Cosa è successo dentro Volkswagen

Lo storico presidente Piëch si è dimesso dopo una lite col CEO, che considerava il suo erede: c'entrano gli scarsi risultati sul mercato americano e le lotte tra gli eredi di Porsche

di Andrea Fiorello – @andreafiorello

Sabato 25 aprile l’imprenditore e ingegnere austriaco Ferdinand Piëch (78 anni, a destra nella foto) si è dimesso da presidente del consiglio di sorveglianza del gruppo automobilistico tedesco Volkswagen – carica che ricopriva dal 2002, dopo essere stato amministratore delegato per nove anni – a seguito di due settimane di contrasti con gli altri dirigenti e azionisti del gruppo che riguardavano la successione alla presidenza e la carica di amministratore delegato, attualmente ricoperta dal manager tedesco sessantasettenne Martin Winterkorn (a sinistra nella foto), il cui contratto scadrà a fine 2016.

Il gruppo Volkswagen è il secondo produttore automobilistico mondiale dopo la giapponese Toyota e controlla i marchi Volkswagen, Audi, Skoda, Seat, Porsche, Lamborghini, Bentley e Bugatti, oltre all’azienda motociclistica Ducati, alla società di design Italdesign Giugiaro e ai produttori di camion MAN e Scania; se si escludono Volkswagen e Audi, tutti gli altri marchi sono stati acquisiti dal gruppo sotto la guida di Ferdinand Piëch da CEO (Chief Executive Officer, amministratore delegato in inglese) o da presidente, da sempre pubblicamente intenzionato a rendere Volkswagen il primo produttore automobilistico al mondo.

La crisi tra i vertici del gruppo che ha portato alle dimissioni di Piëch è cominciata il 10 aprile scorso, quando il settimanale tedesco Der Spiegel ha riportato che i rapporti tra Piëch e Winterkorn si erano deteriorati e che il primo avrebbe detto “Mi sono allontanato da Winterkorn”. La frase di Piëch – noto per essere un uomo duro e di poche parole – è stata interpretata dalla stampa e dagli analisti come una sfiducia nei confronti del CEO, nominato alla guida del gruppo e del marchio Volkswagen dal 1 gennaio 2007 proprio per volere di Piëch. Fino a poco tempo fa, infatti, Martin Winterkorn era considerato da tutti il “braccio destro” di Piëch – i due si conobbero nel 1981 in Audi, quando Winterkorn fu nominato assistente dell’austriaco – e il suo più probabile successore alla presidenza: l’avvicendamento sarebbe dovuto avvenire quando il mandato di Piëch fosse finito, nell’aprile 2017.

I sindacati dei lavoratori e lo stato federato tedesco della Bassa Sassonia, sede di Volkswagen e tra i maggiori azionisti del gruppo, con il 20 per cento dei diritti di voto, hanno criticato la frase. Sia i rappresentanti sindacali – i quali occupano in Volkswagen metà dei venti posti nel consiglio di sorveglianza – che il primo ministro della Bassa Sassonia Stephan Weil, infatti, pur essendo storici alleati di Piëch ai vertici dell’azienda, si sono espressi pubblicamente a favore del CEO Winterkorn; la stessa cosa ha fatto Wolfgang Porsche, cugino di Piëch e membro del consiglio di sorveglianza, che ha liquidato l’affermazione di Piëch come un'”opinione personale” non concordata con il resto della famiglia.

La famiglia in questione è la dinastia Porsche-Piëch, che tramite la società Porsche Automobil Holding SE – di cui Wolfgang Porsche è presidente – controlla la maggioranza del gruppo Volkswagen con il 50,7 per cento dei voti. Ferdinand Piëch e Wolfgang Porsche, infatti, sono entrambi nipoti (figlio di un figlio Wolfgang, figlio di una figlia Ferdinand) dell’ingegnere tedesco Ferdinand Porsche (1875-1951), il fondatore dell’omonima casa automobilistica e progettista del Maggiolino Volkswagen, l’auto “del popolo” voluta da Adolf Hitler poco prima della Seconda guerra mondiale per motorizzare la Germania nazista. Gli altri azionisti principali del gruppo sono lo stato della Bassa Sassonia con il 20 per cento dei voti e la Qatar Holding con il 17 per cento.

