Come è fatto un contratto tra Spotify e le case discografiche

Il sito di tecnologia The Verge ha pubblicato quello tra Sony e Spotify, e si capisce chi tiene il coltello dalla parte del manico

Il sito di tecnologia The Verge ha ottenuto e pubblicato in esclusiva il contratto che Spotify, uno dei servizi per la musica in streaming più usato al mondo, ha stretto con la casa discografica Sony Music nel 2011 per poter utilizzare buona parte del suo catalogo musicale. Mentre altri aspetti di accordi come questi sono noti e discussi da tempo, è la prima volta che vengono rese pubbliche informazioni riservate su come sono fatti e quali clausole contengono i contratti con grandi aziende come Sony Music, che da sola controlla circa il 30 per cento del mercato mondiale della musica.

Soldi in anticipo
Il contratto risale al gennaio del 2011 ed è quindi antecedente al lancio di Spotify negli Stati Uniti. Ha una durata di due anni con un terzo anno opzionale. Per potere avere il catalogo di Sony Music, Spotify accettò di versare 25 milioni di dollari in anticipo alla casa discografica: 9 milioni di dollari per il primo anno e 16 milioni per il secondo, a patto di versarne altri 17,5 milioni per l’eventuale terzo anno. Spotify ha pagato gli anticipi con rate trimestrali che costituivano di fatto un minimo: nel caso di guadagni più alti di quelli previsti, l’anticipo valeva come pagamento dei guadagni fino alla soglia minima.

Nel contratto non si dice invece come Sony Music potesse usare il denaro degli anticipi, quindi se dovesse essere ridistribuito agli artisti che fanno parte della casa discografica o trattenuto dall’azienda. Secondo alcune fonti consultate da The Verge, di solito le case discografiche tengono per sé il denaro senza fare una redistribuzione. Questo spiegherebbe in parte perché negli ultimi mesi diversi cantanti abbiano deciso di inserire clausole nei loro contratti per non essere su Spotify e servizi simili.

Clausola della nazione più favorita (CNPF)
Nel documento si dice chiaramente che Sony Music ha la facoltà di recedere da buona parte delle clausole nel caso in cui Spotify stringa accordi più vantaggiosi con altre case discografiche. È l’equivalente della cosiddetta “clausola della nazione più favorita”, nata per garantire condizioni doganali eque tra diversi paesi per lo scambio delle loro merci. Sony Music nel contratto si riserva la facoltà di ricorrere annualmente a una società di consulenza esterna che valuti i contratti stipulati da Spotify con la concorrenza, in modo da assicurarsi la CNPF.

Divisione dei ricavi
La divisione dei ricavi da Spotify alle case discografiche avviene in base a una complicata formula che tiene conto della popolarità del singolo artista, il numero delle riproduzioni delle sue canzoni rispetto al totale ed eventuali altri accordi ad hoc sui diritti. In generale Spotify tiene per sé il 30 per cento dei ricavi mentre il restante 70 per cento va alle case discografiche (nel 2014 Spotify ha prodotto ricavi derivanti dalla pubblicità pari a 110 milioni di dollari). Leggendo il contratto si scopre che c’è un’ulteriore fonte di ricavi derivante dall’utilizzo di pubblicità non gestite direttamente da Spotify; in questi casi Spotify ne trattiene solo un 15 per cento, lasciando il resto alla casa discografica. Sony Music ha inoltre uno spazio per inserire proprie pubblicità su Spotify fino a un tetto di 9 milioni di dollari.

Quanto ricava Sony Music
Capire esattamente dal contratto quali possano essere i ricavi di Sony Music è molto complicato, spiegano sempre su The Verge. Il documento allude a tre voci distinte: la musica riprodotta con la pubblicità, i pass giornalieri (che non esistono più), il servizio in abbonamento mensile. In ognuno di questi settori Sony Music può ottenere il 60 per cento dei ricavi totali di Spotify moltiplicati per la percentuale di canzoni appartenenti alla casa discografica riprodotte. Per farla più semplice: se Spotify a marzo ricava 100 milioni di dollari, le etichette discografiche ottengono 60 milioni di dollari. Se il 20 per cento degli streaming è di Sony Music, questa si porta a casa 12 milioni di dollari. Sono comunque previsti dei minimi per garantire una certa quantità di ricavi alla casa discografica, i 25 milioni di dollari in due anni per Sony citati prima.

Concorrenza
Dal contratto è abbastanza chiaro il potere notevole che le case discografiche esercitano per trattare con i servizi in streaming, anche se sono tra i più grandi e diffusi al mondo come Spotify. Dai download, quindi il modello iTunes di Apple, la musica digitale si sta spostando sempre di più verso il modello degli streaming: gli utenti non possiedono più i file ma hanno abbonamenti per ascoltare tutta la musica che vogliono a patto di essere collegati alla rete, o di avere scaricato le canzoni (che diventano non più riproducibili quando non si rinnova l’abbonamento). Apple è al lavoro per realizzare un proprio servizio in streaming, che dovrebbe essere presentato il proprio giugno e sul quale l’azienda sembra essere molto agguerrita, soprattutto per quanto riguarda gli accordi con le case discografiche.

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