I guai di Billabong

Uno dei marchi di abbigliamento da surf (e non solo) più famosi del mondo, ha montagne di debiti e ha praticamente annullato il suo valore

di Francesco Marinelli – @frankmarinelli

Billabong è un’azienda australiana che produce abbigliamento da surf, la prima ad aver esportato nel mondo prodotti con lo stile tipico dei surfisti della Gold Coast australiana, e che ha costruito una popolarità di brand giovanile che l’ha resa familiare in mezzo mondo. È quotata all’Australian Securities Exchange (ASX), la Borsa di Sydney ma, come racconta Bloomberg, il suo marchio ha praticamente perso tutto il valore acquisito negli ultimi anni. Dalla fine dell’anno scorso, a causa di grosse perdite soprattutto nel mercato europeo, Billabong ha dovuto chiudere un terzo dei suoi negozi e licenziare centinaia di dipendenti, senza riuscire a rispettare le scadenze dei suoi debiti: nell’ultimo anno le azioni societarie hanno perso la metà del loro valore e le perdite sono state tre volte di più dei ricavi.

La storia di Billabong
Billabong è stata fondata da Gordon Merchant nel Queensland, in Australia, nel 1973. Merchant disegnava e produceva pantaloncini da surf, che vendeva poi ad alcuni negozi specializzati della Gold Coast (il nome è quello degli stagni australiani che si formano quando un fiume cambia corso): ebbero un grande successo tra gli appassionati, soprattutto per la tipica cucitura tripla, che li rendeva molto resistenti. Merchant decise di iniziare a sponsorizzare alcune gare di surf, per far conoscere il suo marchio nel paese: nei primi anni Ottanta il marchio Billabong era praticamente diffuso in tutta l’Australia.

A fine degli anni Ottanta Merchant decise di espandere Billabong in altri paesi, come Nuova Zelanda, Giappone e Sudafrica: il marchio australiano ebbe un ruolo molto importante nel diffondere l’abbigliamento sportivo tipico del surf, anche nei paesi dove il surf era uno sport poco praticato e presso clienti a cui piacesse l’immagine giovane e sportiva dei suoi capi, surf o non surf. Nei primi anni Novanta il mercato dell’industria del surf aveva ormai una dimensione mondiale e gli affari di Billabong erano in costante crescita, fino alla quotazione alla Borsa di Sydney nel 2001.

La crescita sul mercato
Billabong decise di acquisire grandi catene di negozi, soprattutto negli Stati Uniti, fino ad avere 6mila dipendenti (dati del 2011) e una serie di altri marchi d’abbigliamento e attrezzature sportive come Von Zipper, Nixon, West 49, Element. Con le acquisizioni aumentarono e si diversificarono i tipi di prodotti messi in vendita: non solo abbigliamento da surf, ma anche occhiali da sole, scarpe, orologi, attrezzature e abbigliamento per lo skateboard, tra gli altri. Con l’acquisto del marchio Tigerlily, Billabong iniziò a vendere anche una linea di costumi da bagno femminili.

La strategia della società, basata soprattutto sull’acquisizione di nuovi marchi è stata spesso considerata la causa principale dei problemi finanziari di Billabong: il marchio avrebbo perso negli anni la sua identità, legata alla produzione di abbigliamento da surf. Inoltre, negli ultimi cinque anni, gran parte degli investimenti si sono concentrati nel difficile mercato immobiliare e nell’acquisto di catene di negozi.

I problemi finanziari
Nel secondo semestre del 2011 l’utile netto di Billabong diminuì del 71 per cento, rispetto all’anno precedente. Nel febbraio 2012, la società annunciò un piano di ristrutturazione che prevedeva il licenziamento di circa 400 persone, la chiusura di 150 negozi e la messa in vendita di quote dei marchi acquisiti in passato. L’obiettivo era di tagliare i costi per circa 22 milioni di euro. Gordon Merchant, che possiede una quota societaria del 15 per cento, rifiutò due successive offerte da parte della TPG Capital (Texas Pacific Group), una società statunitense di investimenti.

Laura Inman, amministratore delegato di Billabong, ha presentato il 27 agosto 2012 un nuovo piano di investimento di quattro anni, pari a circa 80 milioni di dollari, per rilanciare le vendite: il piano prevedeva la vendita di alcuni marchi – per tornare a puntare soltanto sul marchio Billabong – e la vendita di catene di negozi, per valorizzare il commercio online. Nel settembre 2012, altre due società di investimenti – Altamont Capital Partners e Sycamore Partners – fecero un’offerta per acquisire Billabong: dopo sedici mesi di trattative, nel giugno 2013, la società le rifiutò entrambe.

Nell’ultimo anno Billabong ha perso 429 milioni di euro, in quello precedente circa 120: la maggior parte sono perdite causate da un calo delle vendite sul mercato europeo. Dal 2011 al 2012 le vendite sono diminuite nel complesso del 14 per cento e i ricavi sono stati inferiori ai costi di gestione. In Borsa le azioni sono scese dall’inizio dell’anno del 36 per cento.

Il debito di Billabong è aumentato nell’ultimo anno del 28 per cento, arrivando a circa 138 milioni di euro, mentre i prestiti da ripagare, in scadenza a fine 2013, sono pari a circa 217 milioni di euro, secondo un’analisi fatta da Bloomberg. Billabong è stata costretta ad azzerare il valore del brand a chiedere un prestito di 196 milioni di euro alla società d’investimenti Altamont Capital Partners – la stessa società che cercò di comprarla un anno fa – per rifinanziare il proprio debito. Oltre ai problemi economici ci sono anche alcuni problemi societari. Nel mese di agosto l’amministratore delegato Laura Inman si è dimesso e al suo posto la società vorrebbe nominare Scott Olivet, ex presidente di Oakley Inc, che al momento però non ha ancora accettato l’offerta: ha fatto sapere di non condividere gli accordi già fatti né le altre trattative in corso con altre società per rifinanziare il debito societario.

Foto: WILLIAM WEST/AFP/Getty Images

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