• Mondo
  • domenica 5 Gennaio 2014

Farsi le canne è da immaturi?

Lo ha sostenuto il columnist del New York Times David Brooks, e ha generato ampie discussioni (e uno scherzo inventivo)

Giovedì 2 gennaio l’editorialista David Brooks – noto giornalista, saggista e commentatore del New York Times e, in precedenza, del Wall Street Journal: moderatamente conservatore ma stimato anche dai liberal – ha scritto un commento in merito al consumo di marijuana, tema tornato di stretta attualità dopo la recente legalizzazione della vendita (a determinate condizioni) di marijuana in Colorado. Il suo commento è stato ripreso da molti giornali ed è rimasto a lungo l’articolo più letto sul New York Times: Brooks confessa di aver fumato marijuana quando era giovane e di aver smesso non per timore dei rischi di danni alla salute o dipendenza – ampiamente e più volte trattati da vari studi scientifici – ma più che altro perché trovò di meglio da fare che farsi le canne. La sua tesi è che si tratti di un’esperienza divertente e quasi ineludibile da giovani, ma che l’età adulta offre modi più soddisfacenti e proficui di piacere personale.

In questi giorni, scrive Brooks, le persone che discutono della legalizzazione della marijuana parlano solitamente o dei rischi per i consumatori o delle entrate che lo Stato potrà ottenere dalla tassazione sulla vendita, ma la gran parte dei commentatori evita di parlarne da un punto di vista morale «perché questo implicherebbe dire che un modello di vita sia migliore di un altro». Eppure si tratta di una questione fondamentale, dice Brooks.

Le leggi modellano profondamente la cultura, e quindi che genere di comunità vogliamo che le nostre leggi promuovano? Che genere di individui e di comportamenti i nostri governi vogliono incoraggiare? Direi che nelle società sane i governi vogliono impercettibilmente far pendere la bilancia dalla parte dei cittadini moderati, prudenti e autonomi. E in queste società i governi incoraggiano sottilmente i piaceri più elevati, come godere dell’arte o della natura, e scoraggiano invece i piaceri minori, come stordirsi. Legalizzando l’erba, i cittadini del Colorado – in definitiva – stanno accrescendo le libertà individuali, ma stanno anche promuovendo un’ecologia morale in cui è un po’ più difficile essere il genere di persona che la maggior parte di noi vuole essere.

Brooks non si rammarica di aver fatto uso di marijuana da ragazzo e anzi allude a ricordi e momenti di grande piacere e condivisione con i suoi coetanei, ma sostiene che una cosa sia fumare erba e sperimentare quando si è ragazzi, e un’altra sia rendere legale per qualsiasi adulto fumare ovunque e ogni volta che lo desideri. Per argomentare la sua posizione cita il suo esempio e quello del suo gruppo di amici, che smise via via di fumare marijuana senza che qualcuno avesse preso esplicitamente la decisione di smettere di punto in bianco. Nessuno di loro, scrive Brooks, smise per motivi di salute, cioè per il fatto «che crea dipendenza in un giovane su sei; che fumare e guidare è un buon modo per uccidersi; che i giovani che fumano vanno incontro alla diminuzione del quoziente intellettivo e vanno peggio ai test cognitivi».

Piuttosto la ragione principale che spinse lui e i suoi amici a smettere fu una serie di episodi imbarazzanti che gli capitarono, e anche perché uno della loro compagnia – che era il più sveglio di tutti, secondo Brooks – diventò uno “stonato completo”. Fa un esempio e racconta un fatto personale per lui molto significativo, che lo imbarazza ancora oggi (a volte, scrive, questo ricordo lo sveglia alle 4 del mattino): un giorno a scuola fumò marijuana durante l’ora di pranzo, prima di tenere una presentazione in classe nel pomeriggio, e quando arrivò il suo turno non riuscì a mettere insieme una frase dietro l’altra e si sentì uno sfigato completo.

