• lunedì 10 Giugno 2013

Figli dello stesso padre

Il primo capitolo del romanzo di Romana Petri, che racconta del tentativo di riconciliarsi di due fratelli, figli dello stesso padre e completamente diversi tra loro

di Alessandro Sabbatini - Caffeina

Figli dello stesso padre, pubblicato a marzo da Longanesi e tra i dodici finalisti del Premio Strega, è un romanzo psicologico della scrittrice Romana Petri che racconta una storia dolorosa di passioni perdute, e complessi di colpe che chiedono un’espiazione. I protagonisti sono due fratellastri, figli dello stesso padre Giovanni, e completamente diversi tra loro: Germano è un pittore di quarantanove anni dal temperamento irrequieto e impetuoso; Emilio è un professore quarantenne di matematica, composto e pacato. Eppure entrambi condividono una giovinezza difficile, segnata dal senso di vuoto della figura paterna. L’assenza del padre – un uomo ingombrante ed egocentrico con una “sindrome di Peter Pan” – ha generato nei figli insoddisfazione negli affetti e insofferenza reciproca.

A distanza di anni Germano ed Emilio proveranno a superare i rancori e le invidie di un tempo, spezzando un silenzio lunghissimo, e cercheranno di scrollarsi di dosso un passato doloroso ancora presente nelle loro vite. In occasione della rinnovata collaborazione tra il Festival Caffeina e il Premio Strega, pubblichiamo il primo capitolo del romanzo.

***

Emilio chiuse a chiave il suo studio e si avviò a passi lenti lungo il corridoio. Prima, però, come ogni giorno, restò per un istante a leggere la targa sulla sua porta: Prof. Emilio Acciari.
Nel corridoio del dipartimento di Matematica, a quell’ora si attardavano pochi studenti. Emilio camminò fingendo di ignorarli, come distratto da qualcosa di urgente. I ragazzi lo salutarono con un breve cenno del capo ammutolendo al suo passaggio per poi riprendere subito dopo a parlare tra di loro a bassa voce.
Non poteva farne a meno, Emilio, era un suo rito quotidiano. Uscendo dal dipartimento, con la cartella di cuoio sotto il braccio, ripeteva un pensiero composto sempre dalle stesse parole: « Mi sono diplomato al liceo Manzoni di Milano con il massimo dei voti, mi sono laureato alla Statale di Milano in Matematica con il massimo dei voti, ho fatto un master a Parigi e uno a Pittsburgh, dove ormai ho una cattedra da otto anni. Speravo di diventare alto e invece sono un uomo minuto, di bassa statura. E sono il figlio non voluto di mio padre ». Concludeva il pensiero nel momento in cui apriva la grande porta a vetri dell’atrio, e poi, quando si trovava all’aria aperta, con la porta che gli si era richiusa automaticamente alle spalle, tirava il solito e benefico respiro di sollievo. Allora infilava la mano destra nella tasca della giacca, tirava fuori le chiavi e allungando il braccio in direzione della sua auto la apriva. Continuava a piacergli quel gesto. Si ricordava di quando era bambino e le auto si aprivano ancora infilando la chiave nella serratura. Gli sembrava proprio una cosa d’altri tempi. La prima auto con l’apertura elettronica che aveva visto era di un’amica di sua madre. Se lo ricordava bene. Aveva citofonato un pomeriggio di giugno e aveva gridato: « Affacciati, devi vedere una cosa! » e sua madre si era affacciata al balcone tenendolo per mano. Lo faceva sempre, come se uscire sul balcone potesse comportare dei gravi pericoli anche a dodici anni. E insieme avevano visto quel miracolo della tecnica. «Hai visto, Emilio? Bello, eh? Un giorno ce l’avremo anche noi due una macchina così. »
Sua madre. Per fortuna era ancora viva anche se l’aveva avuto tardi. Quando rimase incinta di quell’uomo sposato, aveva quarantatré anni. Quante volte gliel’aveva raccontata quella storia? « Sai, Emilio, mi sono detta: Costanza, questa è la tua ultima occasione. Se non lo fai, ti ritroverai a passeggiare per i giardinetti di Milano a sessant’anni con un gran rimpianto dentro il cuore.» Era stata una donna di carattere, quell’ultima occasione non se l’era lasciata sfuggire. E lui, che ora di anni ne aveva quasi quaranta, non passava giorno senza pensarci. Così come non passava giorno senza chiamarla, quasi sempre in macchina, nel tragitto che lo riportava dall’università a casa. Si raccontavano la loro giornata e finivano sempre per dirsi che tutta quella distanza, quell’oceano che li divideva, non scalfiva la loro intimità. Magari non era proprio così che si dicevano, ma trovavano sempre il modo di sottintenderlo.
Quando Emilio rientrava, sua moglie Jenny non era quasi mai tornata a casa. Faceva l’avvocato e il suo orario di lavoro si prolungava sempre oltre il dovuto. Generalmente, appena arrivato aveva giusto il tempo di togliersi la giacca, allentarsi il nodo della cravatta e lavarsi le mani. La ragazza, una colombiana che andava a prendere i bambini a scuola, se ne andava via di corsa sollevando il ghiaino del vialetto che lui, subito dopo, con l’aiuto dei figli avrebbe rimesso a posto. Prima di arrivare al cancello si voltava almeno tre volte mandando un bacio dietro l’altro ai bambini che lui teneva in braccio sulla porta. Poi svoltava a destra e certamente accelerava ancora di più il passo per non perdere la corriera che l’avrebbe riportata a casa. A quel punto suonava quasi sempre il telefono. Era Jenny che, più o meno con le stesse parole di ogni giorno, gli diceva per quanto tempo ne avrebbe avuto ancora in ufficio. Erano telefonate affettuose ma brevi, molto in sintonia con il suo carattere e le sue origini inglesi. L’avevano stupito fin dai primi tempi quei modi ordinati ma taglienti, e non ci si era mai abituato del tutto. Jenny era molto frettolosa, specialmente nei congedi, soprattutto se dopo avergli parlato gli passava un’altra persona. Allora la telefonata si concludeva sempre con il secondo interlocutore. Lei non tornava mai all’apparecchio. Succedeva, per esempio, ogni volta che andava a casa dei suoi e la madre o il padre volevano fargli un breve saluto. «Ti passo mia madre» gli diceva. A quel punto sapeva che i saluti di Jenny non ci sarebbero stati. « È il suo lato british » pensava ogni volta con un po’ di pena nel cuore.
Dell’argomento, comunque, non avevano mai parlato. Emilio aveva imparato da molti anni ad accettare le persone com’erano.
Jenny l’aveva conosciuta negli anni del master, durante una festa. Aveva avuto qualche altra esperienza prima di lei, ma erano state storie brevi, che aveva preferito concludere non appena si accorgeva della loro scarsa importanza. Sentimentalmente, non solo non gli era mai piaciuto perdere tempo, ma neanche farne perdere. Sarebbe andato avanti solo quando avesse conosciuto quella giusta. E quella giusta era stata Jenny.

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