L'astronauta Chris Hadfield, dallo spazio (YouTube)

Il successo della NASA sui social network

Milioni di persone seguono i circa 500 account gestiti dall'agenzia spaziale statunitense: è merito dei contenuti, ma anche di un approccio originale e personale

L'astronauta Chris Hadfield, dallo spazio (YouTube)

Il 14 luglio la sonda spaziale della NASA New Horizons ha volato a 12.500 chilometri di distanza dalla superficie di Plutone ed è riuscita a scattare e mandare sulla Terra le migliori foto mai fatte al pianeta nano, distante dalla Terra 4,8 miliardi di chilometri. Il successo di New Horizons ci ha permesso di vedere immagini bellissime e inedite, dalla grande rilevanza scientifica. Grazie alle sue fotografie di Plutone, New Horizons è anche diventata uno degli argomenti più discussi e citati sui social network: la prima immagine di Plutone che la NASA ha condiviso su Instagram ha raggiunto 100mila “mi piace” in pochi minuti. La NASA è nata nel 1958 con la promessa, scritta nello Space Act, di impegnarsi a fornire “la più ampia e appropriata condivisione di informazioni relative alla sua attività e ai suoi risultati”. Gli ultimi giorni e gli ultimi anni di storia della NASA hanno mostrato che i social network si sono rivelati molto utili per mantenere quella promessa.

La sonda New Horizons è arrivata vicino a Plutone più di nove anni dopo essere partita da Cape Canaveral, in Florida, il 19 gennaio 2006. Quando New Horizons lasciava la Terra, Facebook era un promettente social network con due anni di vita, Twitter era a due mesi dal suo primo tweet e Instagram ancora non esisteva. Oltre a raggiungere Plutone, negli ultimi anni la Nasa ha saputo sfruttare molto bene i social network. In un recente articolo il Washington Post ha scritto:

Ecco un semplice consiglio per rendere virale ogni vostro contenuto social: costruite un’astronave e mandatela nello spazio più remoto per nove anni, finché non arriva a scattare fotografie di un pianeta (o qualcosa di simile) che nessuno aveva mai visto prima. Ecco fatto.

Il successo della NASA sui social network è di sicuro motivato dalla rarità e dal fascino dei contenuti che condivide, ma non soloSecondo Quartz il successo della NASA è conseguenza di «una delle più grandi strategie social del nostro tempo» e «contiene importanti lezioni per qualunque grande azienda interessata a abbattere le barriere tra sé e il suo pubblico». La NASA gestisce più o meno direttamente 500 diversi profili su 12 diverse piattaforme social e ha circa 3,5 milioni di seguaci su Instagram e 11 milioni su Facebook e Twitter. È, con grande distacco, l’ente governativo statunitense con più seguaci.

Quartz scrive che la storia di come la NASA sia riuscita a ottenere milioni di followers è iniziata grazie a un misto di “cieca fortuna e sapiente organizzazione” e grazie alla semplice idea di una persona: Veronica McGregor. Nel 2008 McGregor era responsabile della comunicazione per il Jet Propulsion Laboratory (JPL), il laboratorio della NASA dedicato al progetto, allo sviluppo e alla costruzione delle sonde spaziali senza equipaggio. Il 25 maggio del 2008 la sonda Phoenix Mars Lander costruita dal JPL stava per atterrare su Marte e il di compito di McGregor era, in sintesi, «trovare un modo per far sapere a più persone possibile che l’umanità stava per far toccare la superficie di un mondo alieno a una sonda costruita sulla Terra, dopo un viaggio di 680 milioni di chilometri». Il compito era però più difficile di quanto potesse sembrare e l’attenzione sull’evento era alta, ma non altissima: a differenza di quanto ha scritto il Washington Post, per attirare le attenzioni non bastava costruire un’astronave e mandarla nello spazio.

McGregor pensò di usare Twitter, che allora era un social network ancora poco utilizzato, e decise di farlo in un modo molto originale: creò il profilo Twitter del Phoenix Mars Lander e decise di raccontare in prima persona le fasi dell’atterraggio. La scelta di McGregor rese il momento ancora più originale, personale e memorabile. L’uso della prima persona (“Io”) al posto della terza persona (“la navicella”) permise anche di risparmiare molto spazio, dedicando quello che restava dei 140 caratteri di Twitter ad altre informazioni. «Ero preoccupata dal fatto che la comunità degli appassionati avrebbe trovato l’idea frivola, ma nei momenti successivi al primo tweet mi resi immediatamente conto che le persone iniziavano a rispondere», ha poi spiegato McGregor. Il profilo del Phoenix Mars Lander raggiunse rapidamente i 10mila seguaci, allora il trentesimo account più seguito al mondo. Oggi, a otto anni dalla fine della sua missione, il Phoenix Mars Lander ha più di 300mila seguaci su Twitter. Alcuni mesi fa Twitter ha inserito uno dei suoi tweet tra quelli più importanti e significativi della sua storia.

Da quel giorno la maggior parte delle sonde della NASA scrive in prima persona: John Yembrick, il responsabile di tutti i profili social della NASA, ha spiegato che ogni team è libero di decidere come far parlare la propria sonda, senza alcuna forzatura o imposizione. Orion, la navicella che un giorno potrebbe portare gli umani su Marte, usa per esempio la terza persona. La New Horizons ha invece scelto un approccio più diretto e personale. Negli ultimi anni, oltre alle sonde, dallo spazio hanno twittato anche gli astronauti: il primo è stato Mike Massimino nel 2009. Dopo di lui lo hanno fatto altri 48 astronauti, 33 dei quali della NASA. Quello che ha avuto il maggior successo è l’astronauta canadese Chris Hadfield, autore di un video dallo spazio visto da quasi 26 milioni di persone.

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