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  • mercoledì 15 Aprile 2015

La strana storia dei generali Grant e Lee

Il vincitore della Guerra di secessione americana oggi è ricordato come un ubriacone e un pessimo presidente, mentre lo sconfitto è un eroe: perché?

di Jamelle Bouie - Slate

Il 9 aprile del 1865 nel villaggio di Appomattox, in Virginia, il generale Robert E. Lee, che comandava l’ultimo grande esercito della Confederazione del Sud, si arrese al generale Ulysses S. Grant, capo dell’esercito federale del Nord. Anche se la resa ufficiale della Confederazione arrivò solo alcune settimane dopo, l’incontro tra i due generali è considerato l’ultimo atto della Guerra Civile Americana, il più sanguinoso conflitto nel quale gli Stati Uniti si sono mai impegnati. La strana storia che ebbe la memoria di questi due uomini racconta molto dell’America di oggi e della strada che sta percorrendo.

Per Grant, Appomattox fu solo l’inizio di una brillante carriera. Nel 1865 era il celebrato generale che aveva messo fine alla guerra civile cominciata quattro anni prima, quando alcuni stati del Sud del paese decisero di secedere dal governo federale per il timore che li costringesse ad abolire la schiavitù (all’epoca fondamentale per l’economia del Sud; la schiavitù fu abolita ufficialmente negli ultimi mesi di guerra). Nel 1868, tre anni dopo la fine della guerra, Grant fu eletto presidente e lo fu di nuovo nel 1872. Negli anni successivi si ritirò dalla politica, gestì una banca, perse tutti i suoi soldi e morì di cancro, non prima di aver concluso quelli che sono tuttora considerati i migliori testi di memorie mai scritti da un ex presidente americano. Ma questa non è la fine della storia. Grant ebbe una specie di seconda morte a causa dei suoi detrattori che, nella memoria collettiva, riuscirono a ridurre la sua figura agli aspetti peggiori della sua vita: le tattiche sanguinose che utilizzò durante la guerra (ignorando invece i suoi meriti come generale), i suoi problemi con l’alcol e la corruzione della sua amministrazione quando divenne presidente. Oggi esistono pochi monumenti dedicati a Grant negli Stati Uniti, e sono per lo più ignorati.

La storia di Lee fu completamente diversa. Non ebbe la brillante carriera politica di Grant e morì nel 1870, appena cinque anni dopo la fine della guerra che combatté difendendo la schiavitù e che perse. Ma nel breve periodo in cui fu presidente di quella che è ora la “Washington and Lee University in Lexington”, in Virginia, divenne una specie di santo protettore del Sud: un generale mai sconfitto sul campo di battaglia che si arrese con onore e dignità al suo nemico (Lee, in realtà, fu sconfitto diverse volte, a Gettysburg per esempio, ma è tuttora considerato il comandante più abile della guerra). Dopo la sua morte questi aspetti della sua personalità inglobarono tutta la sua storia. Nel 1890, quando gli ex confederati gli eressero un monumento a Richmond, la vecchia capitale della Confederazione, Lee era oramai più che un semplice uomo: era diventato un simbolo del “vecchio Sud” e di un’epoca romantica oramai perduta. Oggi ci sono monumenti di Lee in tutto il Sud degli Stati Uniti: autostrade, parchi e statue portano il suo nome e il generale viene ricordato spesso in commemorazioni ufficiali. Nella cultura popolare Lee rimane ancora oggi una figura da ammirare, un esempio di senso del dovere, onore e cavalleria.

In altre parole, 150 anni dopo la fine della guerra i ruoli si sono invertiti. Lee, lo sconfitto, è diventato un modello e Grant un imbarazzo. Cosa è successo? Come è possibile che l’eroe di guerra sia diventato una figura quasi ignobile mentre il paladino della schiavitù sia divenuto una delle figure più popolari di tutto il conflitto?

