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I dubbi di Carlo Maria Martini sulla canonizzazione di Giovanni Paolo II

Il Corriere della Sera racconta la deposizione del cardinale "progressista" sull'ormai imminente santificazione di Karol Wojtyla

Il Corriere della Sera, a partire da una deposizione al processo per la santità di Karol Wojtyla che risale al 2007, ha ricostruito quel che pensava il cardinale Carlo Maria Martini di una possibile canonizzazione di Giovanni Paolo II, che sarà effettivamente proclamato santo il prossimo 27 aprile, a nove anni dalla morte. Si tratta del Papa che ha avuto il riconoscimento più rapido tra tutti quelli di epoca moderna, ma i dubbi di Martini – che in generale era piuttosto cauto sulle canonizzazioni dei papi – riguardano soprattutto l’azione e le decisioni di Wojtyla: pur riconoscendo a Wojtyla grandi meriti («fu servitore zelante»), Carlo Maria Martini critica tra le altre cose il suo eccessivo appoggio ai movimenti e non alle Chiese locali e la scelta, non sempre «felice», di alcuni suoi collaboratori.

Carlo Maria Martini, nominato cardinale proprio da Giovanni Paolo II, nell’ultima parte della sua vita aveva vissuto a lungo a Gerusalemme ed era sempre stato considerato una figura “progressista” all’interno della Chiesa. Dopo la morte di Giovanni Paolo II molti avevano pensato proprio a lui come suo successore, mentre ad essere scelto fu Joseph Ratzinger.

«Era un uomo di Dio ma non è necessario farlo santo»: si può riassumere così il giudizio del cardinale Carlo Maria Martini sulla santità del Papa polacco quale risulta dalla «deposizione» come teste che è agli atti del processo. Ne ha dato notizia lo storico Andrea Riccardi nel volume «La santità di Papa Wojtyla» appena pubblicato dalla San Paolo (pp. 99, euro 15). Abbiamo approfondito la sua segnalazione e abbiamo trovato nella deposizione del cardinale Martini – ancora riservata come tutte le 114 testimonianze delle quali si è avvalsa la conduzione della causa – quattro elementi di vivo interesse per intendere la gloria e il dramma della figura papale in questa stagione di rapida mutazione, sua e del mondo.

Il primo elemento sono i limiti che Martini, morto nel 2012, segnalava nell’azione e nelle decisioni di Giovanni Paolo II: non sempre «felici» le nomine e la scelta dei collaboratori, «soprattutto negli ultimi tempi»; eccessivo appoggio ai movimenti, «trascurando di fatto le Chiese locali»; forse imprudente nel porsi «al centro dell’attenzione – specie nei viaggi – con il risultato che la gente lo percepiva un po’ come il vescovo del mondo e ne usciva oscurato il ruolo della Chiesa locale e del vescovo».

Il secondo elemento riguarda invece l’apprezzamento, che è schietto e ampio: un uomo di Dio capace di grande raccoglimento pur nel tumulto delle attività, «servitore zelante e fedele» della Chiesa, «il suo momento migliore era l’incontro con le masse e in particolare coi giovani», da ammirare il coraggio dopo l’attentato («non si ritirò minimamente dal contatto con la folla, che pure lo esponeva a pericoli»), evidente la virtù della perseveranza «in un compito arduo e difficile».

Prevale il positivo ma la conclusione è fredda ed è il terzo elemento di interesse: «Non vorrei sottolineare più di tanto la necessità della sua canonizzazione, poiché mi pare che basti la testimonianza storica della sua dedizione seria alla Chiesa e al servizio delle anime».

(Continua a leggere l’articolo del Corriere della Sera)