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  • sabato 28 novembre 2015

Chi è Jamie Vardy

Storia di un calciatore che fino a 4 anni fa lavorava in fabbrica e che ieri ha battuto un importante record di Ruud van Nistelrooy

(Harry Engels/Getty Images)

L’attaccante di calcio britannico di cui si parla di più da settimane è il 28enne Jamie Vardy. Vardy è inglese, gioca nel Leicester City – che fra la sorpresa di molti è primo in Premier League – e finora ha segnato almeno un gol nelle ultime undici partite di campionato. Segnando contro il Manchester United sabato 28 novembre, Vardy ha battuto un importante record della Premier League: quello del maggior numero di partite consecutive segnando un gol – dieci–  che apparteneva a Ruud van Nistelrooy, ex centravanti del Manchester United.

Vardy è un attaccante velocissimo, con un ottimo senso del gol e abituato a pressare gli avversari e aiutare molto la squadra in fase difensiva. Ma ciò che lo rende speciale è la sua carriera: fino al 2011 Vardy lavorava in fabbrica allenandosi solamente di sera. Il suo primo campionato professionistico l’ha disputato a 25 anni, a un’età in cui la stragrande maggioranza dei calciatori ad alto livello ha già cinque o sei stagioni da professionista alle spalle. Il suo grande momento è stato definito da alcuni commentatori una specie di doppio riscatto: personale, perché Vardy fu scartato a 16 anni da una squadra di alto livello perché a suo dire ritenuto troppo basso, e più in generale dei giocatori della non-league, un termine che nel Regno Unito si usa per definire le decine di campionati amatoriali al di sotto delle serie per professionisti.

Vardy è nato e cresciuto a Sheffield, una piccola città industriale nel mezzo dell’Inghilterra. Era considerato molto bravo sin da quando era piccolo: a 15 anni giocava nelle giovanili dello Sheffield Wednesday, una storica e rispettata squadra di Premier League per cui faceva anche il tifo. A 16 anni però, quando ancora a suo dire era alto un metro e quaranta, venne scartato perché troppo basso.

In un’intervista al Leicester Mercury, Vardy ha ricordato quel periodo come «il punto più basso della mia carriera»: smise di giocare per otto mesi, si iscrisse al college e contemporaneamente iniziò a lavorare come operaio in un’azienda locale che produceva protesi in fibra di carbonio. Vardy ha raccontato che la voglia di continuare a giocare gli tornò proprio durante una partita fra amici, al college: gli anni seguenti li passò alla Stocksbridge Park Steels, la rappresentativa calcistica dei dipendenti della British Steel, una grossa compagnia siderurgica britannica, dove dal 2007 al 2010 segnò 66 gol nell’equivalente inglese della Prima categoria italiana (il terzo torneo per importanza della Lega Dilettanti).

Soprattutto all’inizio della sua carriera, Vardy era noto per avere un carattere difficile. Nel 2007, durante la sua prima stagione allo Stocksbridge, venne coinvolto in una rissa in un pub: lui ha raccontato di essere intervenuto in difesa di un suo amico che era stato preso in giro perché portava l’apparecchio acustico. Di recente Allen Bethel, il proprietario dello Stocksbridge, ha ricordato che «non attaccò rissa per primo, ma fu lui a concluderla». Vardy fu condannato per violenza privata e per sei mesi fu costretto a rispettare un coprifuoco che prevedeva che rimanesse in casa dalle 6 del pomeriggio alle 6 di mattina. Per controllare i suoi spostamenti e assicurarsi che non violasse il coprifuoco, le autorità inglesi lo costrinsero ad indossare una cavigliera elettronica. Lui stesso ha raccontato in che modo il coprifuoco e il braccialetto condizionarono quella stagione:

«Ero in grado lo stesso di giocare a calcio, ma in un paio di occasioni mi toccò scappare fuori dal campo e andare direttamente a casa per evitare di violare il coprifuoco. Mi accompagnavano i miei genitori. Se le partite in trasferta erano troppo lontane, potevo giocare solo un’ora: dovevo sperare che fossimo in vantaggio, lasciare il campo e tornare in tutta fretta a casa per arrivare in tempo. La cavigliera funzionava da protezione per la caviglia. Non c’era modo di spezzarla: potevi colpirla con un martello e non si rompeva. Era indistruttibile».