La risposta si trova nella Ricostruzione, il periodo che cominciò dopo Appomattox, quando il Nord cercò di rimediare ai danni provocati dalla guerra nel Sud e tentò di condurre una transizione il più indolore possibile dallo schiavismo all’emancipazione dei neri. Una volta eletto presidente, Grant fu il principale artefice della Ricostruzione e affrontò quel compito difficilissimo con la stessa flessibilità e le stesse idee chiare con cui aveva condotto la guerra. Grant fu un promotore dei diritti civili dei neri e fu l’ultimo presidente a farlo per quasi un secolo, fino a Dwight D. Eisenhower (curiosamente anche lui un militare e anche lui il vincitore di un’altra guerra, la Seconda guerra mondiale). Da presidente, Grant inviò l’esercito nelle zone più turbolente del Sud per proteggere i neri dalla violenza dei suprematisti bianchi. La politica di Grant non fu sempre efficace – a volte fu troppo morbido con i suprematisti, a volte si lasciò bloccare dai giochi politici – ma riuscì anche a ottenere delle vittorie. Grant dichiarò che il Ku Klux Klan, la più potente organizzazione di suprematisti bianchi, era formato da «insorti in ribellione contro le autorità degli Stati Uniti», inviò l’esercito a combatterli e disperderli e, per almeno un po’ di tempo, riuscì a riportare l’ordine nel Sud.

Grant legò il suo destino a quello dei neri e dei loro alleati, e loro gliene furono grati. Nel 1872 Grant fu eletto per un secondo mandato soprattutto grazie al voto dei neri del Sud e a quello degli ex militari dell’Unione. I suoi nemici rimasero scandalizzati dall’uso che aveva fatto dell’esercito per rimettere ordine nel Sud e lo additarono come un nemico della libertà. Se è vero che la sua amministrazione fu corrotta, molte delle accuse erano pretestuose e arrivarono da quei Democratici del Sud per cui la presenza militare nei loro stati era di per sé “ingiusta” e un segno di “corruzione” (all’epoca i Democratici erano favorevoli alla schiavitù e provenivano soprattutto dal Sud, mentre i Repubblicani erano contrari: Lincoln era un Repubblicano). I suoi nemici lo chiamarono “tiranno” e dissero che aveva usato l’esercito per imporre il dominio dei neri nel Sud.

Grant non era insensibile a queste critiche e dedicò molto tempo durante la sua presidenza e negli anni successivi a difendere la sua carriera militare e la giustezza della causa per cui aveva combattuto. Un giorno disse che «per quanto io non abbia intenzione di fare nulla per ricordare al Sud le sue tristi memorie, non amo affatto vedere i nostri soldati doversi scusare per la guerra». Contro di lui erano schierate legioni di simpatizzanti della Confederazione, gente come l’ex presidente della Confederazione Jefferson Davis e come lo scrittore Edward Pollar, che coniò il termine “Lost Cause” (la “causa persa”), il nome con cui si indica il movimento nostalgico del “vecchio Sud” che si propone di difendere e riabilitare l’immagine della Confederazione. Per gli aderenti alla “Lost Cause”, la Guerra Civile non fu uno scontro pro o contro la schiavitù: fu una nobile battaglia in nome degli ideali costituzionali. Nelle sue memorie Davis scrisse che la schiavitù «non fu in nessun modo legata alle ragioni del conflitto, ma solo un mero incidente». Il Sud, scrisse, combatteva contro il potere dispotico e senza limiti del governo centrale e contro l’usurpazione dei diritti dei singoli stati.

E questo ci riporta a Lee, che nella sua resa ad Appomattox diede materiale in abbondanza ai teorici della Lost Cause. Il suo ultimo discorso agli uomini dell’Armata della Virginia è tuttora ricordato come uno dei più belli e nobili mai scritti da un generale: «Dopo quattro anni di duro servizio segnato da insorpassato coraggio e fermezza, l’Armata della Virginia del Nord è costretta a cedere davanti a forze e risorse immensamente superiori. Porterete con voi la soddisfazione che deriva dal sapere di aver compiuto fedelmente il vostro dovere. Prego sinceramente che Dio Misericordioso estenda su tutti voi la sua benedizione e la sua protezione».

