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Perché si riparla di F-35

Il governo ha sospeso i pagamenti, il ministro della Difesa sembra volerli ridurre, i deputati del PD nella commissione Difesa hanno scritto un documento molto critico

Giovedì la Stampa ha dedicato il suo titolo di apertura alla questione degli F-35, il costoso programma di aeronautica militare che è già stato diverse volte al centro delle cronache italiane. Ci sono tre motivi principali per cui si è tornato a parlarne: le conclusioni dei deputati del Partito Democratico nella commissione Difesa della Camera, la promessa da parte del governo di un risparmio di alcuni miliardi nel settore militare e alcune dichiarazioni del ministro della Difesa Roberta Pinotti, che durante la trasmissione Le Invasioni Barbariche ha spiegato che «oggi noi abbiamo sospeso, diciamo, il pagamento delle tranches», in attesa del termine dell’indagine conoscitiva del Parlamento sui programmi della difesa. Pinotti ha comunque aggiunto che «è sbagliato parlare solo degli F-35» perché è necessaria una revisione complessiva dei programmi della difesa. Pochi giorni prima, in una intervista con SkyTg24, aveva detto che il programma sugli F-35 aveva bisogno di una «razionalizzazione».

Le posizioni del governo e dei quattro ministri della difesa che si sono succeduti negli ultimi tre anni sono state piuttosto diverse: a febbraio 2012 Giampaolo Di Paola, il ministro della Difesa del governo Monti già capo di stato maggiore tra il 2004 e il 2008, fece calare la commessa italiana da 131 aerei a 90; il ministro Mauro nel successivo governo Letta sembrò suggerire, a giugno del 2013, che si potesse tornare a comprarne 131. Da parte sua, Matteo Renzi ha detto questa settimana che nel settore della difesa sono possibili risparmi per circa tre miliardi, anche se non è chiaro quanto di questa cifra debba provenire dal programma sugli F-35 e quanto invece da altre iniziative come la vendita di alcune caserme (stimate in quasi quattrocento).

Il documento del PD in Commissione
Il capogruppo del PD alla commissione Difesa della Camera, il deputato Gian Piero Scanu, ha presentato mercoledì 19 marzo le considerazioni conclusive del PD in seguito all’indagine parlamentare. Si tratta di un documento di una decina di pagine (qui in PDF) che si occupa di diversi temi legati alla difesa e in modo particolare degli F-35. L’indagine conoscitiva era stata decisa a luglio del 2013, nelle prime settimane del governo Letta, con una durata prevista di circa sei mesi. Ci sono state sedici audizioni e sono state sentite circa trenta persone, tra cui diplomatici, esperti del settore della difesa, rappresentanti istituzionali e delle grandi società a partecipazione pubblica Finmeccanica e Fincantieri.

Il documento con le conclusioni del gruppo del PD presentato ieri dice che è necessario «rinnovare le principali linee di volo», ma per farlo ci sono due modi diversi: investire unicamente negli F-35 oppure tramite un programma misto che agli F-35 unisca anche nuovi Eurofighter, l’aereo militare costruito da un consorzio di paesi europei ed entrato in servizio operativo in Italia una decina di anni fa. Nelle conclusioni, il documento prende cautamente posizione per la seconda opzione, dopo aver elencato parecchi problemi del programma degli F-35.

I «molti dubbi» che esistevano prima dell’avvio dell’indagine, scrive il documento, sono stati «confermati»: il programma «non garantisce […] ritorni industriali significativi» per l’Italia; non sono sicure commesse per le piccole e medie aziende italiane; i costi stimati sono troppo variabili e non tengono conto del costo aggiuntivo dell’armamento; la cosiddetta “tecnologia sensibile” resterà di pieno accesso solo agli Stati Uniti. In conclusione, il documento invita a «rinviare ogni attività contrattuale» e a puntare a un «significativo ridimensionamento degli schemi di accordo con la Lockheed Martin sul programma F-35». Si invita anche a «esplorare altre soluzioni, meno impegnative dal punto di vista finanziario».

Il capogruppo Scanu, da parte sua, ha dichiarato la scorsa settimana che i deputati in commissione Difesa si erano convinti della necessità di un dimezzamento degli F-35 ordinati dall’Italia, dagli attuali 90 a 45, anche se una presa di posizione così precisa non è presente nel documento finale.

Che cosa succede adesso
Non ci sono ancora scadenze chiare nella questione degli F-35. Il Partito Democratico discuterà il documento di parte della commissione Difesa in una riunione del gruppo dei deputati che dovrebbe tenersi la prossima settimana. In commissione, comunque, si deve ancora trovare un accordo tra il PD e gli alleati della maggioranza, in particolare il Nuovo Centrodestra. Le decisioni dovranno però essere prese dal governo. L’Huffington Post scrive che il governo potrebbe scegliere di presentare al parlamento un disegno di legge delega a partire dalle conclusioni della commissione.

Il Parlamento ha assunto di recente un ruolo importante per quanto riguarda l’acquisto e lo sviluppo di nuovi sistemi d’arma: con la legge di riforma delle forze armate approvata a dicembre 2012 si è stabilito che i nuovi progetti militari devono essere sottoposti al controllo del Parlamento, che deve esprimere un parere – tramite le commissioni Difesa della Camera e del Senato – anche nei casi in cui questi siano finanziati «attraverso gli ordinari stanziamenti di bilancio». Non si tratta comunque di un potere di veto, come ha puntualizzato lo scorso anno il Consiglio supremo di Difesa: la decisione ultima in materia di spese militari è del governo.

Il programma degli F-35
Il programma di sviluppo e costruzione degli F-35 ha il nome ufficiale di “Joint Strike Fighter (JSF)” e ha l’obiettivo di costruire un aereo da combattimento cosiddetto “di quinta generazione”. È svolto dagli Stati Uniti in collaborazione con una decina di altri paesi, tra cui l’Italia e il Regno Unito. Anche se il programma JSF è dei primi anni Novanta, l’interessamento italiano è iniziato intorno al 1998 – quando il ministro della Difesa dell’allora governo Prodi era Beniamino Andreatta – e i negoziati per l’inserimento dell’Italia sono iniziati nel 2001 e si sono conclusi tra giugno e luglio 2002, durante il governo Berlusconi.

Si è discusso a lungo su quali siano i costi degli F-35, aumentati molto nel corso degli ultimi anni, e di quali spese si faccia carico l’Italia con la sua partecipazione. Secondo il ministero della Difesa, a fine 2012 il programma JSF prevedeva spese per 12,2 miliardi di euro entro la scadenza massima del 2047, tra più di trent’anni, più una cifra per “predisposizione in ambito nazionale” che non è definita. Come ha fatto notare il documento del PD in commissione parlamentare, comunque, si tratta di cifre molto generiche, concentrate in modo molto disuguale e con grandi possibilità di variazione.

Il ministro della Difesa Roberta Pinotti durante una audizione alla commissione Difesa della Camera, 18 marzo 2014.
(foto: Roberto Monaldo / LaPresse)