Il 16 aprile Martin Winterkorn è comparso davanti al comitato esecutivo del consiglio di sorveglianza – un organo decisionale ristretto, composto da sei dei venti componenti del consiglio – in una riunione urgente che si è tenuta a Salisburgo, la città di Piëch, per replicare all’attacco di quest’ultimo e difendere la propria posizione. Il giorno dopo l’incontro i sei membri del comitato (Ferdinand Piëch, suo cugino Wolfgang Porsche, il primo ministro della Bassa Sassonia Stephan Weil, due rappresentati del consiglio di fabbrica e il rappresentante del sindacato IG Metal Berthold Huber) hanno diffuso un comunicato stampa in cui affermavano all’unanimità che Winterkorn era “il migliore amministratore delegato possibile”, che aveva il pieno appoggio del gruppo Volkswagen e che il comitato avrebbe proposto al consiglio di sorveglianza l’estensione del contratto di Winterkorn nell’incontro di febbraio 2016. Il giorno dopo la riunione il quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung riportava che, secondo fonti interne, alcuni membri del consiglio sarebbero arrivati vicini a chiedere le dimissioni di Piëch, il quale in un primo momento si era rifiutato di appoggiare Winterkorn; durante la riunione del 16 aprile, infatti, Piëch avrebbe accusato Winterkorn di spiarlo e avrebbe accettato di sottoscrivere le dichiarazioni del comunicato stampa solo dopo forti scontri con gli altri cinque membri del comitato, tra cui il cugino Wolfgang Porsche accusato di volere le sue dimissioni.

Le ragioni della rottura tra Piëch e Winterkorn
Durante la scorsa settimana, gli esperti di settore hanno formulato varie ipotesi sul perché Piëch avesse espresso pubblicamente la propria sfiducia nei confronti del “delfino” Winterkorn, l’uomo considerato a lui più vicino e da Piëch stesso voluto prima alla guida del marchio Audi nel 2002, poi dell’intero gruppo cinque anni dopo. Negli anni della stretta collaborazione tra i due manager, Volkswagen è stata protagonista di una crescita straordinaria: sotto la direzione di Winterkorn, infatti, il gruppo è passato da otto a dodici marchi, gli stabilimenti produttivi sono più che raddoppiati, i profitti quasi triplicati e le vendite sono cresciute del 64 per cento fino a 202 miliardi di euro di fatturato e 10,1 milioni di unità nel 2014, un valore record che potrebbe portare al sorpasso su Toyota già alla fine di quest’anno.

Secondo fonti interne, Piëch sarebbe rimasto particolarmente deluso dall’andamento del marchio Volkswagen negli Stati Uniti d’America, mercato dove l’azienda tedesca fatica a vendere i propri modelli pur avendo investito molto: nel 2011, tra le altre operazioni, è stato inaugurato uno stabilimento in Tennessee costato circa un miliardo di dollari, dove Volkswagen costruisce una versione della berlina Passat per il mercato americano. Nonostante gli investimenti e il cambio euro-dollaro favorevole, però, la quota di mercato statunitense della Volkswagen nel primo trimestre del 2015 è scesa al 2 per cento, il livello più basso dal 2009 e poco superiore all’1,4 per cento del 2007, anno della nomina di Winterkorn. La difficoltà che Volkswagen sta incontrando nell’affermarsi sul mercato statunitense dipende secondo gli esperti dall’eccesivo centralismo del gruppo, che ha sede a Wolfsburg, e dall’incapacità dei vertici di coordinare mercati e marchi diversi ponendo la giusta attenzione sulle peculiarità di ciascuno.

Gli Stati Uniti d’America, infatti, non sono l’unico problema di Volkswagen: il profitto dell’intero gruppo è troppo legato ai marchi di lusso Audi e Porsche, gli unici a garantire margini elevati, mentre il brand Volkswagen l’anno scorso ha avuto un margine operativo di appena il 2,5 per cento, molto lontano dal target del 6 per cento programmato per il 2018. Un’altra difficoltà è rappresentata dalla gestione delle due divisioni camion, Scania e MAN, che si comportano più da rivali che da membri dello stesso gruppo. Inoltre in Brasile – nazione che rappresenta il quarto mercato mondiale per il produttore tedesco – il gruppo è sceso negli ultimi tempi dalla seconda alla terza posizione nella classifica di vendite, dietro alla Fiat e all’americana General Motors.

A tutti questi fattori si aggiungono la scarsa produttività complessiva del gruppo – Volkswagen costruisce meno veicoli rispetto a Toyota, ma quest’ultima ha 350mila dipendenti, contro i 600mila del gruppo tedesco – e l’andamento del progetto di un modello low-cost per i mercati emergenti che, nonostante anni di ricerca e investimenti, fatica a concretizzarsi. Secondo una fonte vicina al comitato di sorveglianza, tutti questi motivi avrebbero portato Piëch a cambiare atteggiamento verso Martin Winterkorn e a temere che il CEO non avesse una chiara visione sui provvedimenti da prendere, cosa che secondo Piëch avrebbe potuto mettere in pericolo il futuro del gruppo se Winterkorn fosse stato prima riconfermato come amministratore delegato e poi nominato presidente.

Le dimissioni di Piëch
Il 23 aprile il quotidiano tedesco Bild ha riportato una frase di Piëch che negava di voler cacciare Winterkorn e anzi affermava che i due si erano confrontati raggiungendo un accordo di cooperazione. Già il giorno dopo, però, l’agenzia di stampa Reuters ha scritto che durante la settimana Piëch si era incontrato con gli altri membri della famiglia Porsche-Piëch e aveva cercato d’imporre Matthias Mueller, il CEO del marchio di lusso Porsche, come sostituto di Winterkorn. Queste notizie hanno scatenato le reazioni dei rappresentanti dei lavoratori e della Bassa Sassonia – dove il gruppo impiega 120mila lavoratori – che hanno accusato Piëch di aver trascinato irresponsabilmente il gruppo in una crisi di vertice e si sono dichiarati stufi delle sue manovre di potere.