Vardy venne notato dallo Halifax, una squadra che giocava in una lega dilettantistica superiore e che nel 2010 lo comprò per 15mila sterline. Durante un’altra grande stagione in cui segnò 29 gol in 41 partite, il Wall Street Journal racconta che per sei volte fu visto gli osservatori del Fleetwood Town, una squadra della massima lega dilettantistica. Gli osservatori erano tutti molto convinti sul suo conto, e nel 2011 Vardy venne acquistato per 150mila sterline: una cifra altissima per una squadra dilettantesca. In quell’anno Vardy smise di lavorare e per la prima volta riuscì a vivere solamente dei soldi del calcio, con un contratto da circa settemila euro al mese. Andrew Pilley, il suo allenatore di allora, ricorda che all’epoca Vardy era «ridicolmente veloce» e che facendolo giocare gli sembrava di «barare».

Vardy non durò ancora per molto a quei livelli: dopo una stagione eccellente in cui segnò 34 gol in 40 partite, nel 2012 venne comprato per un milione di sterline dal Leicester City, che in quel momento giocava in Championship, la Serie B inglese. Il suo è tuttora il trasferimento più costoso mai avvenuto per un giocatore della non-league. Attorno a Vardy c’era effettivamente un certo scetticismo: le squadre inglesi professioniste sono abituate a comprare i giocatori quando ancora sono ragazzini, e a farli giocare nelle varie giovanili e nelle apposite squadre per riserve. La prima stagione al Leicester City in effetti non fu facilissima: Vardy segnò solamente 5 gol in 29 partite e la società chiese all’allora allenatore Nigel Pearson di mandarlo a giocare in prestito. Pilley, il suo allenatore al Fleetwood Town, ricorda: «finora aveva segnato contro elettricisti, idraulici e postini. La questione era: può fare lo stesso contro atleti professionisti?». Nell’estate del 2013 Pearson rifiutò di darlo in prestito e nella stagione seguente Vardy iniziò a giocare ad alti livelli: segnò 16 gol in Championship, il Leicester City venne promosso in Premier League e l’anno successivo riuscì a non retrocedere.

Nel suo primo anno in Premier League, Vardy giocò bene ma segnò pochino, solo 5 gol: in molti furono sorpresi quando a giugno del 2015 l’allenatore dell’Inghilterra Roy Hodgson lo convocò in nazionale. Da allora Vardy è entrato stabilmente nel giro delle convocazioni e in molti sono sicuri che farà parte della rosa che giocherà gli Europei nell’estate del 2016. Oggi, nel 4-4-2 compatto e basato prevalentemente sul contropiede impostato dal nuovo allenatore Claudio Ranieri, Vardy si trova molto a suo agio: è l’attaccante più in forma della Premier League e in questa stagione ha giocato senza segnare solamente in una partita di coppa nazionale. Nelle ultime settimane sono persino circolate delle voci secondo cui il Real Madrid lo voglia comprare in estate. Per il momento nei suoi progetti futuri c’è solamente l’apertura di V9 – dall’iniziale del suo cognome e il suo numero di maglia, il 9 – un’accademia calcio che darà la possibilità a decine di giocatori della non-league di allenarsi per un anno con allenatori e preparatori di alto livello, nella speranza che in futuro riescano a giocare da professionisti. Vardy ha spiegato che «là fuori ci sono diversi calciatori nella stessa posizione in cui ero io: hanno solo bisogno di un’opportunità».

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