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Il problema con il “diritto all’oblio” e Google

Il guaio vero riguarda il livello di censura degli articoli rimossi, scrive Will Oremus su Slate: spariscono solo dalle ricerche sulle persone "offese" o da tutte?

di Will Oremus – Slate @WillOremus

All’inizio dell’anno la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha stabilito che i privati cittadini possono chiedere a Google e agli altri motori di ricerca di rimuovere dai risultati eventuali link verso pagine che contengano dati personali sensibili. Da allora, Google ha ricevuto centinaia di migliaia di richieste del genere da persone che esercitavano il loro “diritto all’oblio”. A luglio il Wall Street Journal ha scritto che Google aveva accolto circa la metà di quelle richieste.

Uno degli effetti più controversi della legge è stato quello di costringere di fatto Google a censurare determinate notizie, al fine di proteggere la privacy delle persone citate all’interno di quelle notizie. BBC News e Guardian sono due di quelli che hanno visto sparire alcuni loro vecchi articoli dai risultati delle ricerche fatte su Google utilizzando determinate parole.
Le pubblicazioni europee non sono le uniche a essere state interessate dal provvedimento. Venerdì scorso il New York Times ha scritto che i link verso cinque suoi articoli sono stati rimossi da Google tra i risultati di ricerche fatte utilizzando certi termini sulla versione europea del motore di ricerca.

La buona notizia, per quelli preoccupati per la censura, è che questi cinque articoli difficilmente mancheranno dolorosamente a un gran numero di persone. La cattiva notizia è che rappresentano una selezione talmente arbitraria da rendere difficile trarre delle conclusioni su che tipo di giornalismo finirà nel buco dell’oblio nei mesi e negli anni a venire.

I cinque articoli sono:

• Due annunci di matrimonio di “anni fa”, i nomi dei cui interessati non sono stati rivelati dal New York Times.
• Un breve necrologio a pagamento del 2001.
Un articolo del 2002 di Jennifer 8. Lee su tre società accusate di vendita fraudolenta di indirizzi web inesistenti.
Un articolo del 1998 su uno spettacolo teatrale che si rivolgeva “a una generazione cresciuta con MTV”.

Questioni di principio a parte, la rimozione di pochi annunci mortuari e matrimoniali dai risultati di ricerca di Google probabilmente non pone una minaccia di esistenza per il giornalismo o la democrazia. È la rimozione degli altri due articoli a preoccupare un po’ di più.

Come fa notare il NYT, non è difficile comprendere il motivo per cui certe persone abbiano potuto desiderare di far rimuovere la notizia della vendita di indirizzi web falsi dai risultati della ricerca su di loro. Tra i citati in quella notizia c’erano due persone di Londra che venivano indicate come proprietarie delle società in questione. Alla fine il caso è stato patteggiato, ma probabilmente il nome degli imputati era collegato a quella storia ogni volta che qualcuno cercava quei nomi su Google. Ora non più.

Ma la cosa veramente strana è quell’articolo di teatro riguardo uno spettacolo intitolato “Villa Villa” di una compagnia chiamata De la Guarda. Il NYT riconosce che in questo caso è stata “molto più difficile da indovinare l’obiezione” evidentemente avanzata per chiedere a Google la rimozione di questo articolo. Google stessa non può rivelarla: la loro policy vieta di divulgare i nomi delle persone che hanno fatto richieste di “diritto all’oblio”.

Facciamo comunque un’ipotesi. E se la richiesta fosse stata fatta non da qualcuno del gruppo teatrale ma da un giovane amante del teatro di quelli che poi all’uscita danno le classiche “interviste dalla strada” ai giornali? Una giovane, per esempio, viene citata in quel pezzo in questo contesto:

“È stato come un sogno, ma molto più intenso”, ha detto [nome], una 27enne studentessa d’arte che cammina nella notte con lo sguardo stralunato e i capelli spettinati, un look del tutto appropriato per un’opera che un critico del Guardian a Londra ha descritto come “bella come il sesso”.

È l’unica volta in cui quella persona compare nell’articolo. (Ho cancellato il nome nel caso in cui la mia ipotesi sia corretta). È una buona citazione, aggiunge colore al pezzo, ma di certo non è essenziale. L’autore dell’articolo, e probabilmente chiunque lo abbia letto, quasi certamente ha dimenticato quel nome un sacco di tempo fa. Ma Google no – e neppure la ragazza in questione. Forse, per quanto quella frase possa sembrare innocua, quella ragazza ha temuto per anni che chiunque avesse cercato il suo nome su Google potesse trovare un riferimento alla lei di 16 anni fa in cui viene descritta come una ragazza 27enne “con lo sguardo stralunato e i capelli spettinati” esemplare della generazione MTV. Se così fosse, sarebbe difficile fargliene una colpa, se desidera che quella immagine smetta di seguirla.

Per anni i giornali hanno ricevuto richieste occasionali simili, di rimuovere il nome di una fonte dalla versione online dell’articolo, proprio per questo genere di motivo. Generalmente, nella mia esperienza, rifiutano per principio. Ma per quanto scettico sulle leggi del “diritto all’oblio”, questo mi pare un caso in cui potrebbero fare del bene senza fare troppo danni, a seconda di come vengono utilizzate.

Nel caso particolare, se Google ha rimosso un link all’articolo solo dai risultati della ricerca sul nome di quella ragazza come chiave di ricerca, è molto diverso dall’aver censurato del tutto quella notizia. Considerando che gli utenti europei di Google possono ancora trovare quell’articolo cercando “Villa Villa”, “De La Guarda”, “teatro moderno”, “teatro generazione MTV”, e così via, non sarà poi questa gran perdita se non possono più raggiungere quell’articolo cercando il nome individuale di un’amante del teatro a cui è capitato di essere citata in quell’articolo.

google oblio

Il problema è che Google non dice quali chiavi di ricerca non restituiscono più l’articolo in questione. È questo è piuttosto indicativo dei problemi più estesi che questa legge comporta. Il danno procurato a persone citate in articoli online è relativamente facile da dimostrare. Al contrario, il danno procurato al pubblico dalla rimozione degli articoli attraverso una procedura oscura e apparentemente arbitraria è impossibile da valutare.