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Otto canzoni di Nick Drake

Una playlist del cantautore venuto prima di tutti gli altri e morto 40 anni fa, tratta dai suoi unici tre dischi

Nick Drake era un cantautore inglese, morto 40 anni fa esatti per aver preso una dose eccessiva di farmaci antidepressivi. Non era molto famoso da vivo ma fu riscoperto anni dopo diventando un mito per generazioni di musicisti e appassionati. Le sue canzoni parlano di amore perduto, solitudine e speranza. Luca Sofri, peraltro direttore del Post, ha messo insieme una lista delle sue otto canzoni più belle nel suo libro intitolato Playlist.

Nick Drake


(1948, Rangoon, Birmania – 1974,Tanworth-in-Arden, Inghilterra)
Nick Drake è quello che è venuto prima di tutti gli altri. Prima 
di Jeff Buckley, prima di Elliott Smith, prima di De Gregori, prima di Duncan Sheik. Era nato in Birmania da genitori in
glesi, che lo riportarono in patria quando aveva quattro anni. Grande chitarrista, votato a testi criptici e simbolisti e ad arrangiamenti minimali fatti quasi di sola voce e chitarra. Fece solo tre dischi a vent’anni, attraversati dalla sua depressione e dall’insicurezza per il successo non raggiunto. Nessuno dei tre vendette più di qualche migliaio di copie, fino a che non fu morto e mitizzato. Lo uccise un’overdose, voluta o no: era giovane e bello, e divenne Nick Drake.

River man

(Five leaves left, 1969)
Lugubre e inquieto, in cerca di qualcosa, come solo certe vecchie cose di Leonard Cohen. Che però aveva le idee più chiare.
Il titolo del disco è il messaggio che appariva sulla quintultima cartina dei pacchetti Rizla.

Way to blue

(Five leaves left, 1969)
Sulle cose che non avremo mai, che non sapremo mai, che non raggiungeremo mai. È bella quando lui cambia tono come se spostasse il peso da un piede all’altro, sul verso “Tell me, all that you may know”.

Hazey Jane I

(Bryter Layter, 1970)
Un pensiero per Jane (o per il vuoto al posto di Jane) che non si tormenti, e prenda le cose con più calma: “lo faccio per te, come tu lo faresti per me”.

Hazey Jane II

(Bryter Layter, 1970)
Ritmo, finalmente, e un po’ di allegria almeno nella musica e nel modo precipitoso di cantare (il titolo del disco, che sta per “brighter later” – “schiarite successive” – già suggerisce qualcosa di più luminoso). Basso, chitarra e batteria sono suonati da tre dei Fairport Convention. Meno lieve nel testo: “Cosa succede al mattino quando il mondo diventa così affollato che non puoi affacciarti alla finestra, al mattino?”. Un’amica una volta disse che il timido Drake sapeva chiacchierare per monosillabi. “Se le canzoni fossero battute di una conversazione, la situazione sarebbe ottima”.

One of these things first
(Bryter Layter, 1970)
Tutte le cose che avrebbe potuto essere: un fischietto, un lampione, un marinaio, un libro, una porta, una sveglia, un cuoco, un flauto, uno stivale.

Pink moon

(Pink moon, 1972)
L’ultimo disco, se lo suonò tutto da solo, e lo incise in due notti, lui e la chitarra. In “Pink moon” fu aggiunto poi un pianoforte. Nel 2000 la usarono in una spot del nuovo maggiolino Volkswagen, e la notorietà di Nick Drake crebbe sensibilmente.

Things behind the sun
(Pink moon, 1972)
Bisognerebbe poter ascoltare e vivere le canzoni di Nick Drake in un altro modo, come se avessero vita propria e indipendente da quella dell’autore. Ma non ci si riesce, il cliché della lettura talentuoso-giovane-poeta-suicida è ovunque, ingombrante. Bisognerebbe pensare che Nick Drake sia vivo, sposato a una deputata conservatrice, e conduttore di un reality; e ascoltarle ora, le canzoni. Invece. “Nel tuo cervello si muove qualcosa che ti spinge fuori nella pioggia”.

Time of no reply

(Time of no reply, 1986)
“Il tempo passa, anno dopo anno
 e nessuno mi chiede cosa stia qui a fare.
 Ma io ho le mie risposte e guardo il cielo:
 questo non è tempo di risposte”.

Foto di thatspep