• Cultura
  • mercoledì 19 giugno 2013

Il tempo senza lavoro

La brutta storia dell'improvviso licenziamento dei dipendenti dell’Eutelia, e tutto quello che è successo dopo, nel libro di Massimo Cirri

Feltrinelli ha pubblicato Il tempo senza lavoro di Massimo Cirri, giornalista e psicologo, autore e conduttore di Caterpillar su Radio 2 Rai. Cirri racconta la storia dei dipendenti dell’azienda di telecomunicazioni Eutelia, che hanno visto dall’aprile 2009 l’annuncio della cassa integrazione per duemila lavoratori, l’occupazione dei locali da parte dei dipendenti, l’arresto dei vertici dell’azienda per bancarotta, e praticamente la chiusura dell’azienda. Il libro raccoglie anche i testi scritti da alcuni lavoratori, che spiegano le sensazioni provate nella loro condizione di non occupati. In questo brano Cirri racconta gli incontri organizzati dal sindacato per aiutare i dipendenti a affrontare il disagio della loro situazione.

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Il primo incontro nella Sala Quercia dello stabilimento Agile ex Eutelia di Pregnana Milanese comincia alle dieci e qualcosa di una mattina di maggio. Finisce un paio d’ore dopo e va così così. Poi capiremo, se capiremo qualcosa perché poi è poi e poi son capaci tutti, che abbiamo cercato di parlarci mettendo insieme due linguaggi. Il primo è quello dell’assemblea sindacale – o briefing, ma assemblea è meglio e adesso è chiaro una volta per tutte. Un linguaggio – e per linguaggio intendiamo tutto: modalità comunicativa, visione del mondo, approccio, capacità di comprensione, stereotipie e tic – sedimentato da molto tempo. Credo dalla rivolta di Spartaco il Gladiatore in poi. Di sicuro da Giuseppe Di Vittorio, che su un palchetto improvvisato in una piazza polverosa arringa i braccianti siciliani dicendo loro parole che possono capire – altrimenti finisce come Tonino Di Pietro – e parole nuove, che disegnano un futuro. Comunque un linguaggio scritto e parlato da anni e anni. Che qui, per darne un esempio, non si chiamano anni ma “stagioni”. Di preciso “stagioni di lotta”. Un linguaggio con le sue prassi grammaticali, i passi e le successioni, i vocabolari, i modi di dire e le abbreviazioni. Un linguaggio che Corrado Mandreoli, sindacalista davvero, padroneggia con grande umana capacità. Io già un po’ meno. A volte sento descrivere una congiuntura e so che la congiuntura è sempre difficile. E poi sento che per sbloccarla, questa difficile congiuntura, bisogna intraprendere dei passi e il primo è sempre l’apertura di un tavolo. Lo so che significa “Aprire una trattativa, aprire un tavolo di trattativa”, ma, automaticamente, a me si apre il tavolo da picnic. Casomai con annessa tovaglia a quadrettoni rossi e bianchi. Peggio ancora quando un tavolo bisogna convocarlo subito. Così mi chiedo se arriverà. Ma poi mi adeguo. Perché l’identità, lo so, passa anche dalla lingua comune.

