• Scienza
  • giovedì 12 febbraio 2015

Qualche novità sulla morte del ragazzo di “Into the Wild”

L'autore del libro da cui è tratto il film ha confermato che Chris McCandless morì per avvelenamento e non per inedia, ma forse non dalla sostanza ipotizzata fin qui

Jon Krakauer, autore del libro da cui è stato tratto il famoso film Into the Wild, ha pubblicato ieri sul sito del New Yorker un nuovo articolo sulle cause della morte del protagonista del suo racconto, Chris McCandless. Nell’articolo Krakauer ha parzialmente modificato la sua teoria precedente, secondo cui McCandless – che si era volontariamente ritirato a vivere in un parco naturale dell’Alaska – fosse morto per avere ingerito i semi di una patata selvatica, che contenevano un alcaloide tossico non segnalato sui manuali di botanica. Krakauer aveva intuito giustamente che la pianta di patata aveva avuto una parte nella morte McCandless, ma aveva sbagliato a identificare sia la sostanza in questione sia la patologia di cui si ammalò McCandless.

Dall’inizio
McCandless era un ragazzo statunitense di 24 anni che nel 1992, dopo essersi laureato, decise di passare del tempo da solo, senza soldi e vivendo con ciò che avrebbe trovato in natura nel Denali National Park dell’Alaska. Morì alla fine di agosto del 1992, dopo essersi nutrito per settimane con bacche, radici e piccoli animali, e avere abitato in un bus abbandonato. In un articolo pubblicato nel settembre del 2013 e circolato molto online, Krakauer sostenne che contrariamente a quanto stabilito dall’autopsia, secondo la quale era morto per una gravissima malnutrizione, McCandless era morto per latirismo: una malattia neurologica che causa una progressiva debolezza degli arti e l’incapacità di alzarsi in piedi.

Krakauer non aveva mai creduto all’ipotesi della malnutrizione, sebbene fosse stato rilevato che al momento della morte il corpo di McCandless pesasse circa 30 chili (sulla patente, ritrovata nel bus abbandonato dentro il quale abitava, era riportato che pesava 63 chili prima di ritirarsi). Rileggendo il diario di McCandless, Krakauer trovò infatti uno strano appunto risalente al 30 luglio, circa tre settimane prima del giorno in cui si suppone sia morto.

Estremamente debole. Colpa dei semi di pat[ate]. Gran difficoltà a reggermi in piedi. Ho fame.

Krakauer si era convinto che McCandless avesse ragione e che la causa della sua morte c’entrasse in qualche modo con la pianta di patata selvatica di cui aveva cominciato a mangiare i semi (e di cui nelle settimane precedenti aveva ingerito le radici, come si legge in un altro appunto del suo diario). Nel 1993 Krakauer visitò il bus dove aveva abitato McCandless, notando che una certa qualità di patata selvatica, la Hedysarum alpinum, «cresceva dappertutto, ovunque mi girassi. Raccolsi quasi mezzo chilo di semi in meno di mezz’ora». Krakauer fece analizzare la pianta a Tom Clausen, un professore di chimica organica dell’Università dell’Alaska: ma dopo un iniziale esito positivo, non risultò essere tossica.

Poi, alla fine del 2012, Krakauer lesse un saggio dello scrittore americano Ronald Hamilton che metteva in relazione il caso di McCandless con alcune strane morti avvenute durante la Seconda guerra mondiale nel campo di concentramento di Vapniarca, in Ucraina: ai prigionieri del campo, a un certo punto, fu dato da mangiare del pane ricavato da semi di pisello selvatico simili per composizione a quelli della Hedysarum alpinum. I prigionieri si ammalarono di latirismo, che è causata dell’amminoacido β-N-Oxalyl-L-α,β-diaminopropionico (spesso abbreviato in ODAP), e che colpisce soprattutto gli uomini giovani fra i 15 e i 25 anni che assumono poche calorie e fanno molta attività fisica. Krakauer ipotizzò quindi che McCandless potesse essere morto per latirismo dopo avere ingerito i semi della Hedysarum alpinum (vicino al bus di McCandless c’erano anche diverse piante di pisello selvatico: ma Krakauer sapeva che secondo il manuale di botanica ritrovato sul bus la pianta era identificata come tossica, e quindi era improbabile che il ragazzo l’avesse raccolta).

Nel dicembre del 2012 Krakauer, dopo aver letto il saggio di Hamilton, fece analizzare sia i semi della patata selvatica sia quelli del pisello selvatico, rinvenuti vicino al bus, da un laboratorio di Ann Arbor, nel Michigan, con la specifica indicazione di cercare tracce di ODAP: Craig Larner, il chimico autore delle analisi, disse a Krakauer che entrambi i tipi di semi contevano circa lo 0,4 per cento di ODAP, una concentrazione che può provocare il latirismo.