«La maggior parte di noi realizzò che farsi le canne non ti rendeva più divertente o più creativo (e gli studi scientifici più o meno lo confermano)», e in più è una cosa un po’ ripetitiva e di cui non si va fieri, scrive Brooks, secondo il quale ottenere felicità più grande solitamente richiede cose come «andare da qualche parte, migliorare in qualcosa, saperne di più su qualcosa». Tutti quelli del suo gruppo, chi più chi meno, trovarono presto cose più gratificanti da fare: amori, studi, passioni.

Secondo Brooks, in definitiva, smettere di fumare erba – per la maggior parte di chi ne ha fatto o ne fa uso – è qualcosa che accade, presto o tardi, principalmente perché essere stonati non è un tipo di piacere “particolarmente costruttivo”, e per questo motivo dovrebbe essere scoraggiato. Brooks prevede che la legalizzazione negli stati di Washington e Colorado porterà a un’inevitabile abbassamento dei prezzi (fino al 90 per cento, secondo alcuni studi da lui citati), e quindi a un maggior consumo: «Colorado e Washington, in altri termini, stanno creando più consumatori».

Nelle ore successive alla pubblicazione, l’editoriale di Brooks ha suscitato grandi attenzioni ed estese reazioni – e anche derisioni, in certi casi – su altri siti e sui social network da parte di una moltitudine di lettori e commentatori con posizioni diverse dalle sue (alcuni lo rimproverano di aver citato in modo troppo vago e anonimo – e senza fornire link – gli studi a supporto della sua tesi).

In un articolo su Slate viene contestata radicalmente l’idea di “ecologia morale” proposta da Brooks, e si sostiene che codificare e fissare una presunta morale sul piano legislativo – come sembra invocare Brooks quando chiede ai governi di “promuovere” un modello culturale piuttosto che un altro – provoca effetti spesso disastrosi sulle minoranze. L’autrice Tressie McMillan Cottom, rimproverando a Brooks di non aver fornito dati storici, riporta alcuni dati di Human Rights Watch relativi al 1979 (esattamente i tempi del diploma di Brooks) secondo i quali gli afro-americani che facevano uso di droghe rappresentavano soltanto il 10 per cento dei consumatori complessivi negli Stati Uniti, ma formavano il 22 per cento degli arresti per droga; i bianchi rappresentavano l’88 per cento del totale dei consumatori ma soltanto il 76 per cento degli arresti.

Ma la reazione al pezzo di Brooks che è circolata moltissimo e di cui si è parlato più a lungo – e che ha creato un certo imbarazzo a molti giornalisti che sulle prime ci erano cascati – è stata quella di Gary Greenberg, uno psicoterapeuta del Connecticut che in un post sul suo blog ha fatto credere di essere lui l’amico “sveglio” che fumava insieme a David Brooks e che poi è diventato uno “stonato totale”.

Nel pezzo, Greenberg – che aggiunge tutta una serie di dettagli inventati di sana pianta, piuttosto ridicoli – contesta le posizioni di Brooks dandogli sostanzialmente dell’ipocrita. Quando il pezzo ha cominciato a essere rilanciato su Twitter da diversi giornalisti autorevoli, Greenberg ha aggiunto un disclaimer in cui segnala l’intenzione satirica del post. Poi anche lo stesso Brooks – tramite un giornalista del New Yorker – è intervenuto dicendo di non conoscere alcun Gary Greenberg e chiudendola lì.

Greenberg – che alla fine del pezzo invitava Brooks a ritrovarsi tutti a Denver, lui e gli altri della “cricca”, per darsi un’altra volta ai “piaceri minori” – conclude così: «C’è soltanto una cosa peggiore che svegliarsi alle ore piccole ricordando quanto si può essere idioti, ed è non avere proprio nulla che possa svegliarti, solo la piatta soddisfazione del successo».

(Foto: Chris Hondros/Getty Images)