La situazione ha portato a un’altra riunione d’emergenza del comitato esecutivo, che si è tenuta il 25 aprile all’aeroporto tedesco di Brunswick. Durante questo incontro Ferdinand Piëch e la moglie Ursula, anche lei membro del consiglio di sorveglianza dal 2012, si sono dimessi da tutte le cariche che ricoprivano nel gruppo. La motivazione della rottura è stata data tramite un comunicato stampa che diceva “I membri del comitato esecutivo sono arrivati alla conclusione che, alla luce di ciò che è accaduto nelle scorse settimane, non sussiste più la fiducia reciproca necessaria per una cooperazione costruttiva”. Con le dimissioni di Piëch, il rappresentante del sindacato IG Metal Berthold Huber è stato nominato presidente del gruppo ad interim e sarà lui a presiedere la riunione annuale degli azionisti che si terrà il prossimo 5 maggio.

Il futuro del gruppo Volkswagen
Le dimissioni di Piëch dalla presidenza hanno provocato reazioni contrastanti nel settore: se da un lato con il suo addio l’industria automobilistica perde uno dei suoi protagonisti più capaci e importanti – lo stesso premier della Bassa Sassonia Stephan Weil, tra gli artefici delle dimissioni, lo ha descritto come “una delle personalità più rilevanti nella storia economica della Germania postbellica” – dall’altro gli analisti e gli investitori ritengono che, senza la presenza ingombrante di Piëch il gruppo potrà più facilmente diminuire il proprio centralismo, migliorare la profittabilità del marchio Volkswagen, rivedere la strategia negli Stati Uniti d’America e interrompere la continua acquisizione di nuovi marchi voluta proprio da Piëch.

Secondo gli esperti è ancora presto per dire chi succederà a Piëch e Winterkorn nelle rispettive cariche, inoltre la riunione annuale del 5 maggio è troppo vicina perché i due rami della famiglia azionista di maggioranza, il governo della Bassa Sassonia, i sindacati e la Qatar Holding trovino un accordo sui nomi. Visto l’appoggio ricevuto dai lavoratori e dallo stato federato in cui ha sede il gruppo, Martin Winterkorn potrebbe avere buone possibilità di diventare presidente, ma il suo stretto legame con la linea centralista di Piëch e il fatto che l’attuale CEO sia proprio stato “salvato” dai lavoratori non lo rendono secondo gli analisti il candidato ideale per portare avanti i tagli di cui il gruppo ha bisogno. Negli ultimi tempi, infatti, Winterkorn ha avviato un piano per il marchio Volkswagen finalizzato a eliminare 5 miliardi di euro annui in costi di produzione entro il 2017: la scelta dei tagli deve essere decisa insieme ai rappresentanti dei lavoratori, ma proprio questa necessità di collaborazione tipica della struttura Volkswagen ha portato a individuare per ora solo 1,5 dei 5 miliardi. La difficoltà nel cooperare alla razionalizzazione industriale è stata particolarmente evidente la scorsa estate, quando Winterkorn ha dovuto rinunciare all’assistenza della multinazionale di consulenza aziendale McKinsey dopo le proteste dei rappresentanti sindacali.

Un altro candidato alla presidenza potrebbe essere Wolfgang Porsche, che è riuscito a far prevalere la propria linea su quella del cugino, ma la sua nomina sarebbe molto rischiosa da un punto di vista politico. Nonostante le dimissioni, infatti, Ferdinand Piëch con il 13,2 per cento rimane uno dei principali azionisti di Porsche Automobil Holding SE, inoltre i leader dei due rami della famiglia Porsche-Piëch hanno un passato denso di scontri: il più importante è quello del 2008, quando la Porsche diretta da Wolfgang cercò di acquisire la Volkswagen diretta da Piëch, ma per farlo s’indebitò a tal punto che la crisi finanziaria di quell’anno portò il piccolo costruttore di auto sportive vicino al tracollo, così alla fine fu Volkswagen a comprare Porsche.

Il 29 aprile il gruppo Volkswagen ha comunicato i risultati finanziari del primo trimestre 2015, che hanno fatto segnare un margine operativo (un indicatore economico che misura la capacità di un’azienda di produrre profitto) in aumento del 17 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, dovuto all’euro debole, ai guadagni del marchio Seat e ai tagli decisi da Winterkorn per il marchio Volkswagen. Il margine di quest’ultimo è cresciuto del 15,8 per cento ma in termini assoluti rimane al 2 per cento, un valore piuttosto basso e inferiore a quello dei principali concorrenti.

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