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  • lunedì 2 Dicembre 2013

I bottoni di Prato

Adriano Sofri sull'incendio nella "Rosarno dell'abbigliamento" e su cosa dovremmo fare "noi" con "loro" (abbracciarli, intanto)

Adriano Sofri scrive su Repubblica della morte di sette persone – cinque uomini e due donne, tutti di origine cinese – a causa di un incendio nella zona industriale del Macrolotto di Prato, in Toscana. I cinesi che lavorano a Prato, dice il sindaco Roberto Cenni, sono ufficialmente 16mila ma in realtà potrebbero essere fino a 50mila: lavorano 15 o 16 ore al giorno, se va bene, con una paga bassissima e inseriti in un complesso sistema di usura, ricatti ed estorsioni. Sofri è stato dentro al capannone del Macrolotto insieme al presidente della regione Enrico Rossi, e una delle cose che l’ha più colpito sono stati i bottoni: centinaia, migliaia di bottoni disseminati sul pavimento nero di acqua e cenere.

La commozione è arbitraria, anche in mezzo a una tragedia vi sopraffà con un dettaglio. Sul pavimento nero di acqua e cenere erano i bottoni: centinaia, migliaia di bottoni disseminati di ogni misura e colore. Archeologia contemporanea, un tappeto di bottoni alla deriva per una Pompei di cinesi a Prato. Un’altra cosa colpiva e quasi esasperava: che, di qua dai cordoni tesi per proteggere la fatica dei soccorritori, gli italiani –e telecamere fotografi e cronisti- stessero nei propri capannelli, e i cinesi, giovani quasi tutti, donne e uomini, e qualche bambino, nei loro. Eppure faceva molto freddo e tirava un gran vento, lo stesso freddo e lo stesso vento per cinesi e italiani. Non credo né al cinismo né all’ottusità, piuttosto a un’abitudine a pensare che gli altri non vogliano avere a che fare con noi, che se ne stiano fra loro. Lo pensiamo senz’altro dei cinesi –non senza buone ragioni- e probabilmente lo pensano i cinesi di noi, e anche loro hanno qualche ragione… Però ieri erano lì per i loro morti, e bisognava andargli in mezzo, dar loro la mano, abbracciarli, con rispetto, ma senza esitazione. Si sarebbe scoperto che erano pronti a fare altrettanto. Che avrebbero usato il loro italiano, quelli che ce l’hanno, per dirvi che là c’era un fratello, uno zio, una cugina, e se sapeste niente dei morti, quanti, e come si chiamassero. Sarebbe stato il giorno di una tragedia terribile, ma anche il giorno in cui gli italiani e i cinesi si abbracciarono. Forse però lo si è fatto, e comunque oggi si è ancora in tempo.

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