• Cultura
  • venerdì 19 settembre 2014

La vita di una persona piccola

Un articolo di Cara Reedy – impiegata di CNN affetta da nanismo – racconta discriminazioni e umiliazioni che affronta ogni giorno da chi la tratta come un'attrazione da circo

«Mi sveglio e inizio la mia giornata (il mio primo pensiero di solito è “Oh no, sono di nuovo in ritardo”). Mi precipito fuori di casa con i primi vestiti che ho trovato, faccio colazione al volo al bar e controllo le email mentre mi affretto in metro. Mentre il tempo passa, calcolo di quanti minuti arriverò in ritardo». Questi sono i primi momenti di una giornata qualunque di Cara Reedy, donna, nera, assistente amministrativo alla CNN, comica a Brooklyn e affetta da acondroplasia, una comune forma di nanismo. Potrebbe non esserci niente di diverso rispetto ai risvegli di molti di noi – tranne quelli tendenzialmente puntuali – ma il suo racconto continua così:

«Ma poi trasalisco, come se avessi ricevuto un calcio nel petto, perché qualcuno interrompe la mia routine quotidiana indicandomi, ridendo o facendomi una foto. Non sono più Cara e basta, la comica dallo spirito libero che si preoccupa di arrivare al lavoro in orario. Sono la nana che merita di essere derisa. Sono in ritardo per il lavoro, mentre corro in un corpo che non ha la migliore delle falcate, pregando che la linea A della metro funzioni, e ora devo interagire con qualcuno che pensa che la mia semplice esistenza su un pianeta sia una barzelletta. È un modo fantastico per iniziare una giornata».

Nell’80 per cento dei casi l’acondroplasia è causata da una mutazione genetica legata alla tarda età del padre al concepimento, che provoca una anomalia nella formazione della cartilagine: gli arti restano molto corti – i maschi sono alti una media di 131 centimetri e le donne 123 – mentre la testa è più grossa ed è spesso caratterizzata da una fronte prominente (per capirci, è il tipo di nanismo di cui è affetto Peter Dinklage, il Tyron Lannister di Game of Thrones). Come scrive Reedy, secondo un rapporto del 2009 della Midwest Regional Bone Dysplasia Clinics l’acondroplasia colpisce un neonato ogni 25.000, ma «non importa davvero quanto spesso accada: è accaduto a noi, noi siamo qua».

Reedy racconta che i suoi genitori scoprirono della malattia nel momento in cui nacque: erano scioccati e arrabbiati perché sapevano che la sua vita sarebbe stata più difficile, ma il nonno materno disse a sua madre «Non mi importa quant’è alta, è la mia prima nipote, ed è bella». I suoi genitori avevano vissuto l’epoca della lotta per i diritti civili: erano gli unici bambini neri in una scuola di bianchi cattolici ed erano stati sempre discriminati e umiliati. Per questo fecero in modo che ai loro figli non accadesse lo stesso, spronandoli a fare quello che volevano senza venire emarginati o esclusi per il colore della pelle e, nel caso di Cara, per l’altezza: «la mia famiglia – spiega Reedy – si prende cura di me e allo stesso tempo non mi ha mai messa al riparo dal mondo. È il modo in cui mi hanno cresciuta. Sono Cara. Le aspettative non sono state abbassate. Possiamo parlarne ogni volta che ne ho bisogno, ma non mi è stato permesso nascondermi». Sin da piccola Cara cercò infatti di non lasciarsi limitare dalla sua condizione: giocò a basket e poi seguì le lezioni di danza imparando a «essere aggraziata in un corpo che tipicamente non viene visto come aggraziato».

Nonostante il sostegno della famiglia però la sua infanzia non è stata facile: «quando ero piccola e camminavo in un posto pubblico controllavo la stanza per capire chi sarebbe stato il primo a dire qualcosa. Inevitabilmente qualcuno lo faceva. Nella maggior parte dei casi era un “Non è carina?”. Ma a volte era più crudele. Andava nel profondo. Era qualcosa di più oscuro. Si mettevano le mani sulla bocca e ridevano, cercando di guardare altrove ma intanto avvisavano i loro amici». Ha imparato a leggere il labiale a forza di vedere persone pronunciare sottovoce la parola “midget,” il termine dispregiativo utilizzato in inglese per indicare le persone affette da nanismo, che solitamente preferiscono invece definirsi “little person”. Questa distinzione in italiano già si perde: qui si dice comunemente “nano” e basta, al massimo “persona affetta da nanismo”.

Nel tempo l’atteggiamento delle persone verso Cara Reedy non è cambiato.

«La vita di una persona affetta da nanismo è come essere la principale attrazione del circo ogni giorno della mia vita. Andare a fare la spesa, comprare gli assorbenti in farmacia… è come essere una celebrità e i miei paparazzi sono il mondo. Lo slogan del mio blog Infamously Short (in cui Reedy “documenta la strana attenzione che ricevo mentre vivo una vita in qualche modo normale”, ndr) è “celebrità senza fama o soldi”, ed è una definizione piuttosto accurata. Non credo che l’anonimato sia qualcosa di raggiungibile per me. Questa cosa può far diventare un po’ matta una persona. E arrabbiata».

Per tutta la vita Reedy è stata circondata da persone che ridevano di lei:

«Certe volte non cercano nemmeno di nascondere il loro divertimento. Cammino in un centro commerciale, oltrepasso un negozio. Qualcuno mi vede e allora porta tutta la famiglia davanti alla vetrina del negozio a ridere e prendersi gioco di me. La mia vita è uno scherzo per loro».

«Per loro – continua Reedy – non sono nemmeno un essere umano. Sono di una specie diversa.»

Reedy racconta di essere sempre stata, sin da piccola, alla ricerca di esperienze avventurose. A soli 12 anni andò in India; dai 18 ai 27 anni ha vissuto in sei città diverse, traslocato otto volte, ha preso tre lauree – in Scienze politiche, Teatro e Fotografia. «Non riuscivo a decidere cosa volevo diventare da grande, o più precisamente, avevo grosse difficoltà a immaginare cosa il mondo mi avrebbe permesso di diventare. Quando mi trasferii a New York per iniziare a lavorare come fotografa, dovetti finalmente affrontare il motivo per cui continuavo a correre: sono nana». Col tempo ha imparato ad affrontare i maltrattamenti delle persone che incrocia per strada: quelli che continuano a ridere di lei, quelli che continuano a definirla “midget” e quelli che le propongono rapporti sessuali dicendole “voglio provare. Il sesso con te sarebbe diverso”. Ha deciso di reagire con umorismo, commentando le sue disavventure quotidiane sul blog e nei suoi spettacoli comici a Brooklyn.

«Uno dei miei amici dice: “Cara cerca sempre di mostrare che è normale”. Sono normale. Ho gli stessi pensieri, sentimenti e desideri. Il mondo mi tratta come se ci fosse qualcosa di sbagliato in me. Mi ci è voluto un po’ per non fidarmi dell’opinione del mondo».

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