Uber, come stanno le cose

Alessandro De Nicola riassume su Repubblica posizioni, ragioni, torti e prospettive

Negli ultimi giorni in Italia si è tornato a parlare molto di Uber, il servizio alternativo ai tradizionali taxi per spostarsi da un posto all’altro in città utilizzando automobili con autista, prenotate attraverso un’applicazione che gestisce anche le transazioni con la carta di credito senza la necessità di usare contanti. A Roma e Milano, le uniche due città italiane dove Uber è attivo, ci sono state grandi proteste – talvolta anche violente – da parte dei taxisti, che chiedono alle amministrazioni locali di bloccare il servizio, perché non viene gestito con licenze paragonabili alle loro. Alessandro De Nicola ha messo per ordine la storia di Uber e le varie posizioni, tra ragioni e torti, di chi si sta occupando del tema in Italia.

Nella ormai famosa vicenda Uber torti e ragioni, privilegi e diritti, si intersecano in un modo che rende problematica qualsiasi soluzione. I fatti principali sono noti: Uber, azienda multinazionale partecipata anche da Google, ha sviluppato una applicazione che permette di prenotare un’ auto a noleggio anche con scarso preavviso. La centrale operativa riceve la richiesta dal cliente, la diffonde agli autisti in circolazione e chi è in grado di meglio soddisfarla lo segnala. Le auto sono tutte di ottima qualità, si paga direttamente con addebito sulla carta di credito che si registra sul sito, il prezzo è in media superiore del 20% a quello dei taxi ma i consumatori sembrano non curarsene e aumentano costantemente. Soprattutto per i viaggiatori internazionali, avere un’unica compagnia che assicura il servizio in diverse città con gli stessi standard e modalità risulta molto attraente.

Qui scatta la rivolta dei tassisti, che accusano Uber di concorrenza sleale in quanto, secondo loro, la normativa imporrebbe alle compagnie di auto a noleggio di non occupare pubblici spazi (quindi impossibilità di sosta), avere tariffe prefissate (invece grazie al Gps si ha istantaneamente il calcolo del prezzo del trasporto) e soprattutto passare per l’autorimessa alla conclusione di ogni viaggio e attendere colà il cliente. Peggio ancora è stata giudicata l’app Uberpop, che permette una sorta di servizio svolto da privati cittadini che danno la disponibilità della propria vettura e si improvvisano tassisti on-demand.

(continua a leggere l’articolo sul blog di Giacomo Salerno)

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