Non solo queste parole contribuirono a cementare l’immagine di Lee come un’icona del Sud – pio, onorevole e cavalleresco – ma alimentarono anche un’altra narrativa, quella del coraggio e dell’onore del Sud, che fu sconfitto dall’Unione soltanto a causa della superiorità numerica del Nord e non a causa dell’abilità tattica o della mancanza di coraggio (questa accusa fa il paio con quella spesso rivolta a Grant di essere stato un “macellaio”, un’accusa del tutto priva di fondamento). In questa lettura il periodo della Ricostruzione fu un disastro creato dal governo federale che impose sui bianchi innocenti la supremazia dei neri. Nella loro narrazione, gli adepti della Lost Cause trovarono in Grant un inaspettato alleato. Grant, che ammirava Lee e i suoi soldati, scrisse nelle sue memorie: «Non ho voglia di esultare di fronte alla caduta di un nemico che ha combattuto così a lungo e così valorosamente e che ha sofferto così tanto per una causa: anche se quella causa fu, io credo, una delle peggiori per le quali un popolo abbia mai combattuto». Grant, in un altro passaggio molto citato delle sue memorie, scrisse anche: «Non dubito della sincerità delle grandi masse che si opposero a noi».

Grant fu una figura che contribuì molto a mantenere il paese unito dopo la guerra e l’unità era proprio quello che gli adepti della Lost Cause desideravano, soprattutto quando in molti a Nord, furono esaurito dalla sforzo della Ricostruzione e cominciarono a cercare di lasciarsi il passato alle spalle, dimenticarsi dell’oppressione dei neri e riunirsi con i loro cugini del Sud. In questo clima ci furono intere scuole storiografiche che cominciarono a dipingere l’epoca della Ricostruzione, l’intervento armato dopo la guerra e “l’oppressione” dei neri nei confronti dei bianchi del sud come i veri problemi di tutta la faccenda. Questa lettura rappresentò il fondamento delle leggi Jim Crow che fino agli anni Sessanta del nostro secolo tennero segregata la popolazione nera: bisognava togliere il voto ai neri perché ne avevano abusato all’epoca della Ricostruzione.

All’epoca c’erano anche accademici che si opponevano a questa visione, ma rimasero isolati fino alla nascita del movimento per i diritti civili negli anni Sessanta, quando una nuova generazione di studiosi cominciò a rivalutare la Ricostruzione e la presidenza di Grant. Ma mentre gli storici hanno riabilitato Grant all’interno dell’accademia, giudicandolo un presidente con dei difetti, ma che si impegnò a fondo per i diritti dei neri, i suoi meriti non sono ancora riconosciuti dal grande pubblico. Per Lee invece è accaduto il contrario e la sua immagine nella cultura popolare è rimasta quella degli ultimi 150 anni: un uomo degno che si ritrovò dalla parte sbagliata della storia.

Se la situazione cambierà, dipenderà da quale direzione prenderanno gli Stati Uniti nei prossimi anni. Sia Grant che Lee uomini furono legati dall’incontro di Appomattox e da quello che significò: dalla fine della Confederazione al sogno dell’emancipazione. Le loro eredità sono legate a ciò che questi avvenimenti significano oggi: un’eredità ancora celebrata da migliaia di americani del Sud e la lotta per l’inclusione dei neri nella società degli Stati Uniti. Se l’equità tra neri e bianchi è nel futuro di questo paese, allora forse Grant sarà celebrato come l’uomo che ha contribuito a far muovere la nazione verso la sua destinazione, mentre Lee declinerà sullo sfondo della storia. E se questa invece non fosse la strada a cui sono destinati gli Stati Uniti? Allora Lee rimarrà l’immagine di quello a cui vogliamo che il nostro passato somigli; non quello che fu realmente.

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