Le altre venti persone che sono sedute a questo tavolo non so come siano messe con la lingua del sindacato. Sono uomini e donne, un po’ più della metà donne, tutti tra i quarantacinque e i cinquant’anni e qualcosa. So, Mandreoli ci tiene che io arrivi preparato all’incontro, che hanno profili professionali medi o medio alti, diplomati e laureati. Molti hanno passato, qui a Pregnana o nell’altra società caduta nelle grinfie dei nuovi manager, i Landi, tutta la loro vita lavorativa. Mandreoli saluta e inizia a raccontare del perché siamo qui. Io, pur preparato dal suo riassunto dei giorni precedenti, mi sento già incapace di comprendere. Non sono attrezzato culturalmente. Negli anni del Servizio di salute mentale ho incontrato molte forme di disperazione. Ma queste persone sono un po’ differenti e non rientrano nelle categorie sociali in cui sono abituato, anche se non vorrei, a inserire le storie. Lo capisco di colpo quando una signora bionda racconta dei suoi primi mesi di cassa integrazione – in linguaggio sindacale, perché in questo ancora siamo, semplicemente “cassa” – e dice che quelli non sono stati neanche troppo terribili, come esperienza umana. Il peggio è arrivato dopo. Ma di quei primi mesi senza l’obbligo di uscire presto per andare a lavorare ne ha approfittato per passare un bel po’ di tempo nella sua casa di campagna a fare l’orto. Io mi stupisco. Per me le due categorie – cassa integrazione e casa di campagna – non possono stare insieme. In cassa integrazione ci finiscono persone che non possono avere una casa di campagna. Così capisco che qui c’è dell’altro. E intuisco quanto siano vecchie le mie categorie e quanto questa crisi economica sia davvero potente e cattiva. Credo di pensare, per un attimo, anche a come potrei finirci dentro anch’io. E a cosa farei, alla mia disperazione e alle mie fragilità. Poi mi dico che qui all’Agile ex Eutelia in cassa integrazione e nella casa di campagna fuori stagione ci sono finiti perché avevano dei padroni criminali. Crisi o non crisi, quelli volevano rapinare e distruggere. Ma è una giustificazione che tiene poco, giusto per rassicurarmi un attimo. La signora bionda si chiama Paola Fontana e poi racconterà di quanto ci si possa stare stretti fino a non poterne più in una casa di campagna, man mano che passano i mesi vuoti della cassa. Poi nella casa di campagna ci andrà un po’ meno anche perché si spenderà molto per tirar fuori il meglio da questa storia. E un po’ di tempo dopo, nella tesi per un corso universitario nella quale racconta questo percorso e si intitola I gruppi di auto mutuo aiuto come strumento di politica attiva per il lavoro, scriverà molto bene chi sono e con quale carico di sentimenti individuali e collettivi ci sono arrivati, a questa strana riunione, i suoi colleghi e le sue colleghe e lei. Paola dice alla svelta quello che io avrei messo insieme male e capito molto più lentamente.

Gli anni di Eutelia e poi quelli di Agile erano stati caratterizzati da un clima di lavoro molto negativo e la percezione chiarissima che gli obiettivi delle proprietà non erano lo sviluppo del business aziendale. Demansionamenti, trasferimenti punitivi, licenziamenti dei delegati sindacali (sempre puntualmente reintegrati dal giudice), il business aziendale sempre più in declino, avevano reso i lavoratori demotivati, appiattiti e silenziosi. Poi, già esasperati da tutto questo, a seguito del mancato pagamento delle retribuzioni per quattro mesi, questa realtà impiegatizia di cinquantenni finalmente arrabbiati nel novembre del 2009 aveva deciso di bloccare le attività in tutta Italia, per rivendicare i propri diritti e cercare di destare l’interesse dell’opinione pubblica sulla paradossale situazione che stavano vivendo e sull’evidente illiceità dei comportamenti della proprietà. […] Il periodo del presidio delle sedi aziendali era stato un periodo molto attivo ed importante dal punto di vista delle relazioni fra colleghi. Condividevano molto e questo li aveva avvicinati. Poi il tempo era passato, avevano ottenuto l’amministrazione straordinaria ed il presidio era finito. La maggior parte di loro non aveva ripreso a lavorare ed era stata messa in cassa integrazione straordinaria, con prospettive di reintegro quasi nulle. Ognuno di loro si era trovato ad affrontare, questa volta da solo e a casa propria, questa nuova condizione. E questa nuova condizione aveva portato grande disagio a molti di loro, lavoratori da tutta una vita, improvvisamente a casa, senza sapere più come passare le giornate, senza più un ruolo, il punto di riferimento del lavoro, inattivi, disorientati ed in colpa. In tutto questo, il problema economico era solo uno dei problemi e, a volte, neanche il più urgente.

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