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  • domenica 11 ottobre 2015

In Bielorussia ha vinto Lukashenko, ancora

Il presidente dell'"ultima dittatura d'Europa" è stato rieletto per la quinta volta con l'83,5 per cento dei voti

MAXIM MALINOVSKY/AFP/Getty Images

Aggiornamento del 12/10: Aleksandr Lukashenko è stato rieletto per la quinta volta presidente della Bielorussia, raccogliendo alle elezioni di domenica l’83,5 per cento dei voti. La vittoria di Lukashenko è stata più ampia di quella che aveva ottenuto 5 anni fa, quando aveva vinto con l’80 per cento dei voti e alle elezioni erano seguite diverse proteste e manifestazioni contro presunte irregolarità elettorali e l’eccessivo potere del presidente. Ieri in Bielorussia hanno votato più dell’86 per cento degli aventi diritto.

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Oggi si vota in Bielorussia, uno stato di 10 milioni di abitanti tra Polonia e Russia che in passato è stato definito “l’ultima dittatura d’Europa”. Le elezioni saranno vinte senza dubbio dall’attuale presidente, Aleksandr Lukashenko, che secondo diversi analisti potrebbe ottenere più dell’80 per cento dei voti senza nemmeno avere fatto campagna elettorale. Lukashenko, per esempio, non ha partecipato al dibattito con gli altri tre candidati presidenziali che si è tenuto la scorsa settimana e non ha organizzato comizi o spot televisivi in vista del voto di oggi. Non ne ha bisogno perché di fatto è sempre in televisione. Secondo Max Seddon, giornalista di Buzzfeed che si trova in Bielorussia a seguire le elezioni, i voti che gli mancheranno a raggiungere l’obiettivo dell’80 per cento saranno aggiunti dai servizi segreti che si chiamano ancora con l’acronimo dei tempi della Guerra fredda: KGB. Quelle di oggi, ha scritto Seddon, saranno probabilmente le elezioni più facili tra le quattro che Lukashenko ha già affrontato e vinto.

Le ragioni sono diverse: l’opposizione è divisa e rissosa e negli ultimi anni non è riuscita a conquistare il consenso dei giovani bielorussi. Per quanto sia povera e arretrata, la Bielorussia è stabile e l’economia del paese è cresciuta senza sosta negli ultimi decenni (anche se il 2015 sarà il primo anno di recessione dal 1994).

Una delle ragioni del consenso verso Lukashenko, ha scritto il Guardian, è legata a quello che è successo in Ucraina nell’ultimo anno e mezzo: i bielorussi hanno visto le proteste dello inverno 2014 che hanno portato alla caduta del governo filo-russo e all’intervento militare in Crimea e Ucraina orientale deciso dal presidente russo Vladimir Putin. Come ha raccontato al Guardian un ingegnere che lavora in una fabbrica di trattori, «sono stato in Ucraina. Lì la gente ha cercato di ottenere una vita migliore, ma le cose sono soltanto peggiorate». Pavel Veshtort, presidente di un think tank di Minsk, la capitale della Bielorussia, ha espresso il concetto in maniera ancora più chiara al Financial Times. La scelta, dice, «è tra avere Lukashenko oppure avere in casa l’esercito russo. La gente preferisce Lukashenko alla guerra». Il timore di molti bielorussi è che se il loro dittatore venisse sostituito da un governo democratico e filo-occidentale, nel paese interverrebbero i russi, che sono i più stretti alleati del governo di Minsk.

Negli ultimi mesi Lukashenko ha cercato di descriversi come l’unica persona in grado di impedire un potenziale intervento armato russo in Bielorussia. Il suo motto è “Per una Bielorussia indipendente” ed intende “indipendente” in senso letterale. Mantenendo Lukashenko al potere, i bielorussi sperano che gli interessi della Russia saranno garantiti e così le possibilità di una guerra come quella che ha coinvolto l’Ucraina saranno ridotte. Di recente Lukashenko ha cominciato a sviluppare una politica estera diversa dal passato: il suo rapporto con Putin è complicato, anche a livello “personale”. Quando i giornali russi hanno raccontato che Putin aveva pescato un pesce da cinque chili, Lukashenko ha fatto subito sapere che lui ne aveva pescato uno da venti. Negli ultimi mesi si è opposto alla costruzione di una base militare russa in Bielorussia, e mentre al di là del confine Putin adottava politiche sempre più rigide nei confronti della stampa, Lukashenko liberava gli ultimi prigionieri politici detenuti in Bielorussia. Lukashenko, inoltre, non ha riconosciuto l’annessione della Crimea, una regione dell’Ucraina che l’esercito russo ha occupato nel febbraio dell’anno scorso.

L’impressione che hanno diversi analisti è che Lukashenko abbia adottate queste politiche per ragioni pratiche: gran parte del suo potere deriva dal fatto che quattro quinti dell’economia bielorussa è in mano allo stato, e il governo è il più importante datore di lavoro del paese. Milioni di bielorussi lavorano nelle pletoriche e inefficienti aziende pubbliche e per loro Lukashenko al potere significa garanzia di uno stipendio. Come dimostrano i conti economici del 2015, questo modello sta cominciando ad andare in crisi, soprattutto ora che l’economia russa è in difficoltà. In occasione dell’ultima Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che si è tenuta alla fine di settembre a New York, Lukashenko ha incontrato Christine Lagarde, la direttrice del Fondo Monetario Internazionale. La via che Lukashenko sembra voler percorrere è quella di normalizzare le relazioni con l’Occidente, e l’Europa in particolare. Dopo la liberazione dei prigionieri politici, ad esempio, l’Europa ha fatto sapere che potrebbe rimuovere le sanzioni che sono state imposte alla Bielorussia.

Per Lukashenko comunque non è un processo facile. Senza aiuti economici, la Bielorussia rischia di sprofondare in una crisi economica che potrebbe causare disordini sociali. Avvicinarsi troppo all’Occidente, d’altro canto, potrebbe spingere la Russia a destabilizzare il suo regime. Senza contare che le riforme che Europa ed FMI chiedono in cambio degli aiuti porterebbero inevitabilmente ad erodere la presa dello stato sull’economia e quindi danneggiare la prima fonte di consenso di Lukashenko.

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