I nuovi sviluppi
In seguito all’articolo pubblicato nel settembre del 2013 sul New Yorker, Krakauer è stato molto criticato per la sua teoria. Secondo Philip J. Proteau, un chimico dell’Università dell’Orgeon, il tipo di tecnologia utilizzata per riscontrare le tracce di amminoacido ODAP nei semi di patate trovati vicino a McCandless, chiamata HPLC (Cromatografia liquida ad alta precisione), produrrebbe risultati «non conclusivi»: non riuscirebbe infatti a distinguere con chiarezza se l’amminoacido ODAP sia presente in quantità tali da essere effettivamente tossico. Lo stesso Clausen ha criticato Krakauer per non aver pubblicato le sue teorie a una rivista che applicasse la peer-review, cioè una valutazione indipendente effettuata sugli articoli prima di pubblicarli.

Krakauer ha quindi fatto analizzare i semi di Hedysarum alpinum con una cromatografia liquida-spettrometria di massa, un esame che serve a identificare la massa molecolare (cioè il peso) di una certa sostanza chimica, a partire dalla quale si può risalire alla sua composizione. Secondo la spettrometria, i semi contenevano effettivamente una sostanza dalla massa molecolare di 176 dalton (una unità di misura di peso infinitamente piccola), compatibile con quella dell’ODAP (che è di 176,13). Una seconda spettrometria più approfondita, che ha “spezzato” le molecole della pianta pesandone ogni componente, ha però escluso che la molecola in questione fosse l’ODAP: la massa dei singoli componenti di una molecola pura di ODAP, infatti, è risultata diversa da quella ritrovata nei semi della pianta di Hedysarum alpinum. La teoria di Krakauer era sbagliata.

Krakauer rimase però convinto che quella molecola c’entrasse qualcosa: ha quindi cominciato a cercare informazioni su una sostanza di massa molecolare di 176 dalton, simile a quella dell’ODAP. Ha poi trovato la risposta in uno studio pubblicato nel 1960 dallo scienziato B. A. Birdsong nel Canadian Journal of Botany, una rivista scientifica canadese. Secondo Birdsong, la Hedysarum alpinum contiene fra le altre sostanze un amminoacido tossico chiamato canavanina, che ha una massa molecolare di 176,17. Spiega Krakauer:

La canavanina, viene fuori, è un antimetabolita contenuto nei semi di molti legumi per difendersi dai predatori, ed è notoriamente tossico. Era sfuggita sia a me sia a Clausen perché nella pianta stavamo cercando un alcaloide [cioè una sostanza basica le cui varietà, fra cui la caffeina e la stricnina, hanno noti effetti sugli animali]. Sono stati osservati numerosi casi di capi di bestiame avvelenati dopo aver mangiato una specie di fagiolo (la Canavalia ensiformis) il cui seme contiene circa il 2,5 per cento di canavanina, a secco: i sintomi includevano rigidità delle zampe posteriori, progressivo indebolimento, enfisema, ed emorragie ai linfonodi. Sebbene ci siano stati pochi studi degli effetti della canavanina sull’uomo, è noto che hanno avuto effetti tossici sulle persone che l’hanno ingerita.

Le nuove analisi sui campioni forniti da Krakauer – effettuate con la stessa spettrometria usata per escludere la presenza di ODAP – hanno indicato che nella Hedysarum alpinum la canavanina ha una concentrazione dell’1,2 per cento, che Krakauer definisce «significativa».

Krakauer pubblicherà i risultati delle nuove analisi e le sue conclusioni nel marzo del 2015 su una rivista scientifica con il sistema della peer-review, il Wilderness and Environmental Medicine. Nelle conclusioni dello studio che ha anticipato sul New Yorker, Krakauer – che riconosce che ci vorranno nuove analisi per capire quale patologia abbia causato esattamente la morte di McCandless – scrive:

Le nuove analisi hanno accertato la presenza di canavanina nei semi di Hedysarum alpinum. Nel caso di Christopher McCandless, ci sono le prove che i semi della pianta hanno costituito una significativa parte della sua dieta nel periodo precedente alla sua morte. Da quel che sappiamo sugli effetti tossici della canavanina, abbiamo tratto la conclusione logica che in quelle condizioni sia stato altamente probabile che la sua ingestione sia stato un fattore che abbia contribuito alla sua morte.

Christopher McCandless avrebbe compiuto oggi 47 anni: era nato il 12 febbraio del 1968.

nella foto: una scena del film “Into the Wild”

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