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  • domenica 16 agosto 2015

L’unica persona che vuole tornare in Corea del Nord

È una donna di 45 anni pentita di essere scappata in Corea del Sud e che da anni prova molto confusamente a tornare indietro

Ogni anno centinaia di persone cercano di scappare dalla Corea del Nord e dal suo governo autoritario di ispirazione comunista per emigrare in Corea del Sud. Negli ultimi 15 anni circa 28mila nordcoreani ci sono riusciti, mentre non è chiaro il numero delle persone che ci hanno provato senza successo. Secondo i dati e le storie a disposizione, c’è una sola persona che ha provato a tornare indietro una volta arrivata in Corea del Sud: si chiama Kim Ryen-hi, ha 45 anni e la sua storia piuttosto bizzarra è stata raccontata da un articolo del New York Times.

Kim Ryen-hi viveva a Pyongyang, la capitale della Corea del Nord, lavorava come sarta ed era sposata con un medico. La parte bizzarra della sua storia iniziò nel 2011, quando Kim andò in Cina per trovare alcuni parenti e curare una malattia al fegato. Lì conobbe un trafficante che le promise di portarla in Corea del Sud, dove avrebbe potuto lavorare e guadagnare i soldi per pagarsi le spese mediche. Poco prima di partire per la Corea del Sud, racconta il New York Times, Kim si pentì di avere lasciato la Corea del Nord e decise di tornare subito indietro. Il trafficante con cui era entrata in contatto le aveva però già confiscato il passaporto: Kim decise che la cosa migliore che poteva fare a quel punto era di andare in Corea del Sud, perché se fosse stata trovata senza passaporto sarebbe stata consegnata alle autorità nordcoreane e sarebbe potuta passare per una spia. Una volta arrivata in Corea del Sud, Kim sperava che i sudcoreani capissero la sua situazione e la facessero tornare nel suo paese. Il guaio è che le leggi della Corea del Sud prevedono la possibilità di accogliere i disertori nordcoreani ma non ne prevedono alcuna relativa al procedimento inverso, cioè che permetta a un disertore di tornare in Corea del Nord.

Per Kim la situazione a quel punto era diventata paradossale: l’unico modo di lasciare il centro di controllo sudcoreano dove si era recata per chiedere di tornare nel suo paese era quello di firmare un documento in cui ripudiava il comunismo (si tratta di una procedura prevista per questi casi dalla legge sudcoreana). Kim firmò e divenne ufficialmente una disertrice del regime della Corea del Nord. Kim cercò più volte di tornare in Corea del Nord, con tentativi spesso assurdi e contraddittori. Racconta il New York Times:

A un certo punto incontrò un altro trafficante per discutere del suo ritorno. Poi chiamò più volte il consolato nordcoreano in Cina per chiedere aiuto. Dopo che le era stato negato un passaporto sudcoreano, tentò di falsificarne uno. In seguito, commise quella che oggi definisce una sciocchezza: cominciò a fare la spia per il Nord, raccogliendo dati personali e numeri di telefono di altre persone che avevano disertato per scappare in Corea del Sud. Piuttosto stranamente, confessò alla polizia il proprio comportamento, pregando i poliziotti di «sbrigarsi» a fermarla.

Nel luglio del 2014 Kim fu quindi arrestata in Corea del Sud per spionaggio e per aver falsificato un passaporto. Durante il processo, confessò di essere stata istruita dal consolato nordcoreano: il tribunale che la condannò riconobbe che Kim era stata costretta a compiere azioni di spionaggio nel timore che i propri famigliari venissero presi di mira dal regime. Dopo avere ottenuto una condanna di due anni, uscì di prigione dopo nove mesi a causa della sospensione con la condizionale della pena.

Oggi, Kim ha cambiato la sua versione della storia: dice di non aver compiuto spionaggio e di essersi inventata tutto nella speranza di venire estradata in Corea del Nord. Secondo il New York Times, però, la sua condizione a questo punto si è fatta molto complicata, e per risolverla sarebbe necessario una specie di apposito accordo fra i due paesi: un’ipotesi piuttosto improbabile, dato che la restituzione reciproca di persone condannate per spionaggio è avvenuta solo in due occasioni, nel 1993 e nel 2000.

Oggi Kim vive a Yeongcheon e lavora per una fabbrica che si occupa di cavi elettrici. Racconta il New York Times che ancora oggi Kim prova dell’affetto evidente per il suo paese natale.

A suo dire, le ultime quattro cifre del suo numero di telefono sono le stesse della data di nascita di Kim Il Sung, il fondatore della Corea del Nord e nonno di Kim Jong Un, che lei stessa dice di venerare «come se fosse mio padre biologico». «Più di ogni altra cosa – racconta – voglio che la Corea del Nord riconosca che non sono una traditrice e che non ho mai, nemmeno per un istante, dimenticato la mia patria».

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