdi – aiutati tra le altre cose anche dai bombardamenti aerei della coalizione anti-ISIS – si è riproposta la questione della sua messa in sicurezza. L’appalto è stato vinto da Trevi, un’azienda di Cesena che si occupa tra le altre cose d’ingegneria del sottosuolo, scavi di gallerie e consolidamenti dei terreni. In passato Trevi aveva già lavorato in Iraq: nel 2008, per esempio, aveva firmato un accordo con la Iraqi Drilling Company per la fornitura di sei impianti di perforazione. Nell’autunno del 2011, scrive RaiNews, era arrivata vicina all’ottenimento dell’appalto per la diga di Mosul, ma poi non se n’era fatto niente.

L’Italia al momento ha già 750 soldati impegnati in Iraq, per lo più in missioni di addestramento di soldati e agenti di polizia iracheni a Baghdad e a Erbil, la capitale del Kurdistan iracheno. I 450 soldati che verranno mandati a Mosul, dice Reuters, saranno i più vicini alle zone di guerra. Il nuovo contingente sarà aiutato dai soldati che fanno parte dell’ampia coalizione guidata dagli Stati Uniti che sta combattendo contro lo Stato Islamico e dai Pashmerga, i soldati delle milizie curde. La missione a Mosul, tuttavia, sarà guidata dall’Italia.

La zona della diga di Mosul è al momento piuttosto stabile grazie alla presenza dei curdi, il cui controllo sul nord dell’Iraq si è fatto negli ultimi mesi sempre più saldo. Negli ultimi giorni se ne è parlato nuovamente dopo che la Turchia ha inviato nella regione un piccolo contingente militare che ha occupato una base precedentemente controllata dell’esercito iracheno a nord di Mosul. L’Iraq ha chiesto alla Turchia di ritirare i suoi soldati dal territorio iracheno, dichiarando illegale la loro presenza: la Turchia per ora ha detto di non avere intenzione di ritirare i circa 1.000 soldati che formano il contingente, spiegando che resteranno lì per fornire assistenza e addestramento alle milizie curde, e limitandosi a ricollocare una parte del contingente – circa 10 veicoli, dice il Washington Post – in un’altra base poco distante.