Chrissie Hynde nel 2014 (Photo by Joel Ryan/Invision/AP)

Chrissie Hynde e le gogne online

La cantante dei Pretenders ha detto cose sgradevoli e sbagliate sulle violenze sessuali di cui è stata vittima: l'Atlantic si chiede però se si meriti gli attacchi che ha ricevuto

Chrissie Hynde nel 2014 (Photo by Joel Ryan/Invision/AP)

Chrissie Hynde è una musicista e cantante americana che è stata molto nota soprattutto negli anni Ottanta e Novanta con la band britannica dei Pretenders: ma da qualche settimana è molto attaccata e criticata per via di alcuni suoi commenti riguardo alle violenze sessuali sulle donne. In un’intervista al Sunday Times pubblicata alla fine di agosto in occasione della pubblicazione della sua autobiografia, Reckless, Hynde ha dichiarato che le donne che si vestono in modo “provocante” in qualche modo si prendono dei rischi e si mettono in pericolo da sole.

«Se vado in giro vestita molto sobriamente e mi faccio i fatti miei e qualcuno mi aggredisce, allora dico che è colpa sua. Ma se provoco e me le cerco, allora stai tentando qualcuno che è già fuori: evita. Forza, è semplice buon senso… non mi pare di dire niente di scandaloso, no?»

Nel libro Hynde racconta infatti di quando venne violentata da un gruppo di motociclisti, a ventuno anni, e si attribuisce parte della colpa, scrivendo che fu lei, alterata dall’uso di droghe, ad accettare l’invito ad unirsi ai motociclisti, con cui poi ebbe dei rapporti sessuali violenti a cui non fu in grado di sottrarsi.

Dopo l’intervista al Sunday Times Hynde è stata accusata di giustificare le violenze sessuali; pochi giorni dopo in un’intervista al programma televisivo americano Good Morning America ha detto che non voleva giustificare lo stupro ma semplicemente raccontare ciò che le era accaduto da giovane. E aggiunse: “Andai in un posto in cui nessun’altra persona intelligente sarebbe mai andata. Quei motociclisti erano coinvolti in serie attività criminali”.

Le cose che ha detto Hynde sono state molto riprese da media e siti di news internazionali, e qualche giorno fa, intervistata dalla National Public Radio, Hynde si è mostrata molto infastidita dalle domande del conduttore su quella parte del libro, confermando che fu una sua decisione sbagliata a metterla in quella situazione. E ha protestato: “Non capisco tutte queste polemiche. Non mi interessa quello che molta gente pensa. Preferisco dire: non comprate quel maledetto libro, se vi sentite offesi. Non ascoltate i miei dischi. Perchè io vi sto solo raccontando la mia storia, non sono qua a cercare di consigliare nessuno o a dire cosa fare o cosa pensare, e non sono qua come portavoce di qualcuno. Sto solo raccontando la mia storia. Il fatto è che sono stata… è quasi come un linciaggio.”

La storia è stata ripresa martedì dal sito del magazine americano Atlantic per una riflessione che è solo l’ultima di una serie molto intensa negli ultimi anni, sulla violenza delle reazioni online che si scatenano contro singoli individui in forme in cui è spesso difficile distinguere tra la legittima indignazione e la gogna pubblica, o addirittura il “linciaggio”, come ha detto Hynde. Ne parla un interessante libro di quest’anno di Jon Ronson ma anche molti articoli recenti sui media, citati dall’Atlantic. E suggerendo che in queste reazioni ci sia spesso un fattore di autoaffermazione e prevaricazione da parte di chi protesta, l’autrice dell’articolo Sophie Gilbert dice:

Il che ci porta alla domanda: attaccare Hynde perché ha dato la colpa a se stessa (e certo, per associazione, l’ha data ad altri) è efficace e vale la pena di renderla vittima di nuovo? O l’impulso di umiliare lei e altri come lei a volte ha più a che fare con l’autocompiacimento che con la giustizia?

Citando un intervento pubblico dello stesso Ronson – che ha riflettuto molto sulla sproporzione di reazioni, anche quando chi viene attaccato ha indubbiamente commesso uno sbaglio, nelle parole o nelle azioni – Gilbert si riferisce in particolare a mobilitazioni di questo genere su Twitter.

Ronson ha detto che «Twitter è fondamentalmente una macchina di approvazione reciproca. Ci circondiamo di persone che hanno le nostre stesse reazioni, ed è un sentimento confortante. E se qualcuno si mette in mezzo lo rifiutiamo. E sapete di cosa è il contrario, questo? È il contrario della democrazia”.

L’indignazione, in altre parole, permette alle persone di promuovere la propria immacolatezza etica presso gli altri e contemporaneamente di essere accolti in un movimento vasto e influente. Per essere un sentimento così negativo, ha un effetto eccezionalmente caldo e confortevole: a meno tu non sia la persona a cui è indirizzato.

Un rischio ulteriore della diffusione di questo tipo di comportamenti è che diventino – lo sono già diventati, in misure diverse, per chiunque si esprima online – una sorta di ricatto preventivo nella testa di tutti.

Costringere i personaggi pubblici ad avere una paura istintiva di dire qualunque cosa che possa essere anche remotamente offensiva non incoraggia il dibattito, né il rigore intellettuale, o l’onestà. Al contrario, spinge tutti a rimanere su blande frasi fatte e temi prudenti. E incentiva la manipolazione dell’indignazione per ragioni pubblicitarie, di sensazionalismo o di interessi economici. (…) L’istinto di fustigare una persona che è stata sincera su una cosa terribile che le è accaduta, e renderla una vittima di nuovo, alla fine dice di più su chi la umilia che su di lei.

E nell’intervista in cui Hynde si è arrabbiata, l’intervistatore le chiedeva appunto solo di quel passaggio del libro, avendo di fronte una famosa e popolare musicista che aveva pubblicato un’intera autobiografia. E quando lei si è arrabbiata, conclude Gilbert, su Twitter le hanno chiesto perché avesse un comportamento così ostile.

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