• Mondo
  • lunedì 30 Settembre 2013

Dove nascono i bambini degli altri

Reportage fotografico e storia della più famosa e discussa clinica di "surrogazione gestazionale" in India

Ogni anno migliaia di persone da tutto il mondo si rivolgono alle numerose cliniche della fertilità indiane per ottenere una “surrogazione di maternità”, il procedimento in cui una donna “affitta” il proprio utero e porta avanti la gravidanza per conto dei committenti, che possono essere single o coppie, sia eterosessuali che omosessuali. Esistono diversi tipi di surrogazione: da quella tradizionale, che prevede l’inseminazione artificiale dell’ovulo della madre surrogata, che è quindi anche madre biologica del bambino; a quella gestazionale in cui la madre surrogata si limita a portare avanti la gravidanza dopo che le viene impiantato nell’utero un embrione realizzato in vitro, che può essere geneticamente imparentato con i genitori committenti o provenire da donatori.

In molti paesi – come l’Italia – la surrogazione gestazionale è illegale. In altri non può essere “commercializzata” – si può fare, ma non a pagamento – e i genitori sono tenuti a provvedere alle spese sostenute dalla donna durante la gravidanza. In India invece la pratica è legale dal 2002 e nel 2008 la Corte Suprema indiana ne ha definitivamente permesso la commercializzazione. Negli ultimi anni l’industria delle madri surrogate è diventata molto redditizia: non ci sono dati ufficiali ma secondo una ricerca statunitense del luglio 2012 i profitti si aggirano attorno ai 300 milioni di euro all’anno, spartiti tra circa tremila cliniche della fertilità in tutto il paese.

L’India non è l’unico paese in cui la commercializzazione della pratica è legale: è permessa per esempio anche in Georgia, Russia, Thailandia, Ucraina, e alcuni degli stati americani. L’India però è una delle mete preferite da chi cerca un servizio del genere: i costi sono bassi, i medici parlano inglese, le cliniche sono ben attrezzate e organizzate. Negli Stati Uniti il costo di una surrogazione gestazionale può superare i 50 mila euro – la donna che porta avanti la gravidanza viene pagata tra gli 11 mila e i 22 mila dollari – mentre in India il costo dell’operazione completa, comprese le spese mediche e le tasse, va dagli 8 mila ai 22 mila euro. L’India offre anche vantaggi dal punto di vista legale, dato che una volta firmato l’accordo la donna non può rivendicare diritti sul bambino; in Regno Unito e in Canada il suo nome viene scritto sul certificato di nascita del neonato, che poi può chiedere di tenerlo una volta cresciuto.

Uno dei centri di surrogazione gestazionale in India più famosi e frequentati è la Akanksha Infertility Clinic che si trova ad Anand, un paesino rurale nello stato del Gujarat, a circa 900 chilometri a sud-ovest di New Delhi. È stato fondato ed è gestito da Nayana Patel, 53 anni, una dottoressa specializzata nella fecondazione in vitro, diventata famosa in tutto il mondo nel 2004 quando ebbe come paziente una donna britannica che partorì sua nipote, fungendo cioè da madre surrogata per sua figlia. Nel 2007 Patel fu anche ospite di Oprah Winfrey, dove raccontò la sua storia e spiegò come funzionava la sua clinica.

Recentemente Patel ha raccontato che nella sua clinica sono nati più di 500 bambini, due terzi dei quali figli di persone straniere o di indiani che vivevano all’estero. I suoi clienti provengono da 34 paesi diversi e pagano circa 20-22 mila euro per l’operazione, mentre la madre surrogata riceve circa cinquemila euro. Durante la gravidanza le donne ricevono alloggio – anche per mettersi al riparo da eventuali critiche dei compaesani – e seguono una dieta adeguata. Patel spera di far nascere il suo 600esimo bambino il prossimo anno e di aprire un nuovo ospedale, grande 100 mila metri quadrati, dove ospitare una quarantina di donne incinte, con piccoli appartamenti anche per i genitori committenti in visita.

Molti gruppi per i diritti femminili criticano le cliniche della fertilità definendole «fabbriche di bambini» per ricchi, in cui le donne più povere sono sfruttate e raggirate, ma secondo Patel si tratta di una «situazione vincente per tutti». «Con i soldi le donne possono comprare una casa, educare i loro figli e aprire anche un piccolo negozio. Sono cose che prima avrebbero potuto solo sognare». I soldi che una donna indiana riceve in nove mesi da Patel sono infatti pari a quelli che riceverebbe in circa dieci anni di lavoro. In quel periodo le donne ricevono anche lezioni per trovare più facilmente un lavoro una volta uscite dalla clinica. Patel le invita a investire i soldi in case intestate a loro nome e dice di rifiutare i clienti che si mostrano disinteressati alla loro salute e al loro futuro.

Molte associazioni indiane ritengono necessario approvare al più presto una legge che regolamenti la surrogazione gestionale, così da tutelare i diritti delle madri surrogate, dei bambini e anche dei committenti. Spiegano che in molti casi le donne povere e non istruite vengono comunque sfruttate e raggirate dalle cliniche, e spinte a firmare accordi che altrimenti rifiuterebbero. Un recente studio governativo su 100 donne che hanno affittato il loro utero a Delhi e Mumbai ha mostrato che non c’era nessuna regola fissa relativa al compenso e nessun accordo sull’assistenza sanitaria post parto. Le associazioni richiedono che venga approvata al più presto una proposta di legge che stabilisce i limiti di età delle madri surrogate – dai 21 ai 35 anni – e altre misure a loro tutela, come un’assicurazione medica e l’obbligo che siano loro stesse a firmare l’accordo insieme ai committenti davanti a un notaio. La legge dovrebbe arrivare in parlamento entro il prossimo anno. Nel frattempo una direttiva del ministro degli Affari interni indiano ha stabilito che i single e le coppie omosessuali che vogliono ricorrere alla surrogazione gestazionale non potranno più ottenere i documenti per entrare nel paese.