Il manifesto degli scienziati razzisti

75 anni fa un gruppo di scienziati - ma molte liste che circolano sono false - scrisse che per gli italiani era arrivato il momento di diventare razzisti

Il 15 luglio del 1938 venne pubblicato sul Giornale d’Italia – quotidiano fondato nel 1901, famoso negli anni Venti e poi chiuso dopo lungo declino nel 1976 – quello che poi sarebbe diventato famoso come il “manifesto della razza”, o il “manifesto degli scienziati razzisti”. L’articolo, in prima pagina e non firmato, era intitolato “Il Fascismo e i problemi della razza”. Era diviso in dieci punti e introdotto da un breve sommario in cui si spiegava che un gruppo di scienziati, professori e intellettuali fascisti, insieme al Ministero per la cultura popolare (il famigerato “Minculpop”) aveva redatto il documento per chiarire qual era la posizione del fascismo nei confronti della questione razziale.

Il primo dei dieci punti affermava che “le razze umane esistono” e, per dare un’idea della prosa, diceva così:

Le razze umane esistono.
La esistenza delle razze umane non è già una astrazione del nostro spirito, ma corrisponde a una realtà fenomenica, materiale, percepibile con i nostri sensi. Questa realtà è rappresentata da masse, quasi sempre imponenti di milioni di uomini simili per caratteri fisici e psicologici che furono ereditati e che continuano ad ereditarsi. Dire che esistono le razze umane non vuol dire a priori che esistono razze umane superiori o inferiori, ma soltanto che esistono razze umane differenti.

Nel seguito si distingueva tra “razza” – definita “un concetto puramente biologico” – e “popolo” e “nazione”, in cui entravano in gioco considerazioni storiche, linguistiche e religiose. Si affermava che “la popolazione dell’Italia attuale è nella maggioranza di origine ariana” e che, a differenza di quanto successo in “altre nazioni europee”, dopo l’invasione dei Longobardi (nel VI secolo) non c’erano stati grandi movimenti migratori e quindi, si diceva implicitamente, la razza si era mantenuta particolarmente pura. Il manifesto prendeva posizione poi contro i matrimoni misti e, al punto 7, diceva “È tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti”. Il punto 9 affermava che “Gli ebrei non appartengono alla razza italiana”.

Il manifesto venne ripreso da numerosi giornali e poi pubblicato una seconda volta nell’agosto del 1938 sul primo numero di un nuovo quindicinale che aveva appena iniziato le pubblicazioni: La difesa della razza, diretto da Teresio Interlandi. Il sommario che introduceva il manifesto aveva un tono ancora più definitivo: nel testo erano scritte, si diceva, “le basi del razzismo fascista”.

Chi lo scrisse e chi aderì
Nella seconda pubblicazione, il manifesto era accompagnato da dieci firme: due erano di medici e il resto di ricercatori e assistenti universitari poco noti. A quanto sembra, quasi nessuno dei firmatari venne interpellato prima della pubblicazione del manifesto, ma sembra che soltanto due di loro (il fisiologo Sabato Visco e il patologo Nicola Pende) abbiano in qualche maniera protestato per essere stati associati al testo.

Guido Landra, uno dei firmatari, un assistente di antropologia dell’università di Roma, fu l’autore materiale del manifesto. Mussolini ebbe una parte importante nel deciderne i contenuti e confidò al ministro degli Esteri (e suo genero) Galeazzo Ciano che gran parte del manifesto l’aveva scritta direttamente lui.

Su Internet si trovano numerosi elenchi di “aderenti” al manifesto, il più famoso dei quali include più di 300 nomi tra cui quelli di Giorgio Guareschi, Amintore Fanfani e Giorgio Bocca: si tratta di un falso storico. Non esistono documenti che certifichino l’esistenza all’epoca di “elenchi di aderenti” al manifesto e difficilmente ci sarebbe stata la necessità di qualcosa di simile. Il manifesto non era una proposta di un gruppo di intellettuali indipendenti, ma il documento ufficiale con cui il Partito Fascista comunicava le sue posizioni sulle questioni razziali, che sarebbe state messe in pratica con una serie di leggi nei mesi successivi.

Il contesto e le conseguenze
Secondo gli storici, tra le numerose cause che portarono al manifesto razzista e poi alle leggi razziali, ce ne sono due che spiccano sulle altre. Due anni prima della pubblicazione del manifesto l’Italia aveva annesso l’Abissinia, l’odierna Etiopia. Il governo fascista si trovò a dover gestire un grande territorio popolato da milioni di abitanti di un’etnia diversa da quella italiana.

Alcuni, come il viceré d’Etiopia Amedeo di Savoia-Aosta, erano favorevoli a un atteggiamento aperto nei confronti della popolazione etiope, coinvolgendo l’aristocrazia locale nel governo della colonia. Altri avevano un atteggiamento più severo, razzista appunto, secondo cui la popolazione doveva essere trattata in maniera radicalmente diversa da quella italiana e bisognava mantenere una rigorosa separazione.

Un altro fatto importante fu l’alleanza con la Germania nazista. La conquista dell’Etiopia aveva in parte isolato l’Italia dalla comunità internazionale, rappresentata all’epoca dalla Società delle Nazioni, un antenato delle Nazioni Unite, che impose sanzioni economiche all’Italia. L’isolamento internazionale spinse l’Italia ad avere relazioni sempre più strette con la Germania e quindi ad adottare politiche in campo razziale simili a quelle della Germania – e in questo ebbe probabilmente una parte anche il fascino che Adolf Hitler esercitava su Mussolini. Poche settimane prima della pubblicazione del manifesto, Hitler aveva compiuto una lunga visita di stato in Italia. Comunque, bisogna ricordare che fin dai primi tempi il fascismo aveva manifestato in alcune sue correnti un atteggiamento razzista e antisemita, anche se questi aspetti non erano mai stati codificati ufficialmente.

Poco meno di due mesi dopo la pubblicazione del manifesto, il 5 settembre 1938, venne pubblicato il Regio Decreto Legge numero 1390, la prima delle leggi razziali italiane. Seguirono altri decreti nei mesi successivi fino al punto in cui vennero vietati i matrimoni misti con i “non italiani”, mentre agli ebrei venne vietato di insegnare o di frequentare scuole insieme agli “italiani”. A tutti i non italiani, in pochi mesi, vennero negati quasi completamente i diritti politici e poi quelli civili.

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