Il plagio nella composizione degli inni nazionali

Nel corso della storia moltissimi – fra cui "God Save the Queen" – sono stati ispirati da canzoni precedenti: in uno dei casi più recenti c'entra persino il film "Animal House"

Lo scorso 31 luglio Pechino si è aggiudicata la Olimpiadi Invernali del 2022. Nei giorni successivi alla vittoria in molti si sono chiesti se c’è almeno la neve a Pechino – pare di no – mentre altri hanno notato un’altra e più piccola anomalia nella vittoriosa candidatura cinese. La “Danza della neve e del ghiaccio”, uno dei temi musicali principali delle prossime Olimpiadi, è sembrato a molti una canzone familiare. E la ragione è abbastanza evidente per chiunque abbia dei figli piccoli o sia appassionato di film Disney: la canzone è palesemente copiata da “Let It go”, una delle canzoni più famose del film di animazione Disney “Frozen”.

Alex Marshall, autore di un libro appena uscito sulla storia degli inni nazionali, ha raccontato per BBC quanto spesso è accaduto che musiche solenni e importanti siano risultate frutto di ricicli di melodie già esistenti, mettendo insieme una breve storia dei plagi relativi agli inni nazionali.

Uno dei casi più recenti e bizzarri è quello di Dusan Sestic, un compositore serbo bosniaco che nel 1998 decise di partecipare al concorso per trovare un nuovo inno al suo paese, la Bosnia-Erzegovina. Sestic ha raccontato a Marshall che in quel periodo era a corto di soldi e non aveva nessuna intenzione di vincere il concorso, ma soltanto di arrivare secondo o terzo e di ottenere i soldi previsti come premio. Compose così un tema molto sdolcinato e con sua grande sorpresa vinse la gara.

Come spesso avviene nei Balcani, il nuovo inno si trasformò subito in una questione etnico-nazionalistica. I suoi compatrioti serbo-bosniaci, molti dei quali sono tutt’ora contrari all’esistenza della Bosnia (preferirebbero una repubblica autonoma di soli serbi) accusarono Sestic di essere passato dalla parte del nemico. Dal canto loro, i bosniaci croati e musulmani criticarono il fatto che l’inno del paese fosse stato scritto da un membro della stessa etnia responsabile di numerosi massacri nel corso della guerra. Ma le cose peggiorarono ulteriormente nel 2009, quando qualcuno scoprì che la melodia dell’inno era quasi identica a quella che accompagna i titoli di testa di Animal House, una commedia studentesca del 1978 di John Landis con John Belushi.

Sestic ha ammesso che le due musiche si assomigliano in maniera incredibile, ma ha detto di non ricordare di aver mai visto il film: «Forse è successo quando ero giovane, e la musica del film mi è rimasta impressa in qualche maniera inconscia: ma non posso dire che si è trattato di un plagio». Quello di Sestic è un caso recente, ma più si va indietro nel tempo, più i casi di inni nazionali plagiati aumentano.

L’inno dell’Uruguay è uno dei più movimentati del mondo e fu scritto nel 1846 dal compositore Francisco Jose Debali. Marshall ha notato nel suo articolo come la musica sia più simile a quella di una breve operetta che alla solennità tipica degli inni nazionali. Forse, dice Marshall, è perché parte del motivo è stato copiato da una sezione dell’opera “Lucrezia Borgia”, del compositore italiano Gaetano Donizetti (che, curiosamente, fu rappresentata a Montevideo nel 1841).

Si può invece riservare il beneficio del dubbio all’irruento inizio dell’inno argentino, che in certi momenti ricorda una composizione dell’italiano Muzio Clementi e per quello del Sudafrica, che sembra vagamente richiamare una composizione del gallese Joseph Parry.

Naturalmente un paio di secoli fa non esisteva una gran cultura della tutela del diritto d’autore e copiare o ispirarsi a una melodia non era considerato un peccato tanto grave. Ad esempio la melodia dell’attuale inno del Regno Unito, God Save the Queen (King), ispirato a una canzonetta composta probabilmente nel Diciottesimo secolo, divenne così popolare che fu utilizzato dalla Russia degli zar, dal regno delle Hawaii, da un gran numero di staterelli tedeschi e arrivò a diventare l’inno ufficiale della Germania imperiale dopo l’unificazione del 1871 (così, quando Germania e Regno Unito entrarono in guerra nel 1914 avevano entrambe lo stesso inno: un caso probabilmente unico nella storia).

Oggi, ad esempio, la melodia di God Save the Queen (King) è ancora utilizzata come inno nazionale nel micro-stato del Liechtenstein con il nome Oben am Jungen Rhein (“Lassù, sul giovane Reno”). Marshall ha parlato della questione con Hans-Adam II, il granduca del Lussemburgo, che gli ha spiegato come la musica sia così popolare che nessuno ha mai pensato di cambiarla: «nell’utilizzarla insieme al Regno Unito ci sentiamo in buona compagnia. Anzi, direi in ottima compagnia».

Anche Estonia e Finlandia condividono lo stesso inno (e in un certo senso anche la lingua, visto che estone e finlandese sono strettamente imparentati). Come moltissimi altri inni, anche quello estone e finlandese ha la sua origine in una canzone popolare. La melodia di “Hatikva” (“La speranza”), lo struggente inno israeliano, deriva invece con tutta probabilità da una canzone popolare rumena mentre quella dell’inno americano, “Star-Spangled Banner” (“La bandiera adorna di stelle”), è ispirata a una canzone da osteria molto diffusa all’epoca (le parole, invece, raccontano una storia epica di battaglie ed eroismo).

Alla fine Marshall si domanda quale sia il significato di tutti questi plagi. È possibile che musiche così importanti per intere nazioni siano esenti dalle leggi del plagio? O che le persone gli diano così poca importanza da non accorgersi che sono copiate? La risposta, secondo lui, è no: il plagio non c’entra. Il problema è semplicemente che è molto difficile essere originali. Un inno nazionale dev’essere abbastanza semplice da poter essere fischiettato per strada e cantato agli stadi e alle manifestazioni pubbliche, ma deve essere contemporaneamente solenne e potente. Probabilmente, scrive Marshall, «le possibilità di scrivere una composizione di questo tipo che contemporaneamente non sembri la reminiscenza di qualche alta melodia sono considerevolmente ridotte».

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