• Cultura
  • giovedì 19 Novembre 2015

«Non siete pazzi!»

40 anni fa oggi uscì nei cinema "Qualcuno volò sul nido del cuculo", che poi andò a vincere cinque Oscar e non solo

La settimana scorsa la redazione del Post ha lavorato a Pescara, dove si era spostata per il FLA2015: in una pausa pranzo – nessuno si era portato il Joylent di scorta – ci siamo mossi fino al mare con delle pizzette, e siamo rientrati camminando sulla spiaggia in formazione sparpagliata, con soste, selfie, gruppetti, disegni sulla sabbia, abbigliamenti inadeguati. Sembravamo il gruppo di picchiatelli in gita al mare di Qualcuno volò sul nido del cuculo.

Qualcuno volò sul nido del cuculo uscì nei cinema statunitensi 40 anni fa oggi, il 19 novembre 1975. È un film straordinario ed ebbe un enorme successo, anche se oggi è molto uscito dalla cultura popolare contemporanea. Era un film che stava dentro un contesto chiaro e definito: il cinema hollywoodiano ma movimentista di contestazione delle repressioni delle istituzioni, quello che accusava le carceri in Brubaker o in Quella sporca ultima meta, la CIA nei Tre giorni del Condor, il servizio militare in Hair, la presidenza Nixon in Tutti gli uomini del presidente, la guerra in MASH, eccetera (con strascichi successivi fino alla scuola dell’Attimo fuggente). Ma era anche un film con una sua memorabile grandezza propria, che per molto tempo ha lasciato i suoi personaggi, battute e scene nella consuetudine quotidiana: Martini (Danny De Vito) che dice “Albergo”, Grande Capo e la gomma da masticare, le musiche tranquillanti e tutta la colonna sonora, l’evasione, Louise Fletcher nella parte dell’infermiera sadica, Christopher Lloyd molto prima di Ritorno al futuro. E Jack Nicholson.
Se avete visto una volta Qualcuno volò sul nido del cuculo, poi tutto vi torna sempre in mente. Qualcuno volò sul nido del cuculo, anche a Pescara.

Vinse cinque Oscar, tutti quelli importanti (era successo solo nel 1934 con Accadde una notte, e non sarebbe più successo fino al 1991 con Il silenzio degli innocenti): lo aveva prodotto Michael Douglas a 30 anni, scartando suo padre Kirk per il ruolo principale e preferendo Jack Nicholson. Il film raccontò in tutto il mondo la vergogna dei manicomi e l’umanità delle persone che vi venivano relegate, rimosse, rinchiuse: incentivando un messaggio sovversivo e ribelle – con le ingenuità del tempo – con maggiore efficacia di qualunque trattato o predicazione rivoluzionaria, e spiegando come molti altri film di quel filone che i buoni non sono sempre buoni e i cattivi non sempre cattivi. Ce n’era molto bisogno, allora.