Perché l’Alzheimer si chiama così

Vittorio Zucconi racconta la storia di Aloysius “Alois” Alzheimer e del "paziente zero” della sindrome scoperta all'inizio del Novecento

Il 14 giugno del 1864, in un villaggio della Baviera, nacque Aloysius “Alois” Alzheimer, il medico che diede il nome a una nuova patologia, diversa dalla demenza senile, scoperta all’inizio del Novecento. Vittorio Zucconi, su Repubblica di domenica, ha raccontato la storia del medico e quella di Auguste Deter, il “paziente zero” della sindrome di Alzheimer.

La signora alzò lo sguardo dal piatto di verza e maiale e sorrise timida, come i pazienti in ospedale sorridono ai medici, all’uomo accanto al letto. Come si chiama, signora: «Auguste». È sposata? «Non so». Come si chiama suo marito? «Auguste». Che cosa sta mangiando? «Patate e spinaci». Oh mio Dio, mormorò l’uomo accanto al letto.

Nel suo camice bianco, gli occhiali pince-nez stretti sul naso sopra gli obbligatori baffoni alla Kaiser Wilhelm, annotava furiosamente scuotendo la testa incredulo. Auguste Deter, la signora, lo guardava domandandosi chi fosse quel distinto uomo rotondetto, insistente e noioso che in quei giorni del 1901 la tormentava con domande impossibili in una corsia dell’ospedale psichiatrico di Francoforte. Lei non sapeva, povera donna confusa, che il nome di quel medico sarebbe riecheggiato da allora come il rintocco di una condanna spietata: Alzheimer. Doktor Aloysius “Alois” Alzheimer.

Auguste Deter, anni cinquantuno, sposata con un ferroviere dell’Assia, sarebbe stata la “paziente zero” della sindrome di Alzheimer, la prima persona ufficialmente diagnosticata con quel male e con il nome di uno, ma non il solo, psichiatra o neurologo che l’avesse identificata come una patologia diversa dalla demenza senile. Nell’istituto cittadino per disturbi mentali e nervosi di Francoforte, dal nome teutonicamente inquietante di Städtische Heilanstalt für Irre und Epileptische, dove il marito disperato l’aveva condotta per mano, nessuno dei medici aveva mai visto un caso simile. Una donna ancora giovane, incapace di identificare e ricordare che cosa stesse mangiando, che alla richiesta di scrivere “donna” scriveva “penna”, e che vagava per ore nei corridoi del lugubre asilo aggrappata a una coperta. Fu il luminare e barone delle ancora giovani specialità di psichiatria e neurologia, il professore, naturalmente tedesco, Emil Kraepelin, a battezzare in una relazione a un congresso del 1906 con il nome di Alzheimer quella condizione che il giovane collega aveva studiato con intensità maniacale, fumando casse di sigari, e illustrato in un agile trattatello di ben sette volumi. Alois avrebbe riconosciuto segni visibili di degenerazione nel cervello di Auguste, esaminato e frugato al microscopio per giorni e mesi dopo la sua morte con le nuove tecniche di contrasto all’argento.

Molti altri, fra i quali due psichiatri italiani, erano arrivati vicini alla stessa conclusione, che quella manifestata dalla signora fosse una sindrome fino ad allora non identificata. Ma fu il nome di Alzheimer a restare per sempre.
E a diventare, tragica ironia, indimenticabile. Era nato esattamente un secolo e mezzo fa, Alzheimer, il 14 giugno del 1864, in un villaggio della Baviera chiamato Marktbreit. A ventitré anni appena, Aloysius, figlio di piccoli commercianti, aveva già frequentato alcune delle più auguste università della neonata Germania unificata, Berlino, Tubinga, Würzburg, e acquisito un dottorato in medicina con un’ampia dissertazione sul cerume dell’orecchio, porticina laterale che lo aveva condotto alla sua passione: il cervello. Ma con un comandamento spirituale e privato inculcato dalla madre, quando gli aveva detto: è dovere dei più forti assistere e aiutare i più deboli.

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Foto: Auguste Deter, paziente di Alois Alzheimer, novembre 1901

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