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  • giovedì 11 Dicembre 2014

Roma è Roma, inevitabilmente?

Le reazioni di questi giorni - anche dei romani - rischiano di dare ragione ai suoi peggiori accusatori: oggi su Repubblica Filippo Ceccarelli scrive della "Torre di Babele"

Tra le molte reazioni alle notizie sull’inchiesta romana sulla corruzione – quella chiamata dai magistrati “Mafia Capitale” – è notevole in questi giorni percepire un misto di accuse e rassegnazione a dei tratti deteriori di Roma e del suo funzionamento, ancora più impressionante nel suo avvicinarsi alle cose che nei decenni passati hanno detto di Roma i suoi peggiori detrattori, a cominciare dai leader leghisti settentrionali (e non è detto che questo sentimento non aiuti persino a Roma il nuovo leader della Lega Nord Matteo Salvini), che oggi hanno buon gioco a dire “avevamo ragione”. Da Roma, infatti sembra prevalere una scorata disillusione rispetto ai presunti tratti peggiori delle dinamiche sociali e politiche cittadine (troppe funzioni importanti in una grande città, dice lo scrittore Sandro Veronesi). Giovedì su Repubblica Filippo Ceccarelli – esperto cronista politica romano – ne scrive così.

A Roma nun se more mai , e di conseguenza chi nun more se rivede . Sempre a Roma nun se butta gnente e anche per questo forse non ci si annoia mai, ma lo sgomento reca con sé la più scontata interrogazione retorica: in quale altra città d’Europa — per tenersi stretti — poteva allignare con tanta vivacità il mondo di mezzo «dove tutto si mischia»?
Nelle grigie inchieste del Nord (Expo, Mose) corruttori e corrotti non fanno assolutamente la stessa vita, anzi quasi nemmeno si conoscono, e il malaffare ha uno sviluppo per così dire fuggevole, o episodico; allo stesso modo nel Mezzogiorno, da Napoli alla Sicilia, gli ambiti di guardie e ladri, imprenditori e politicanti, restano separati, di norma per ragioni professionali, o castali, o di prudenza.
A Roma no. E questo perché Roma « addiventò dar primo giorno,/ com’è oggi, ‘ na Torre de Babbele ». Così la raffigura nel XIX secolo il suo più illustre poeta, Giuseppe Gioachino Belli, all’insegna di quella caotica mescolanza che emerge dal presente ciclo d’intercettazioni.
Dove c’è sempre uno che dice: mo’ vado o telefono a quello, che mi porta a quello, che mi porta a quello e così — fatece largo che passamo noi, ‘ sti giovenotti de ‘ sta Roma bella — ecco che dopo un paio di rimbalzi si arriva regolarmente non solo al Quirinale e a Palazzo Chigi, ma anche dal Papa. E a questo proposito merita certo una segnalazione un irresistibile dialogo tra i Diotallevi, padre ex notabile della Magliana e figlio: quest’ultimo riferisce di una visita al di là del Portone di bronzo effettuata con una specie di pseudo-spione già incluso nello scandalo dei padri Camilliani, roba da intenditori; e gli descrive la ricchezza e le dotazioni dell’automobile («la radio e i cosi »), e a un certo punto, per dire il rispetto tributatogli, «mi sentivo ‘ sto cazzo », e conferma che il suo interlocutore «sa tutti i segreti», e infatti, chiosa allora il papà: «Quello è un paraculo ».

(continua a leggere sulla rassegna stampa Treccani)

(FILIPPO MONTEFORTE/AFP/Getty Images)