• Cultura
  • venerdì 26 Settembre 2014

La storia del generale Douglas Haig

Che per una dimenticanza, il primo luglio del 1916, portò alla morte più di cinquemila soldati inglesi: lo ha raccontato Stefano Malatesta su Repubblica

Stefano Malatesta, scrittore, inviato e collaboratore di Repubblica, ha pubblicato ieri un articolo in cui racconta un episodio della battaglia della Somme, l’attacco lanciato dagli anglo-francesi durante la prima guerra mondiale a partire dal primo luglio del 1916 sul “fronte occidentale” con l’obiettivo di sfondare le linee tedesche nel territorio della Francia settentrionale tagliato in due dal fiume Somme. Malatesta racconta il ruolo avuto in una di quelle offensive dal generale britannico Haig che, per una dimenticanza, portò alla morte più di cinquemila soldati inglesi. Venerdì sera Stefano Malatesta parteciperà a un incontro sulla Grande Guerra in occasione del Festival della letteratura di viaggio, a Roma, di cui è anche presidente onorario.

Alle sette e mezzo di mattina del primo luglio 1916, 120mila ragazzi inglesi scrollarono dagli scarponi quel liquame disgustoso che stagnava perennemente nelle loro trincee e salirono sulla terra di nessuno, diretti verso le postazioni tedesche che erano allo stesso tempo vicinissime e invisibili. Il fronte scelto dal comando inglese per l’attacco attraversava per una ventina di chilometri le colline della Somme, una campagna della Piccardia fino a qualche anno prima conosciuta in Francia per le sue coltivazioni e ora trasformata in un lugubre territorio simile a una palude, da dove spuntavano frammenti anneriti di alberi. La notte i soldati avevano dormito male, innervositi dal rinvio di un giorno dell’attacco per le forti piogge, non previste in quell’area nel mese di giugno.

Molti soldati avevano avuto un addestramento precario: era la prima volta che andavano in combattimento e nessuno poteva dire come si sarebbero comportati. Si erano alzati dalle brande alle quattro di mattina, impiegando il tempo che rimaneva prima del segnale dell’attacco a inchiodare sopra le suole delle scarpe una striscia trasversale di cuoio per evitare di scivolare sulle scalette, mentre salivano dalle trincee. Faceva freddo, ma l’estate astronomica era già iniziata e più tardi la temperatura sarebbe salita di parecchi gradi.

Quel giorno, nella Somme, all’alba del «grande Push», come avevano soprannominato il grande attacco britannico, i soldati inglesi avevano un’aria stralunata e si dimostravano preoccupati più dello stato poco incoraggiante dei terreni, diventati per le piogge nelle settimane precedenti un mare di fanghiglia, che dell’incontro con il nemico. Nessuno di loro sembrava aver capito che erano arrivati fin lì per ammazzare o essere ammazzati. Il capo della spedizione britannica, il generale Haig, e il capo delle operazioni, Rawlinson, che comandava la quarta armata, avevano assicurato che sarebbe stata una passeggiata. Ma questo termine, spesso adoperato a vanvera dagli alti comandi e che non rispecchiava la realtà, non li aveva rassicurati.

Era dal dicembre del 1915 che il corpo di spedizione britannico stava meditando una vasta offensiva sul fronte occidentale. Il comandante, il generale Douglas Haig, era un militare supponente, che indossava magnifici stivali di cuoio sempre lucidissimi, una giacca tagliata dai sarti di Savile-Row e aveva una barba bionda pettinata a imitazione del re Giorgio V. Ma questa sua eleganza nascondeva un’anima priva di sentimenti, arida, che si applicava preferibilmente a compiti burocratici. Non era un gentiluomo, ne aveva solo l’aspetto. Era un tipo rigido, almeno con i sottoposti — con i suoi superiori molto meno — inflessibile e intollerante, specialmente con i francesi e completamente sprovvisto di umorismo. Si riteneva un grande tattico, ma in realtà era un comandate di reggimento con idee limitate e senza fantasia. Non inventava mai una battaglia, la copiava seguendo strettamente quello che gli avevano insegnato alla Scuola di Guerra. Era molto religioso, di quella religiosità fanatica che vuole avere sempre ragione. Era un acceso sostenitore della disciplina ferrea e aveva fatto fucilare trecento uomini per viltà di fronte al nemico. Mentre quasi tutti erano dei poveretti colpiti da shock durante i bombardamenti che non sapevano più dove era il nord e il sud e nella disperazione si erano allontanati dal loro posto.

(Continua a leggere sul sito di Repubblica)

Foto: Douglas Haig, al centro, nel 1916 circa (Photo by Central Press / Getty Images)